Sono seduta in auto nel parcheggio di Costco, grande catena di ipermercati all’ingrosso qui negli Stati Uniti. Intanto fisso la app di Instacart, azienda che si occupa del ritiro e della consegna di prodotti freschi e alta qualità. È la prima settimana che lavoro come personal shopper, mi occupo cioè di consegnare cibo agli utenti della piattaforma per arrotondare il mio misero stipendio da dottoranda in Nevada. Oggi, però, non è arrivata nessuna richiesta dagli utenti, il che significa che al momento non sto nemmeno rientrando nei 22 dollari che ho speso per la borsa della spesa isolante raccomandata da Instacart come parte delle sue “best practice”. Mi restano circa 30 chilometri di benzina e l’ansia comincia a farsi sentire. Apro TikTok e digito «Instacart come ricevere ordini». Ancora non lo so, ma sto per finire in un tunnel che mi risucchierà per le prossime sei settimane.
Il primo video in cui mi imbatto mostra una giovane donna di nome Shelly Kowatch (@ShellyKowatch), strizzata in leggins e reggiseno sportivo, circondata da prodotti alimentari di ogni genere nella sua cucina che è grande il doppio del mio appartamento. Lei e suo marito hanno combinato un bel pasticcio, spiega, sollevando una grossa scatola di cartone piena di articoli: hanno speso quasi 800 dollari in una solo sessione di spesa da Costco. Con una minuzia che trovo un po’ perversa, mostra gli articoli uno per uno: confezioni di bacche di açaí surgelate, tacchino, pancetta, un’anguria, vasetti di yogurt, una confezione gigante di formaggio spalmabile, barattoli di guacamole. «C’è così tanta roba che non so neanche dove metterla», dice. Sono al tempo stesso ipnotizzata e turbata, perché quello che dovrebbe essere il più innocente dei contenuti (il racconto di un giro in un discount) improvvisamente scatena la mia più fervida invidia.
Scorro i 668 commenti del video e scopro con un certo sollievo che non sono la sola. «Ma come fai a permettertelo?», le chiede un’utente, con tanto di emoji in lacrime. Un’altra ancora scherza: «Spero un giorno di arrivare anch’io a poter spendere per sbaglio 800 dollari da Costco». E così capisco: non è il negozio in sé ad attrarmi, è l’idea di essere in grado di poter comprare tutto quel cibo in una volta. Con il mio PhD, guadagno circa 30 mila dollari all’anno: è già tanto che io a fi ne mese riesca a mettere in tavola qualcosa. Senza neanche accorgermene, mi ritrovo a scrollare migliaia di contenuti a tema «spese di lusso». Scopro che esistono creator che catapultano chi li guarda in un universo parallelo in cui si possono spendere 88 dollari per un gel commestibile a base di muschio marino.
Ma non è questo il punto. Piuttosto, tutte queste giovani influencer bionde che si muovono con disinvoltura fra i corridoi dei supermercati e senza alcuna preoccupazione riempiono i loro carrelli di verdure biologiche e pesce fresco, sbattono in faccia ai centinaia di migliaia di utenti che le seguono un fatto molto serio: la maggior parte di noi non può permettersi di comprare quello che vorrebbe quando fa la spesa. Nel parcheggio, finalmente, sul mio Instacart arriva la notifica di un ordine. Un cliente ha acquistato un pollo arrosto. E nient’altro. Guadagnerò solo 14 dollari per questa consegna, ma non ho molta scelta. Entro, prendo il pollo e guido per 40 minuti per raggiungere un quartiere che dista circa 32 chilometri. Come da istruzioni, lascio il sacchetto fuori da una bella casa col giardino. Torno a casa, mi sdraio sul pavimento e inizio a scrollare altri video di persone che fanno la spesa.
Che la gente sia ossessionata dal modo in cui i ricchi spendono i loro soldi non è un fatto nuovo. Anch’io, da millennial cresciuta su Internet, ho passato ore a guardare gli unboxing di lusso fi n dagli albori della cultura degli influencer su YouTube: gite da Sephora con budget illimitati, pacchi di Hermès con nastri, video che hanno permesso a utenti come me di sbirciare con entusiasmo lo shopping sfrenato. Che tipo di persona spende cifre così ridicole per il proprio aspetto? Mi chiedevo. Ma anche: quanto sarebbe incredibile poterlo fare? Oggi aggiungo: ma questa roba quanto è immorale verso chi non ha niente? E quanto è dannosa per il Pianeta? Anche come risultato del consumismo smisurato degli ultimi decenni, in coda a pandemia e guerre, oggi il sistema occidentale sta collassando su se stesso e le generazioni più giovani si trovano schiacciate da una crisi economica che sembra aver travolto ogni cosa, per cui soprattutto nei centri urbani, dove però è anche meno complicato trovare un lavoro, tutto è diventato inaccessibile: gli affitti, i mutui, ma anche i taxi o una cena fuori con gli amici. E così, ai giovani adulti non resta che sognare attraverso gli schermi del proprio smartphone vite che non possono avere.
I dati indicano che la generazione Z dedica più di tre ore al giorno, più di qualsiasi altra generazione, alla ricerca online di acquisti immaginari. Case che costano 200 volte il loro affi tto annuale, vacanze da sogno in resort a 5 stelle, stivali di Jil Sander. E ora, anche cibo costosissimo. D’altra parte fare la spesa costa in media il 43% in più rispetto a quattro anni fa. L’infl azione negli Stati Uniti è così alta che ad agosto Kamala Harris aveva annunciato che, qualora fosse stata eletta, avrebbe promosso il primo divieto federale di speculazione sui prezzi dei generi alimentari.
Brooke Baevsky (@ChefBae), una chef privata di 29 anni che lavora a Los Angeles per celebrità come Paris Hilton e Adam Sandler, si è costruita un grande seguito sui social grazie ai suoi contenuti registrati nei supermercati. Spesso si riprende mentre fa la spesa da Erewhon, un negozio di alimentari di lusso che ha dieci sedi a Los Angeles. In un video, Baevsky riempie due carrelli, poi mostra alla telecamera un lungo scontrino. Il totale è di oltre 2900 dollari. Un altro video virale ritrae Baevsky mentre si procura gli ingredienti per una cena a base di pizza richiesta da un cliente. Nel suo carrello finiscono fi chi biologici, polveri di funghi, farina senza glutine, aceto balsamico da 35 dollari, una fi aschetta di olio d’oliva da 42 dollari e due bottiglie di acqua purificata da 26 dollari, oltre al caviale da 200 dollari, miele di manuka della Nuova Zelanda, scaglie d’oro commestibile a 24 carati. «Mi sono sentita povera dopo aver visto questo video? Sì», scrive una commentatrice. «Mi è piaciuto comunque? Sì». Baevsky riconosce che i suoi contenuti sono una lente sulle disparità di classe sempre più marcate. «La gente entra in questi negozi come in un museo, per osservare, non acquistare. E si chiede: “Chi compra davvero questa roba? E a che cosa serve?” Il mio compito è rispondere a questa domanda», mi spiega. Altri creator trasformano l’incredulità per i prezzi alti in un gioco.
In un TikTok, l’utente Vanessa Nagel (@VanessaLeeN) e un'amica cercano di indovinare il prezzo di una grossa confezione di frutti di bosco in un Erewhon. Una di loro ipotizza 19 dollari, l’altra 24. In realtà ne costa più di 40. Sono video creati appositamente per provocare e suscitare indignazione, ma gli utenti non riescono a smettere di guardarli. Durante una visita antropologica a un Erewhon quest’estate, io stessa ho visto diversi gruppi di ragazze filmare il loro sconcerto per i prezzi – e il fatto che effettivamente esistono persone che lì dentro ci fanno davvero la spesa. In netto contrasto con tutto questo – o forse per bilanciare il senso di colpa?, Baevsky mi racconta che tiene corsi di cucina dopo la scuola per le famiglie in condizioni di insicurezza alimentare, un lavoro che le sta molto a cuore. È cresciuta in una contea del Massachusetts occidentale dove quasi la metà dei nuclei familiari non ha accesso a cibo sano. Sui suoi canali social, si impegna anche a integrare consigli di cucina per i follower, adatti a ogni tipo di budget. Ma la verità è che niente è virale come i suoi video in cui mostra come si nutrono i ricchi.
Un paio di estati fa ho trascorso le mie vacanze a Los Angeles fingendo di potermi permettere uno stile di vita costoso. Non era mia intenzione: il piano era vivere con il minimo indispensabile, mentre facevo ricerche per un romanzo. Senza farlo apposta, poco dopo il mio arrivo ho iniziato a vivere come una che frequenta corsi di hot yoga e setaccia i mercatini delle pulci alla ricerca di jeans vintage e tazzine giapponesi dipinte a mano. Il supermercato di quartiere era diventato la mia principale attrazione, con i suoi formaggi importati dalla Francia e dall’Italia, i succhi spremuti a freddo, i fiori freschi di campo. Volevo troppo essere il tipo di persona che poteva permettersi quelle cose. Sui social è pieno di ragazze impegnate in simili giochi di fantasia economica, ma con un tocco di ironica trasparenza e una (triste? confortante?) consapevolezza che sostenere questo stile di vita sia in realtà impossibile.
Un post girato fuori da un Whole Foods, altra catena di supermercati di fascia alta che si può trovare anche nel Regno Unito, mostra la creator Alina Ayoub (@Alina.Ayoub) che spinge un carrello pieno di sacchetti nella tipica carta riciclata marrone e verde del negozio. Il copy sotto il video recita: «Io facendo il cosplay di una ricca casalinga che mangia solo biologico e non si preoccupa delle ripercussioni finanziarie di un cetriolo da 8 dollari». Un’altra utente di nome Kayla Ronquillo (@KaylaJollibee) ha pubblicato un video che la ritrae nel dehor di un Erewhon mentre si accinge a mangiare alcuni degli articoli più richiesti del negozio: le Buffalo wings di cavolfiore, i maccheroni al formaggio senza glutine, il sandwich di sushi al tonno piccante («obvs») e un frullato Winnie Harlow x Steens Honey x Erewhon Island Glow a base di polvere di spirulina blu biologica, un frutto del drago rosso e peptidi di collagene alla vaniglia. «Fare finta di essere un’influencer di Los Angeles è il mio nuovo hobby preferito», ha scritto nella didascalia della clip. «Però, non chiedetemi quanto ho speso».
In un altro Whole Foods, si osserva su TikTok la nutrizionista Taylor Grasso (@SimplyHealthyRD) vestita con una giacca di jeans e un cappellino da baseball da cui fuoriescono i capelli arruffati mentre cammina lungo un corridoio. La sua missione: «Fingere di essere una mamma ricca e sexy di downtown che fa la spesa qui». La beauty influencer Anna Annora (@Anna_Annora) offre un manuale estetico per questo tipo di consumatrice. Bastano 12 semplici passaggi: una leggera passata di colore sulle labbra e sugli zigomi, un po’ di correttore, uno strategico contouring luminoso, sopracciglia rinfoltite, una sfumatura di eyeliner, un po’ di lentiggini realizzate con la penna di ColourPop nella colorazione Soft Brown [in Italia non arriva, ma ci sono validissime sostitute, NdR] sul naso, cipria fissante, una seconda applicazione di blush, una rapida curvatura delle ciglia, mascara, matita labbra sfumata e una passata di gloss.
Un’altra corrente di questi contenuti “GroceryTok” sembrerebbero suggerire che i prezzi così alti siano giustificati. Come per le fragole Omakase del marchio Oishii, originarie delle Alpi giapponesi e note per la loro cremosa dolcezza. Per un prezzo compreso tra 11.99 e 19.99 dollari, si può acquistare un elegante contenitore con ben 11 fragole, ognuna inserita nella propria fessura protettiva. «Ne vale la pena solo per la confezione», afferma Meg Radice di @TheVIPList in una review. In un TikTok con oltre un milione di like, la creator Lizzie Dushaj (@Lizzie-Dushaj) assaggia il ghiaccio da cocktail del marchio Penny Pound Ice venduto da Erewhon. Il sacchetto contiene otto sfere di acqua ghiacciata da più di sei centimetri e costa 30 dollari. «Oh mio Dio, sembra una sfera di cristallo», commenta, tenendo in mano il pezzo di ghiaccio che nel frattempo si sta sciogliendo. «Io non posso permettermi manco il pane», scrive qualcuno nei commenti.
La lifestyle creator Kayla Brown (@KaylaArgyle), invece, racconta di aver chiuso con gli acquisti sfrenati al supermercato, anche se un tempo era piuttosto nota proprio per questo tipo di contenuti. Ultimamente, nel tentativo di essere più vicina ai suoi follower e ridurre gli sprechi, usa una lista della spesa da cui depenna ogni volta i cibi messi nel carrello. «Molto soddisfacente», scrive qualcuno nei commenti. Ho provato una simile sensazione di calma guardando un video della YouTuber Paige Turner (@PaigeTurnerASMR), in cui mi viene proposto un viaggio sussurrato attraverso un Whole Foods quasi deserto. Turner picchietta le sue lunghe unghie argentate sui barattoli di confettura biologica e sulle confezioni di cracker a base di riso nero.
Nel frattempo, nel supermercato della stessa catena dove faccio la spesa a Las Vegas, intere corsie di articoli sono state messe sotto chiave, chiuse dietro pannelli antifurto, una pratica che sembra essere sempre più diffusa nei quartieri a basso reddito. Non è più possibile prendere liberamente gli articoli, leggerne le etichette. Bisogna chiedere il permesso, più e più volte, all’impiegato che custodisce la chiave. Rifletto sull’estate che ho trascorso prima di iniziare il lavoro con Instacart. Ero tornata a Los Angeles per revisionare il romanzo. Ho trovato un lavoro da cat sitter in una zona ricca vicino al Griffith Park e mi sono organizzata per alloggiare gratuitamente nell’elegante appartamento della proprietaria, un’arredatrice di scena in pensione. Mi aveva lasciato alcuni prodotti in frigo: tacchino a fette, formaggio svizzero, maionese light. Dovrebbe bastare per un panino, recitava un post-it giallo. Era ben lontano dagli epici TikTok sulle spese di lusso, ma sufficiente per farmi sentire coccolata.
La mia università offre un servizio di mensa per studenti, personale e docenti. Sono felice che esista, ma non sono mai riuscita a entrarci. Troppo imbarazzata per ammettere che potrei aver bisogno di questo tipo di aiuto, sono sempre passata oltre, senza rallentare, spaventata all’idea della vergogna che avrei provato se qualcuno avesse visto la mia auto in quel parcheggio. Ora mi chiedo se il vero gesto a cui aspirare non fosse invece accostare. Per curiosità, cerco “haul mensa” su TikTok. Clicco su un video di luglio di una creator di nome Alyshia Abbascia (@A.Abbascia), che nel titolo sottolinea di essere una madre single. La clip la mostra mentre arriva a casa con delle buste della spesa provenienti da una mensa della Carolina del Nord. Mentre le posa sul pavimento, dice: «Questa è una cosa che non avrei mai pensato di condividere su Internet. È una cosa che non condivido nemmeno con le persone che conosco». Le utenti, me compresa, sono contente che l’abbia fatto. Ci sono più di 1.800 commenti. «Sono davvero orgogliosa di te. Stai facendo del tuo meglio». «Non c’è niente di cui vergognarsi. Non sei sola. La situazione è molto difficile per tutte, ma terremo duro».
Guardo qualche altro haul ambientato nelle mense. I creator parlano con meraviglia e stupore di casse di patate, spaghetti, lenticchie e noci, enfatizzando quanto siano felici di aver superato l’imbarazzo di chiedere aiuto e alzare la mano. Quei video non suscitano alcuna fantasia: non si parla di estetica dei prodotti, non c’è ASMR, non c’è più il ticchettio delle unghie finte su barattoli di vetro di ceci da 20 dollari. Dimenticatevi le atmosfere dei reel degli influencer e tornate con i piedi per terra, come ho fatto io dopo aver perso tempo cercando qualcosa che non potrò mai avere. Qui, alla fine della mia ricerca, forse ho finalmente trovato il mio posto felice, dove tutte le fragole, di qualsiasi marca e provenienza, hanno un sapore buonissimo.














