«Le commedie romantiche non le vogliono più», triste, solitario y final. L’epitaffio l’ha scritto Lynda Obst molti anni fa. Ha lavorato con Nora Ephron, difficile smentirla. Poi è andata proprio così. E per i romanzi vale lo stesso: scrivi una storia d’amore tendenza ordinaria e pare che gli consegni un debito.

Non è solo la commedia romantica a essere sparita. Pure i parenti. Qualsiasi trama che vagamente assomigli a una tradizione di normalità sentimentale: due che si lasciano, poi tornano assieme un po’ cambiati dalle operazioni di compromesso. No, non andava più bene.

Ora il pubblico ha invertito proprio gusti e attese, è diventato vegano con l’amore. Non interessa, casomai ce lo metti come sottotrama ma non devi esagerare.

Non credo mi riprenderò mai dalla delusione di una conversazione con una ragazza più che ventenne che mi disse, dopo una domanda su Alta Fedeltà - quasi scusandosi con me, conoscendo la mia fissazione per quel romanzo: non lo so, mi sembra così, così..

Così?

Vecchio - ha ammesso poi con un sospiro. Mortificata di quella delusione. Ma come vecchio? Rob e Laura siamo sempre noi, o no?

«So cosa non va con Laura. Quello che non va con Laura è che io non la vedrò mai più per la prima, per la seconda, o per la terza volta. Non passerò mai più due o tre giorni in preda all’agitazione, cercando di ricordare com’è fatta, mai più arriverò in un pub mezz’ora prima dell’appuntamento, e fisserò il medesimo articolo di una rivista sbirciando l’orologio ogni trenta secondi. Certo, la amo e mi piace e con lei ho delle belle conversazioni, un sesso piacevole e intense discussioni, e lei si occupa e si preoccupa per me e organizza la faccenda del Groucho, ma quanto conta tutto questo, quando qualcuna con le braccia nude, un sorriso carino e un paio di goffe Doc Martens ai piedi entra in negozio e dice che vuole intervistarmi? Conta poco o niente, ecco la verità, ma forse dovrebbe contare un po’ di più». [N. Hornby, Alta fedeltà, Guanda]

Questo sarebbe vecchio? Tutto è perduto, allora.

Ora ci piace solo Stranger Things, ci piace quello e altre minchiatine da psicoscarrupati. L’arte imita la vita quindi serve arte per ansiosi nevrotici tristi?

Per la difesa: gli anni Novanta sono vivi e resistono. Pretty Woman l’altroieri era in programmazione su Raiuno, ed eravamo oltre tre milioni. Trent’anni, sono passati trent’anni. Com’è possibile? La sappiamo a memoria. Perché allora le stronze lumachine non spariscono dai radar per irrilevanza sopravvenuta?

Perché l’offerta in controprogrammazione - diciamoci la verità, comincia a stufare. È il solito dramma rarefatto.

Si comincia col primo piano sui giorni immobili della vita di qualcuno. Genitori pessimi, droghe, depressioni, gioventù già in cenere manco ardente. Poi il povero protagonista affronterà un lavoro di comprensione di sé lungo e penoso, relazioni disastrose sì, ma usate solo come pretesto per l’operazione «cerco di capire chi sono». “Vissero parzialmente contenti”, pure quello deve essere complicato, non sia mai capitasse una cosa facile e fresca, qualcuno che ti offre un bicchiere d’acqua.

Io capisco che debba essere tutto più adeguato al cambiamento culturale in corso e il grande cambiamento culturale in corso, ci piaccia o no (no) si riduce solo a questo: moltiplicazione dei malesseri. E non dico neanche che dovremmo inventare energie vitali per una generazione che è evidente: non ne ha.

Però forse tre milioni di telespettatori alla cinquantesima replica di quel sorriso di Julia Roberts nei vestiti nuovi non non si sono sbagliati tutti. Un altro modo di raccontare le storie senza troppe afflizioni magari è ancora possibile. Nel caso, ricominciamo, salviamoci.