“Era il primo giorno di Febbraio. Non sapevo cosa stesse succedendo nel resto del paese, la notizia non era ancora arrivata da noi perché la linea telefonica non funzionava. Poi, all’una del pomeriggio, la televisione nazionale ha annunciato l’arresto del nostro Presidente e di Aung San Suu Kyi”, così inizia uno dei tanti e dolorosi racconti dei primi momenti di un incubo, lì, in Birmania, ormai lungo più di 50 giorni. Lei è Lin, ha 25 anni e vive a Mandalay insieme alla sua famiglia. “I nostri genitori hanno già vissuto questo terrore, i miei avevano 15 anni nel 1988. Allora la tecnologia non c’era e quando le notizie circolavano venivano prese per vere, nessuno poteva diffondere la vera realtà dei fatti o screditare dei dati, in verità, falsi. Oggi abbiamo un potere in più, possiamo chiedere aiuto a tutto il mondo. Mostrare a tutti i paesi, quello che ci stanno facendo”.
C’è chi è più “fortunato”, come Soe. Il dolore per suo popolo e la sua terra lo vive da lontano: “Appena finito il college in Myanmar non sapevo come continuare il mio percorso di studi, sentivo che il mio paese non mi aiutava nella mia crescita personale. Così ho deciso di venire a studiare in Giappone”. Lei segue le brutalità a cui è costretto il suo popolo rimanendo in contatto con la sua famiglia e con gli amici che si trovano al centro della crisi. “Avrei così tante cose da dire a tutto il mondo. Sono a pezzi e mi sembra di essere inutile. Le persone vengono uccise. Le donne. I bambini. Loro erano e sono il futuro del mio paese. Si sono sacrificati per noi. Sarei potuta morire anche io. Dobbiamo assolutamente trovare un modo per far sì che, queste, non siano morti vane. Spero che, in ogni parte del mondo, sentano la nostra voce”. Secondo quanto riportato dall’agenzia stampa britannica Reuters, fino al 25 marzo sono state registrati 320 morti. Secondo la giunta, nel paese, non ci sarebbe un uso eccessivo della forza e le azioni intraprese sarebbero state definite indispensabili per garantire la sicurezza nazionale. WHATTT?! Sì, proprio così. I militari mirano alla testa degli innocenti, ma la giunta continua a negare la brutalità militare. “Le truppe hanno adottato una tecnica, sparano per uccidere per reprimere le proteste”, ha dichiarato Amnesty International. La vittima più giovane è una bambina di sette anni, uccisa dalla violenza militare mentre era tra le braccia del papà, in casa propria. Secondo Save The Children sono almeno 20 i minori di 18 anni, uccisi dall’inizio del colpo di stato. Mentre Reuters dichiara che secondo i dati registrati, circa il 36% delle vittime aveva meno di 24 anni. I dati sono spaventosi.
Ogni giorno i più giovani organizzano proteste che possano avere un grande richiamo pubblico e sociale. Usano abiti particolari, travestimenti d’impatto, per pubblicare, poi, sui social network fotografie che attirino l’attenzione di tutto il mondo. Vogliono essere ascoltati e aiutati. Il 24 marzo il paese ha deciso di rispettare un giorno di silenzio, svuotando le strade e chiudendo i negozi. “La giunta aveva annunciato che il paese stava producendo regolarmente - racconta HM (tutte le testimonianze rimangono anonime per timore di ripercussioni), ventenne di Yangon - Volevamo trovare un modo per mostrare loro che non è vero. È dal 15 marzo che le linee telefoniche sono bloccate, in questo modo è difficile raggiungere tutto il paese. Solo la notte del 23 marzo siamo riusciti a organizzare uno sciopero silenzioso. La giunta ha chiesto che i negozi venissero aperti. Ma nessuno è uscito di casa. È stato un successo. Ma, dall’altra parte dovevano farcela pagare. Durante il giorno l’esercito ha rapito delle persone. E la notte del 24, durante la protesta notturna, i terroristi militari hanno aperto il fuoco. In molti sono rimasti feriti. Molti altri sono morti”. La giunta voleva dimostrare al mondo che, nella loro realtà dei fatti, nel paese non ci sono problemi sul piano economico e anche sociale. “Il silenzio ha un significato molto profondo - dice Soe - I terroristi provano a zittirci ogni giorno con le armi. Dimenticano che non abbiamo paura delle pistole, ma siamo terrorizzati dal perdere il nostro futuro”.
E sono proprio quei giovani che avevano conosciuto negli ultimi anni un briciolo di democrazia, a voler lottare con tutte le proprie forze per far splendere nuovamente il proprio (meraviglioso) paese. “Se falliremo questa battaglia… Ho pensato di togliermi la vita- racconta Tin - Non voglio vivere sotto il governo militare e, anche se sono ancora giovane per pensare ai figli che avrò, non voglio che crescano in questo modo. Le cose peggiorano. I bambini piangono, gli anziani sono preoccupati, gli innocenti muoiono. Vogliamo indietro i nostri leader. Vogliamo giustizia. Vogliamo libertà”,














