Chi vive da poco in un quartiere come Corvetto, alla periferia sud-est di Milano, spesso si trova a giustificare come mai abbia deciso di trasferirsi qui. È una situazione che capita a tutti i trenta o quarantenni che negli ultimi anni sono stati attirati in questo angolo di città da una rara combinazione fatta di prezzi delle case ancora abbordabili e buoni collegamenti con i mezzi pubblici. Insegnanti precari, impiegati per agenzie creative, giornalisti a partita Iva provenienti da altri quartieri della città o, più spesso, da altre regioni del Sud e del Centro. La sera si ritrovano ai tavolini del chiosco di Giacomo, uno dei pochi spazi di socialità esistenti ai piedi del cavalcavia che taglia a metà piazzale Corvetto. E devono in qualche modo confrontarsi con la realtà della periferia e con gli stereotipi che la accompagnano. Spesso descritte come luoghi monolitici, condannati al degrado e alla marginalità, o al contrario con i toni un po’ zuccherosi della “periferia autentica”, dove le difficoltà sono compensate dal senso di comunità e dalla solidarietà, le periferie urbane di solito non sono né l’una né l’altra cosa. Tra novembre e dicembre dello scorso anno, le proteste per la morte del diciannovenne Ramy Elgaml hanno portato Corvetto, per qualche settimana, al centro dell’attenzione mediatica.
Il quartiere è stato frettolosamente paragonato alle banlieue parigine, e quell’esplosione di rabbia è stata ricondotta soprattutto a una questione di ordine pubblico e all’insicurezza legata all’immigrazione. Una narrazione che fa presa anche all’interno del quartiere stesso, dove la comunicazione tra le diverse comunità di abitanti – le famiglie e i giovani con background migratorio, gli anziani che vivono qui da decenni, e i giovani italiani arrivati negli ultimi anni – è spesso difficile. Corvetto infatti è innanzitutto un quartiere sfaccettato, in cui convivono situazioni molto diverse a pochi isolati di distanza. Le case popolari fatiscenti gestite dall’Aler si affiancano a complessi residenziali appena ristrutturati, nuovi palazzi di uffici e progetti immobiliari nati sull’onda della gentrificazione. «Crescere a Corvetto sicuramente ti dà un’identità. Il caseggiato in cui cresci, le persone con cui vivi, le scuole che frequenti, e ovviamente la situazione economica di partenza fanno la differenza. Così come le occasioni, le persone che incontri – che sia l’insegnante a scuola, il vicino di casa o il parente», racconta Stefano Pasta della Comunità di Sant’Egidio, che a Corvetto ha dal 2019 una sede in cui svolge diverse attività, come il doposcuola, a cui partecipano circa un centinaio di ragazzi e ragazze della zona. «È un quartiere ad alta densità abitativa, ma in cui si può vivere isolati e disconnessi gli uni dagli altri, anche se si abita attaccati. Ma è anche un quartiere ricco di realtà sociali». Da maggio 2024 ha aperto a Corvetto la redazione milanese di Scomodo, un giornale realizzato da ragazzi under 30. «Siamo ancora in fase di radicamento: per fare questo lavoro in modo che sia costruttivo e non soltanto estrattivo servono tempo e pazienza», racconta Giulia Lineette, responsabile della comunità della redazione. «Non possiamo ancora dire di essere un punto di riferimento per i ragazzi della zona, ma è sicuramente tra i nostri obiettivi. Richiede però un lavoro più lento e profondo». Specialmente dopo il caso Ramy, anche i ragazzi di Scomodo si sono confrontati con la narrazione mediatica della periferia. «Durante un’assemblea – racconta Lineette – un ragazzo che abita in zona, Roberto, originario della Campania, ha fatto una riflessione interessante, paragonando il modo in cui sente parlare di Corvetto al modo in cui spesso si parla del Sud Italia. C’è un certo disagio nel sentirsi parte di una zona d’Italia, o di Milano, che viene spesso dipinta in questo modo, come se fosse invivibile».
La stessa narrazione accomuna anche altre periferie, come quella che si sviluppa attorno a via Padova, nel quadrante nord-est di Milano. Qui incontriamo Xhesika, 21 anni, studentessa universitaria e attivista di Cambiare Rotta. «Sono nata e cresciuta in Italia da genitori albanesi e ho sempre abitato in via Padova o in una delle sue traverse. Ho frequentato le scuole del quartiere fino al liceo classico in zona Loreto, dove ero una delle poche ragazze che venivano da un quartiere più periferico e da una classe sociale meno agiata. La mia professoressa ci ripeteva spesso quanto eravamo fortunati a frequentare il classico, che era ancora una scuola d’élite, dove i ragazzi di periferia di solito non vanno». Ma essere una studentessa di seconda generazione significava confrontarsi con ostacoli invisibili ai più. «In quarta era previsto un viaggio in Inghilterra. Non avendo la cittadinanza, vivevo nel terrore di quel momento: il permesso di soggiorno poteva non bastare, forse serviva un visto speciale, e questo significava chiedere ai miei genitori ulteriori sforzi burocratici. Alla fine il Covid ha cancellato il viaggio, ma queste preoccupazioni ti costringono a crescere più in fretta. È un peso che si aggiunge agli altri che già vivono i ragazzi di periferia». I luoghi che si trovano relegati al “margine” di un “centro” – quindi anche la provincia rispetto alla metropoli, e il Sud rispetto al Nord Italia – condividono alcune caratteristiche che si riflettono sulla vita quotidiana dei loro abitanti. Come ha scritto la sociologa Valeria Verdolini, la periferia in fin dei conti «non è altro che la differenza di potere: economico, sociale, culturale». Il potere economico crea confini materiali: l’accesso a determinati spazi urbani dipende dalla capacità di sostenerne i costi. La gentrificazione, i prezzi immobiliari e il costo della vita agiscono come meccanismi di selezione e segregazione. Il potere sociale opera attraverso reti di relazioni: chi vive in realtà liminali spesso ha minore accesso a opportunità lavorative, educative e culturali non per la distanza fisica, ma per l’esclusione da network privilegiati. Il potere culturale si esprime nel modo in cui certi spazi e gruppi vengono rappresentati e percepiti. La narrazione mediatica e politica della periferia come luogo di degrado diventa una profezia che si autoavvera, rafforzando stigmi e barriere non solo fisiche ma simboliche. E alimentano la sensazione di essere ospiti precari in una città che non è davvero per te. Perché, come sottolinea Martina Miccichè, autrice di Femminismo di periferia, essere “margine” è prima di tutto il risultato di uno sguardo esterno, di una narrazione imposta che determina chi è dentro e chi è fuori dal tessuto sociale considerato legittimo. Questi tre livelli si alimentano reciprocamente: la periferia diventa così una condizione che si riproduce attraverso meccanismi strutturali, e non solo attraverso la geografia fisica. C’è però un paradosso nel concetto di margine: ciò che viene definito “periferico” o “marginale” rappresenta in realtà la maggioranza dell’esistente. Che si parli di territori urbani, di corpi o di identità, ciò che si discosta dal modello dominante – presentato come “norma” – è quantitativamente predominante. Eppure, è questa maggioranza a dover costantemente adattarsi a standard pensati per una minoranza privilegiata. Questa contraddizione si nota chiaramente nell’architettura delle città, che riflettono le dinamiche di potere e le disuguaglianze di genere e intersezionali. Le infrastrutture urbane sono progettate principalmente per un cittadino-tipo: uomo, giovane, sano, automunito. Chi non rientra in questo modello – donne, migranti, anziani, persone con disabilità – si trova a navigare una città poco accogliente, carente di servizi essenziali: dall’illuminazione adeguata agli spazi di aggregazione gratuiti, dai percorsi accessibili ai luoghi sicuri di socialità non commerciale. Anche per le nuove generazioni, spesso con un background migratorio e senza cittadinanza, le barriere possono essere tante e provocare un senso di rabbia e frustrazione. «Un ragazzo mi ha detto: noi siamo il fanalino di coda di Milano. Corvetto è un quartiere caratterizzato da una forte presenza giovanile, ma molti di loro si sentono degli scarti, anche se sono a dieci minuti di metropolitana da piazza Duomo», sottolinea Stefano Pasta di Sant’Egidio. Crescere in determinate periferie, però, forgia anche un forte senso di identità e malgrado le difficoltà, non tutti i ragazzi che le abitano vogliono andarsene. «Io in realtà mi sono sempre trovata bene in via Padova», racconta Xhesika, «è una zona in cui mi sento a mio agio, a differenza di altri quartieri più centrali. Ed è qui che vorrei continuare a vivere, prezzi permettendo». Ma è proprio la questione abitativa a rappresentare una delle sfide più urgenti, non solo a Milano. «Secondo me quello che succederà», continua Xhesika, «è che le famiglie, i lavoratori, soprattutto quelli più fragili economicamente, verranno man mano espulsi e relegati a quartieri sempre più periferici, con un confine che si sposta sempre più in là, senza risolvere il problema». Di fronte a questo scenario, Xhesika propone una risposta comunitaria, che trasformi l’isolamento in connessione: «Io credo che sia importante non attraversare questi quartieri a testa bassa, come vittime, ma cercare di coltivare la rabbia – che è legittima – dandole però una direzione, un fine, costruendo momenti di aggregazione che aiutino a trasformare la vergogna individuale di non sentirsi all’altezza in una consapevolezza collettiva».











