Gli ultimi peana dell’industria culturale: rivoluzione in passerella e sui giornali! Alte basse chiatte e normali! Finalmente l’industria della moda s’è svegliata, largo a noi, l’esercito delle persone consapevoli.

Certo, con riserva: una modella strafiga nel mazzo la lasciano sempre. Insomma ci sono le quote panda, l’average Gina, e poi chiaramente una Kaia, una Kendall, una Gigi, una Irina. Cioè una modella come si deve gli serve sempre.

Nessuno si senta offeso, ma sono la simmetria e l’ordine a generare quello che da tempi greci è concetto di bellezza, concetto parecchio oggettivo ma con sfumature di gradazione. Claudia Schiffer degli Anni ‘90 esisteva, ce ne eravamo fatte una ragione. Difficile sollevare obiezioni.

Di Helena Christensen un paio della Milano di trent’anni fa che l’avevano vista dal vivo mi hanno dato la stessa recensione: «mi sono dovuto sedere». Sai quel bello soffocante che si sparge anche nell’aria intorno.

Metto le mani avanti anche adesso, in questo terzo capoverso, nessuno si senta offeso: ho sempre pensato che certi vestiti siano per le alte e allampanate. Gli abiti eccentrici, quelli vistosi, donano solo a certi corpi, le altre, noi, il novantanove percento, figuriamo meglio casual with a twist. Questo è tutto quello che so della moda e mai m’è parsa una tragedia che mi ridimensionava troppo il povero ego.

Certo, devo dire che accolgo con gran sollievo questa tempesta di normalità sui cartelloni pubblicitari con le modelle in costume con un po’ di pancia appena flaccida, benissimo anche le sfilate di Piccioli. Così quando si apre all’improvviso la telecamera frontale queste mattine a trentuno gradi con sveglia alle 6 potrei ricordarmi che sui cartelloni pubblicitari c’è anche qualche bruttina e dirmi un «Vabbé» più convinto, «che sarà mai, io sono interessante, in fondo la bellezza non usa più». Poi ci ripenso e prenoto il parrucchiere: «levami per favore questo castano da ratto».

Siccome il bar ormai è aperto 24 ore al giorno si generano discussioni uguali a quelle degli Anni '90 con Oliviero Toscani ma più lunghe, con dettagli infiniti.

Le posizioni dell’utenza sono varie, tutte corrette e molto articolate.

Ecco come ci si pone di fronte ai nuovi canoni:

  • Il Sognatore Convinto. Finalmente la società civile s’è svegliata, tutti siamo belli a modo nostro!
  • Il Realista. Il brutto non sarà mai bello, perché negarlo. Ma non bello non è un disvalore, mica dobbiamo starci noi sui giornali.
  • Il Cafone. Un cesso resta un cesso, altroché.
  • Lo storico dell’Arte. La bellezza ha canoni più oggettivi di quelli che pensate, è la vita che ci divide in belli e brutti. Su Miriam Leone vi dividete? Ovviamente no.
  • Il Piissimo. Il problema è che nel 2022 non si dovrebbe neanche porre il problema.
  • La reduce del #metoo. È patriarcato.
  • Quello che ne capisce. È marketing, fessi.

Ma qual è la verità adesso sul bello e sul brutto? E davvero magro e chiatto sono la stessa cosa, invisibile agli occhi? Davvero siamo cambiati e non ci importa più?

Dai dispacci ufficiali risulta che le persone con più like dell’universo – sorelle Kardashian, sorelle Hadid, Beyoncé, varie - si liscino con botox e si gonfino di filler - e non bastano i preparati chimici, in faccia servono i filtri. Si impiantano culi di gomma, si sfinano la vita, si sbiancano o s’abbronzano con lo spray, si stirano, si sbiondano, si controllano le foto come maniache e fanno ritirare quelle dove sono venute male.

E invece le nuovissime leve? Che si dice su TikTok? Tira un’aria migliore fuori dalle scuole elementari e medie?

Macché: ci sono dodicenni di 35 anni che sanno truccarsi gli occhi meglio di noi, ballano come a Non è la Rai, sanno cos’è una posizione a tre quarti per rimpicciolire i nasi, sfinare cosce, fare il regghetòn. Esperte di estetica classica dalla prima media. Volevo quindi deludere i rivoluzionari del web, i pubblicitari e quelli della moda: questo movimento di normalizzazione è per noi anziani, le giovani sono devotamente dedicate all’arte di apparire carine, come nel 1950, forse pure peggio.