Sui social, ormai, è sempre più frequente imbattersi in challenge o trend. Nel primo caso si tratta di sfide lanciate dagli utenti nei confronti di altri utenti; nel secondo caso si tratta di una moda lanciata da un utente che nel giro di poco tempo diventa virale ed emulata da sempre più persone, dentro e fuori dal social da cui è partita.

La nascita di un trend

Una delle tendenze più diffuse, in questo periodo, è «Ho incontrato il me stesso a 12 anni per un caffè». Si tratta di video di persone che scrivono - e in alcuni casi interpretano - testi molto emozionanti, in cui raccontano di aver preso idealmente un caffè con se stessi, ma nel passato, e di essersi raccontati alcune cose. Di solito, questi video sono accompagnati da immagini intense ed emozionali: può essere una marea che si muove al rallentatore, così come una persona che si trucca, davanti allo specchio, ma ha l’aria pensierosa e riflessiva.

Per le persone che decidono di partecipare, questo è un modo per raccontare i propri traumi adolescenziali e cosa hanno dovuto passare per arrivare lì dove sono. All’interno di questi video è possibile trovare di tutto: lezioni di vita che spingono a non rinunciare mai all’amore; una finestra sul passato e sulle difficoltà economiche che le persone hanno dovuto affrontare e che sono riuscite a superare; racconti motivazionali e storie di persone che sono riuscite a lasciare la propria città per cercare fortuna altrove. Quello che però ha reso questo trend davvero virale è stata la condivisione di una poesia di Jennae Cecelia.

The moon will shine for us too

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Credit: courtesy photo

Una tendenza disturbante e a volte fuori luogo

L’idea di incontrare se stessi da bambini, nella speranza di lenire le sofferenze del passato o di sollevare se stessi da un certo dolore subito, è una tendenza a metà tra carino e disturbante. Va bene lasciarsi andare al dispiacere e a momenti depressivi, l’importante però è non crogiolarsi mai troppo nel dolore. Più che un tentativo di fare pace con la propria sofferenza, sembra che questa tendenza sollevi una questione ben più profonda: la solitudine a cui ormai siamo prevalentemente esposti.

Secondo una ricerca dell’Office for National Statistics, un milione di persone tra i 16 e i 29 anni hanno sperimentato la cosiddetta solitudine cronica“; ulteriori ricerche hanno confermato che chi non riesce a creare connessioni significative e di qualità nella sua vita ha il 2,25% in più di possibilità di ricevere una diagnosi di depressione.

Viviamo tempi difficili, in cui le notizie sono spesso nefaste e il tema principale è la guerra, in ogni sua forma, a prescindere dal luogo in cui ci troviamo. Non ci si deve meravigliare, quindi, se trend come questo prendono piede.

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Cosmopolitan UK

La spettacolarizzazione del trauma è davvero efficace?

Secondo la dottoressa Gayle Watts, questa pratica di parlare con il sè adolescente è parecchio diffusa anche in psicoterapia: «Lo scopo è quello di rivedere le esperienze passate con la saggezza e la compassione di adesso, per vedere anche fino a che punto siamo riusciti a superare il nostro dolore. Stiamo vivendo un periodo fatto di solitudine diffusa, pressioni finanziarie e incertezza; le persone sono alla ricerca di modi per elaborare le loro esperienze».

Sulla carte è un esperimento notevole, che rischia però di farci ragionare su traumi che forse non avevamo mai preso in considerazione. Non è necessariamente un atto performativo, ma forse è un modo come un altro per avere qualcosa da dire.

In un certo senso, è una forma di lucro basata sulla spettacolarizzazione del trauma, con lo scopo di ottenere nuovi followers e popolarità. Secondo la psicologa Maytal Eyal, «Questo tipo di contenuti sono una versione sintetica della vulnerabilità simile a un fast food, perché accessibile facilmente, prodotto in serie, magari anche gustoso ma totalmente privo di sostentamento».

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We Are//Getty Images

Parola d’ordine: autenticità

In che modo, però, la condivisione di questo tipo di contenuti sortisce l’effetto sperato? Qual è la sua reale utilità? Secondo il dottor Watts la differenza la fa il modo con cui approcciamo al tema: «L'autenticità è la chiave quando si condividono esperienze personali online: mentre la vulnerabilità può essere un potente strumento per la connessione, è importante chiedersi perché si sta condividendo in primo luogo».

Non si tratta, quindi, semplicemente di collezionare like, quanto più di impegnarsi in conversazioni autentiche: «La vulnerabilità - prosegue Watts - è più significativa quando è condivisa con l’intenzione, più che con le prestazioni».

Tradotto da Cosmopolitan UK

Articolo scritto da collaboratori esterni, per info e collaborazioni rivolgersi alla redazione