Da sempre e sotto molteplici aspetti, la parola matrimonio è legata al concetto di dovere. È così etimologicamente, legalmente, culturalmente, socialmente. Liste di doveri passati, presenti, più o meno validi - da quello originario per la donna di diventare “mater” (lo dice la parola stessa) alla fedeltà, la convivenza, l’abito bianco, le fedi. Sono doveri che oggi interrogano una visione sempre più fluida delle relazioni e della vita stessa. Una visione che separa il vincolo del dovere dalla promessa di impegno, altrettanto tenace ma più malleabile tra tante incertezze. Le nostre esistenze incasinate, la ricerca sempre più dilatata di noi stessi, i tempi e gli spazi duplicati nella coppia, i lavori precari e le leggi che faticano a rispecchiare l’idea moderna di famiglia ci spingono a ripensare il matrimonio come spazio di sperimentazione.
Oggi anche il “per sempre” è contingentato al portare a casa la giornata, il ricevimento di nozze può essere un pic-nic, e ci si può sposare anche vivendo in punti diversi del mondo, a chilometri di distanza. È quello che è successo a Costanza, 34 anni e Cristian, 46, sposati da tre anni senza mai condividere stabilmente la stessa città. Ripercorrere la loro storia è tracciare un segno rosso su un mappamondo sfuggendo a regole e luoghi comuni su amore e destino. Lui è di Torino, lei di Cava dei Tirreni in provincia di Salerno, ma si sono conosciuti nel 2014 nel capoluogo piemontese. Lì hanno convissuto mentre lei faceva il dottorato a Pisa: metà settimana in una città, metà nell’altra. Poi la distanza è aumentata.
1.
«Nel 2017 mi sono trasferita a New York. Cristian aveva una carriera avviata in Italia mentre io lavoro nella ricerca accademica, un settore che in Italia è iper precarizzato ed estremamente povero di risorse: in tutta la nostra storia la carriera e il mercato del lavoro
ci hanno costretti a pesanti compromessi».
2.
«Quando c’è l’Atlantico di mezzo, è il fuso orario a pesare di più. A NewYork calava il silenzio dall’Italia intorno alle 18, mentre per Cristian a Torino la giornata cominciava senza poter condividere nulla per ore. Incastravamo brevi telefonate come rituali quotidiani, mentre uno pranzava e l’altra correva verso la metro. Abbiamo a lungo usato Facebook come diario condiviso: ci lasciavamo delle lettere in un gruppo privato per raccontarci cose tanto straordinarie quanto banali e creare una memoria condivisa di momenti vissuti separati. Abbiamo imparato che la vicinanza è un sentimento che va coltivato».
3.
«Col tempo abbiamo iniziato a parlare di matrimonio: per immaginare un futuro insieme non bastavano più promesse e desideri, ma c’erano pesanti vincoli burocratici legati alla distanza. Con il Covid è cambiato tutto: sono tornata temporaneamente in Italia e lì abbiamo capito che nel nostro legame c’era abbastanza forza da sostenere i desideri di realizzazione individuali insieme al progetto di una vita assieme, ovunque ci trovassimo. Ci siamo sposati nel 2021: la pandemia ci ha costretti a una festa intima ma questo, insieme al fatto che non vedessimo tanti dei presenti da più di due anni, ha reso il matrimonio un momento di condivisione e riunione particolarmente intenso. A dispetto di un mio scetticismo iniziale, ho rivalutato il valore simbolico del rito e la sua capacità di costituire una comunità».
4.
«Dopo il matrimonio la distanza è continuata: prima Torino-New York, poi Torino-Roma quando, nel 2023, sono riuscita a rientrare in Italia. È diventata, però, meno spaventosa. Qualche volta in famiglia è stato difficile far percepire che, anche dopo il matrimonio, la relazione a distanza fosse una scelta condivisa, parte di un progetto per il futuro, anche se usciva dagli schemi tradizionali. Abbiamo intorno, però, persone che ci vogliono bene, che ci capiscono perché magari hanno avuto lunghe storie a distanza, che ci accettano
per come siamo e che ci hanno supportato anche nei momenti di crisi della nostra storia».
5.
«Non vuol dire che sia stato facile. Il distacco della partenza non si affievolisce col tempo e gli addii continui diventano estenuanti. Ogni volta che ci si saluta si ha la sensazione che tutto quello che si costruisce insieme venga fatto e disfatto. Per chi parte c’è l’isolamento e la lontananza, ma anche l’energia di un nuovo progetto. Per chi resta, alla familiarità della vita quotidiana si accompagna una gran malinconia, un senso di vuoto ben più evidente, lasciato da chi è partito».
6.
«Oggi siamo di fronte a un nuovo capitolo. Si sta aprendo la prospettiva di un lavoro a Milano che mi permetterà di fare base a Torino, almeno per un po’. A settembre dovrebbe iniziare la nostra convivenza stabile da marito e moglie. Ci aspetta una fase di adattamento
per riprendere il ritmo e gli spazi della vita in due, ma non siamo preoccupati, anzi, siamo entusiasti! Un sentimento che non si associa di frequente al decimo anniversario di una coppia».











