In principio era il Covid che ci aveva fatto credere che, almeno sul fronte del lavoro, qualcosa avremmo imparato e, come si diceva a quei tempi, ne saremmo usciti migliori. Poi, però, tutto è tornato come prima (solo che alle spalle avevamo i postumi di una pandemia) e allora ecco arrivare le Grandi Dimissioni mentre chi rimaneva sceglieva il Quiet Quitting. Risultato? Non bene. Siamo arrivati a una nuova fase dove la parola d'ordine al lavoro è «insoddisfazione», un fenomeno che si sta estendendo ed è stato definito "Great Gloom", la grande tristezza.

Non che servissero dai dati per farcelo sapere, ma, secondo una ricerca di BambooHR, dall’inizio del 2020 a oggi, la felicità dei dipendenti è costantemente diminuita a un tasso del 6%. Nel 2023, però, le cose sono peggiorate con un calo sempre più forte: i punteggi di soddisfazione generale sono scesi dell’11% da giugno 2022 a giugno 2023. La felicità dei lavoratori, secondo la ricerca, sta diminuendo a un ritmo 10 volte più veloce rispetto ai tre anni precedenti e non è difficile capire i motivi. La pandemia ha mostrato chiare e palesi le esigenze delle persone che, però, non vengono prese in considerazione: maggiore flessibilità, un migliore equilibrio tra vita privata e vita lavorativa, stipendi più alti, soprattutto per i giovani che faticano a emanciparsi tra stage non pagati e contratti precari. In Italia, poi, la situazione è particolarmente sconfortante: guadagniamo in media 15mila euro in meno all’anno rispetto a un lavoratore tedesco, quasi 10mila in meno di uno francese e quasi la metà di uno americano.

Non vogliamo più vivere votati al lavoro a ogni costo perché - noi Millennial l'abbiamo capito a nostra spese - non ne godiamo i benefici né a livello economico né di qualità della vita. Nei giorni scorsi è girato molto il TikTok di una ragazza americana, Brielle Asero, in lacrime mentre dice che il lavoro dalle 9 alle 17 facendo la pendolare la sta consumando. «Torno a casa e posso solo farmi la doccia e dormire. Non ho la forza di cucinare, non ho tempo per fare nulla, non ho l’energia per fare sport». La vecchia guardia dirà, ancora una volta, che i giovani non hanno voglia di lavorare, ma il punto è, piuttosto, che la Gen Z ha ormai un modo ben diverso di approcciarsi al lavoro e non è più possibile vendere ai ragazzi la storia dei sacrifici a tutti i costi a scapito della qualità della vita e, soprattutto, della salute mentale. Dovremmo iniziare a immaginare un sistema diverso o, almeno, un approccio più umano al lavoro.

Questa situazione, secondo Brad Rencher, CEO di BambooHR, non può essere ignorata per sempre. «I complessi problemi di oggi richiederanno che i leader siano proattivi, adattivi e informati sui dati per respingere il Great Gloom», ha dichiarato in un comunicato stampa, «Per avere successo in un mondo in rapida evoluzione, le aziende dovranno dare priorità all’esperienza dei dipendenti in modi reali e significativi come mai prima d’ora». A suo dire, «Qualsiasi approccio che non sia un approccio olistico allo sviluppo del benessere mentale, emotivo e fisico di ciascun dipendente, oltre alle sue competenze» semplicemente «non sarà sufficiente».