A Roma la disobbedienza è una questione di appartenenza geografica, qualcosa che sfugge persino alle leggi non scritte degli stereotipi di quartiere: nord e sud, periferia e centro, provinciale e urbano. Lo sa bene Gabriele Piazza, classe 1995, che di questa città restituisce ogni singola sfumatura: un’ironia affilata nascosta dietro un sorriso insospettabile e, soprattutto, quella sfrontatezza necessaria per salire su un palco e dare voce a chi pensa di non averne. C’è chi lo ha intercettato nei feed di Instagram e TikTok grazie ai suoi video virali e chi si è fatto travolgere dal vivo dal suo spettacolo, Eterofobo, dove immagina un mondo a parti invertite in cui sono gli etero a dover fare coming out e a subire i cliché che la comunità queer si sente cuciti addosso da sempre. Ma incontrarlo dal vivo, fuori dagli schermi, è tutta un’altra storia.

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PH: Carolina Smolec

Ci accoglie tra i sampietrini de la Gay Street capitolina, all’ombra del Colosseo, con una camicia a righe blu e un paio di jeans dal taglio regolare. Sotto un sole accecante e circondato da turisti, Gabriele si muove con una parlantina veloce e una mimica facciale che attraversa gran parte delle espressioni associabili a lo spettro emotivo umano. Romano fino al midollo, è convinto che "fare caciara" sia una forma altissima d’amore e che i bicipiti gonfiati in palestra siano il perfetto punto d’incontro tra la cultura queer e quella etero basic. In un mondo ossessionato dalle etichette e dalla polarizzazione, lui ha scelto la disobbedienza più radicale di tutte: essere, semplicemente, felice.

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PH: Carolina Smolec


Se domani mattina ci svegliassimo in un mondo senza più etichette, sarebbe la liberazione totale o un gigantesco caos identitario?

«Secondo me attraverseremmo un primo momento di caos identitario assoluto, seguito da una rivoluzione, per poi assestarci in una grande, vera libertà. Intendiamoci: meno etichette ci sono, meglio stiamo tutti. Però... (Gabriele si interrompe un secondo, sfilandosi dal flusso affolato dei turisti con in mano un bicchiere d'acqua preso a lo storico locale Coming Out, ndr) ...oggi come oggi, etichettarsi è ancora necessario per essere riconosciuti e ottenere diritti. Finché non ti dai un nome, per lo Stato di fatto non esisti. Il giorno in cui spariranno le etichette, per un po’ nessuno saprà più chi è; faremo un casino tremendo per cercare di sentirci qualcuno, ma poi capiremo che si può essere anche solo esseri umani. E lì avremo vinto la rivoluzione».

Parliamo di contaminazioni. C’è qualcosa della cultura etero basic che segretamente ti affascina o ti diverti troppo a smontarla?

«Ma io in realtà sono un grande fan degli etero! Penso che le nostre culture si siano sempre rubate le cose a vicenda. Pensa ai primi pirati o ai gladiatori: simboli storici di virilità machista che, a guardar bene la storia, erano legatissimi al mondo gay. Di contro, la cultura gay odierna — tutta muscoli, palestra e ultracorpi — è presa in prestito di sana pianta dagli etero, che poi sono i primi che passano il tempo a toccarsi i pettorali nello spogliatoio (scoppia a ridere, mimando per un attimo la postura e il protoco lo lessicale dei gym-bros, ndr). La cosa che amo di più del mondo etero basic è proprio il culto del corpo muscoloso. Da quando mi sono messo in forma, ogni volta che pubblico una foto a petto nudo sui social, i commenti più entusiasti sono degli uomini etero: “Bro, sei enorme!”, “Che fisico!”, “Sei un grande!”. C’è una wave di solidarietà maschile fortissima. Anche gli uomini gay tendono ad atteggiarsi un po' come malesseri. È un pattern maschile di difficile decostruzione, e a volte lo riscontro anche in me manifesto».

Qual è invece lo stereotipo gay che ti fa più innervosire, ma in cui — un po’ di sana autocritica — ogni tanto ricaschi?

«La superficialità nei rapporti affettivi e sessuali. Diciamocelo: in quanto uomini, anche gli uomini gay tendono ad atteggiarsi un po' come malesseri. È un pattern comportamentale maschile di difficile decostruzione, e a volte lo riscontro anche in me stesso. C’è ancora una lunga strada da percorrere, ma soprattutto penso che ci sia un grande lavoro da fare sulla concezione e il rispetto del femminile».

La nostra camminata prosegue verso il Colosseo, muovendoci nel flusso continuo dela città. Davanti all'obiettivo della nostra fotografa, la sfrontatezza romana lascia spazio a la fluidità comunicativa di chi sa esattamente di cosa sta parlando. Non c'è posa, c'è verità.

man wearing a navy baseball cap, light gray t shirt, loose dark jeans, and white sneakers walking in front of the colosseum in rome on a sunny daypinterest
PH: Carolina Smolec


Oggi essere queer è davvero normalizzato o abbiamo solo confuso la normalizzazione con una maggiore visibilità?

«È solo più visibile, senza dubbio. C’è ancora tantissima strada da fare prima di poter parlare di normalizzazione. Non so se sarò vivo per vederla, o se la vedrà la prossima generazione, ma l’esposizione mediatica è fondamentale. Più le persone guardano una realtà, più si rendono conto che non è così distante dalla loro. La familiarità, alla fine, abbatte il pregiudizio».

C’è una frase che si sente spesso: “Io non ho niente contro, però…”. Qual è, a tuo avviso, il sottotesto nascosto dietro alla congiunzione avversativa: neutralità o un modo elegante per lavarsi le mani?

«Dire “non mi interessa” nasconde una profonda indifferenza. E l'indifferenza non è mai neutrale. Se hai un amico che vive un'esperienza o ha un'identità diversa dalla tua, e l’unica cosa che sai dire è che la cosa non ti riguarda, significa che in fondo non vuoi conoscerlo davvero. È un rifiuto travestito da buone maniere.»

Se dovessi scegliere un angolo di Roma che per te rappresenta la perfetta idea di disobbedienza civile, quale sarebbe? E soprattutto: questa città è davvero accogliente o è solo bonariamente caciarona?

«Roma è disobbediente per definizione, in ogni suo dettaglio. La natura che spacca i sampietrini, i fiori che crescono in mezzo alle buche del traffico sula Cristoforo Colombo... sono simboli di una città antichissima, radicata ne le sue abitudini, dove però spunta sempre qualcosa di divergente. E poi "caciarona" e "accogliente" per me sono sinonimi: Roma ti accoglie proprio attraverso il suo caos. Amo il modo caratteristico in cui i romani si uniscono nel casino. Quando tutto funziona andiamo ognuno per i fatti nostri, ma appena si guasta un autobus diventiamo tutti fratelli. Parte la lamentela collettiva sui ritardi, sul sindaco, sul traffico... Ecco, quando c'è da protestare, i romani fanno muro. E l’unione è bellissima, anche quando nasce per lamentarsi.»

Ci ripariamo dal sole ed entriamo al Coming Out Shop, un concept store queer a pochi passi dal Colosseo. L'atmosfera cambia, si fa più intima, ideale per toccare il nucleo del suo lavoro.

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PH: Carolina Smolec


In un panorama di attivismo spesso dominato dalla rabbia e dalla denuncia, tu hai scelto la satira. Perché questa virata pop?

«Perché non ho rabbia dentro e non mi piace fingere di averla per compiacere un algoritmo o un trend. (Gabriele si siede su uno sgabelo del Coming Out Shop, appoggiando i gomiti sul bancone e cambiando per un attimo tono di voce, che si fa più intimo e riflessivo, ndr) Non voglio più fare una narrazione basata sul dolore, sul dire quanto siamo discriminati o derisi. È tutto vero, sia chiaro, ma io preferisco raccontare che siamo felici, sereni, e che l’omofobia è un problema di chi è omofobo, non di chi è gay. Ho fatto questo switch mentale: noi stiamo benissimo e ridiamo. Se volete ridere con noi, bene. Se volete insultarmi nei commenti, va bene lo stesso: mi fate solo aumentare l'engagement del video. A quel punto l’odio si riduce a qualcuno che lancia pomodori contro un banchetto perfetto: la figura del fesso la fa chi lancia, non il banchetto (fa una breve pausa, giusto il tempo di un sorriso sornione, per poi rincarare la dose, ndr). L'omofobia è un problema di chi è omofobo, non di chi è gay. Noi stiamo benissimo e ridiamo: se volete ridere con noi, anziché di noi, siete i benvenuti».

Il tuo spettacolo si chiama Eterofobo. Qual è l'aneddoto più assurdo che ti è capitato portandolo in tour?

«Durante la prima data a Roma, un contestatore si è alzato in piedi a metà show accusandomi di non essere veramente inclusivo e pretendendo le mie scuse pubbliche. Gliele ho fatte, ma non gli bastavano. È finita che lo staff lo ha scortato fuori. Una volta fuori dal teatro ha chiamato la polizia, ma gli agenti, vedendolo in totale stato confusionale, hanno preferito chiamare un’ambulanza. La cosa incredibile? È finita con lui che salutava tutti dicendo: “Grazie, siete stati gentilissimi, tornerò”. Surreale».

Usare un termine come Eterofobo ribalta completamente la prospettiva. Funziona come tecnica?

«Sì, il meccanismo del paradosso funziona proprio perché non c’è un attacco frontale. Non sto dicendo al maschio etero che lui non va bene. Gli sto solo mostrando che, nello stesso identico modo in cui la società dice a me che non vado bene, io potrei fare lo stesso con lui. Quando le persone vedono questo specchio ribaltato, ridono e capiscono che le motivazioni per cui veniamo discriminati sono solo idiozie. Chiaro, è difficile che un omofobo radicale paghi il biglietto per venire a vedermi a teatro. Ma chi ci viene anche solo per curiosità, esce con il dubbio che forse non ho tutti i torni».

È uscito il tuo primo romanzo, Il Gay Felice. Com’è stato scendere dalla giostra dei video verticali per metterti a scrivere un libro?

«Il titolo riprende un format video che facevo tempo fa, dove interpretavo un personaggio che non percepiva la propria omosessualità come un problema. Quando la casa editrice mi ha proposto di scriverci su, ho subito detto: “Ok, ma facciamo un romanzo”. Volevo raccontare la storia di Michelangelo, un ragazzo che ha il problema opposto: per lui, ogni cosa che va storta nela vita è colpa del fatto che è gay (gli si i luminano gli occhi dietro l’aria spigliata mentre si sistema il cappelo blu con un gesto che tradisce un pizzico di timidezza, ndr). Mi sono chiesto: "Se eliminassimo la percezione del giudizio esterno, come cambierebbe la nostra vita? Cosa succederebbe se spegnessimo l’interruttore della discriminazione nella nostra testa?" Mi sono divertito da matti a scrivere questa storia. Quando lavori tanto con la tua immagine, se riesci ad abbandonare un attimo l’ego, ti rendi conto di quanto sia terapeutico raccontare di qualcun altro senza doverci per forza mettere la faccia. Ci ho messo le dita, la mente, il cuore. È la cosa più bela che io abbia mai fatto».

Chiudiamo con un'istantanea sul futuro. Cosa ti senti di dire ai ragazzi e alle ragazze che quest'anno sfileranno al loro primo Pride?

«Di godersela fino in fondo. Il Pride è un luogo di meraviglia collettiva. Oggi è rarissimo sentirsi così profondamente parte di una comunità, protetti e liberi. E soprattutto, ricordatevi che non c’è un dress code per essere queer: non devi per forza venire sui tacchi o svestito. Puoi presentarti vestito come il più basic degli etero o la più basic delle etere, e l’abbraccio sarà esattamente lo stesso. Godetevi la bellezza che nasce quando smettiamo di nasconderci.»

Team IED, Barbara Isabel Campoli, Giada Galletti, Elisea Marchetti

PH, Carolina Smolec

Videomakers/DOPs, Flavia Castellacci, Matteo Farullo

Producer/Editor, Bernardo Savastano

Editor in Chief, Martina Mozzati

Location, Gay Street di Roma (Via di San Giovanni in Laterano), Coming Out Shop