Quando arrivo a Firenze con un treno Alta Velocità da Milano sono le 18 e c'è un'afa terribile. Aspetto il tram che dovrebbe portarmi verso la Visarno Arena, dentro l'omonimo ippodromo, per il concerto che attendo da quando sono ragazzina: i My Chemical Romance. Per le strade, sui mezzi e nei bar siamo già tutti vestiti di nero, alcuni con la faccia dipinta, le calze a rete, le borchie e maglie delle band più disparate – dai Blink 182 ai System Of a Down. Addirittura qualcuno indossa la famosa cravatta rossa di Billie Joe Armstrong dei Green Day. Ogni spilletta racconta una storia diversa, ma ci segnala che apparteniamo tutti alla stessa comunità: quella cresciuta nel punk dei primi Anni 2000, sia chi all'epoca già era senziente, sia chi lo ha scoperto crescendo grazie ai cugini più grandi. Come spesso accade, ho iniziato ad ascoltare la band perché piaceva molto a un ragazzo per cui avevo una cotta, nel 2015, qualche anno dopo il loro scioglimento. Mi fa sorridere pensare ora a quella crush, che alla fine mi ha lasciato solo una grande passione per i MCR e Trainspotting, il celebre film Danny Boyle tratto dall'omonimo romanzo di Irvine Welsh. Essere qui, comunque, è un sogno. Perché nel 2015 vedere live The Black Parade, il disco che ha segnato una generazione, sembrava uno di quei rimpianti insuperabili, come non aver visto i Nirvana o i Linkin Park con Chester Bennington. Invece eccomi, in mezzo a migliaia di persone arrivate da tutta Europa.

Il primo atto: la clinica di Draag

Lo spettacolo inizia con il saluto del MOAT, un misterioso organismo governativo di Draag, lo stato distopico creato dalla band per questo tour. Poco dopo parte "Over Fields", l'inno nazionale del Paese: è l'inizio dell'unica data italiana del tour Long Live The The Black Parade, organizzato proprio in occasione dei vent'anni dall'album. Il palco ci porta proprio su Draag, che è una dittatura, con una bandiera, un sigillo ufficiale e un governatore che fa propaganda. È un universo distopico che richiama i regimi totalitari del Novecento, ma anche l'estetica degli ospedali psichiatrici e delle istituzioni manicomiali. Per questo, prima ancora che inizi la musica, sul palco salgono infermieri, soldati bendati, psichiatri, funzionari in giacca e cravatta e assistenti che distribuiscono pillole ai musicisti. È il modo con cui la band fa capire immediatamente al pubblico che quello a cui assisterà non sarà un semplice concerto, ma la rappresentazione teatrale di una storia.

The Black Parade è infatti un concept album che racconta narra le vicende di The Patient, un uomo malato terminale sulla trentina che, mentre si avvicina alla morte, ripercorre tutta la sua vita: le paure, i rimpianti, il dolore, gli errori e gli affetti perduti. Il frontman Gerard Way ha sempre spiegato che non è chiaro se il protagonista stia vivendo i suoi ultimi istanti sul letto di morte o se si trovi già in una sorta di limbo nell'aldilà. Durante questo viaggio The Patient incontra The Black Parade, una processione che lo accompagna alla morte ricordandogli il momento più felice della sua vita, quando suo padre lo portò da piccolo a una marcia musicale.

La band esegue l'album integralmente e nello stesso ordine del disco, ma tra una canzone e l'altra la storia prende vita attraverso piccoli interventi teatrali. Quando si sentono le prime note al piano di "Welcome to The Black Parade" le persone sono in visibilio: è l'inno nazionale di chi si è sentito solo e diverso, e quindi, si piange. Anche durante "Cancer" diverse persone intorno a me piangono e si abbracciano. D'altronde, è la canzone di chi non vuol farsi vedere debole nemmeno sul punto di morte e preferisce, perciò, rimanere da solo. In "Mama" entra in scena Nurse Sylvia, interpretata dalla soprano Charlotte Kelso, che canta la parte originariamente affidata a Liza Minnelli. Sul palco esplodono fiamme e compare perfino un uomo completamente avvolto dal fuoco. La narrazione continua anche nei momenti senza musica. Più volte compare il leader politico di Draag sugli schermi, il cadavere di The Patient viene steso sul palco mentre Gerard Way ne traccia con una vernice bianca il contorno, come in una scena del crimine. Poi quel corpo si rialza e due si affrontano in una partita a tris sul palco, prima che tutto precipiti verso il finale. Quando arrivano "Famous Last Words" e la successiva ripresa della strofa iniziale di "Welcome to the Black Parade", il palco esplode tra fuoco, scintille e colonne di fiamme. Infine, durante "Blood", Gerard Way uccide definitivamente The Patient in un momento molto scenografico con anche del sangue. È la conclusione del primo atto dello spettacolo, prima che il concerto cambi completamente volto e la band si sposti sul secondo palco per abbandonare la finzione e tornare semplicemente a essere i My Chemical Romance.

Sotto la pioggia, il secondo atto

Ed è qui che lo spettacolo si spacca in due, o almeno dovrebbe. Infatti, nell'originale I My Chemical Romance si dovrebbero spostare su un secondo stage più piccolo, montato direttamente in mezzo al pubblico, ma questa volta, dato che il cielo minaccia pioggia, rimangono su quello principale. Lasciandosi alle spalle il loro terzo album e la sua complessa macchina teatrale in scena rimangono solo Gerard Way, Ray Toro, Frank Iero, Mikey Way e i musicisti di supporto.

È il momento riservato al resto della loro carriera, con canzoni come "Na Na Na, Planetary (GO!)" e "Helena", canzoni su cui pogare e cantare, come a qualunque altro concerto. A un certo punto lo show si ferma per cantare "Happy Birthday" al chitarrista Ray Toro. Quando partono gli ultimi pezzi, su Firenze inizia a piovere, ma non si muove nessuno. Dopo tanti anni di attesa, qualche goccia d'acqua è l'ultimo dei problemi. Lo show si chiude con "I'm Not Okay" e l'ultimo pogo è liberatorio.

Sulla strada verso l'uscita centinaia di persone cantano insieme "When I was a young boy...", l'ultimo saluto a uno dei live più emozionanti della mia vita. Per chi è cresciuto con i My Chemical Romance, The Black Parade non è mai stato solo un album. È stato un rifugio sicuro per quando ci si sentiva fuori posto ovunque e per quando il mondo sembrava essere troppo difficile. Vent'anni dopo, quelle canzoni non appartengono alla nostalgia: sono ancora vive. E la parata, a giudicare da stasera, non è mai finita davvero.