La Rampallonta, il concerto-evento-spettacolo teatrale, dei Tamango ha portato migliaia di persone a Gratosoglio, alla periferia di Milano. Ci si arriva con la metro verde, fermata Abbiategrasso - Chiesa Rossa. Da lì c'è un tram che avvicina alla location della grande festa del collettivo torinese, lo stadio Carassai (più un campetto da calcio che altro), oppure due chilometri a piedi. Ma i Tamango sono così, scelgono di portarci distante, di farci vedere posti nuovi, sconosciuti e soprattutto dimenticati della città dove viviamo e lavoriamo ogni giorno, ma anche del sistema che ci circonda.
Di fronte allo stadio c'è il centro sociale Zam, uno dei pochi altri avamposti culturali della zona, sgomberato più volte negli ultimi anni. Alle 18 aprono i cancelli e il campo arido e polveroso si riempie già di gente, sia ospiti sia ragazzi dei Tamango, qualcuno che porta in giro teglie di pizza, qualcun altro che bagna la terra per cercare di contenere la polvere mossa dal vento. Sopra di noi aria di tempesta che per fortuna non arriverà mai.
Il profumo di pizza attira le persone verso i baracchini del cibo e del bere, completamente autogestiti e auto prodotti dal collettivo, così come "T'amangio e T'abbevero", il sito per pagare in anticipo cercando di ridurre la coda. «Abbiamo passato gli ultimi mesi a testare le varie cotture, mangiavamo pizza tutti i giorni» mi spiega Luca, uno di loro. Un'immagine che rende chiaro lo spirito della Rampallonata e dei Tamango, l'idea che per fare qualcosa servano tutti e che tutti siano uguali. E quindi il frontman, Marcello, canta, balla e smonta il palco (e nel farlo si ustiona) esattamente come tutti gli altri.
Fino alle 21, tra pizza e birrette, va avanti un dj set con vinili da centro palco, ovviamente ad opera di un ragazzo del collettivo. Per chi non lo avesse capito qui è tutto autogestito. Anche il merch attira grande attenzione, i vestiti sono tutti di riuso, reinventati. Ci sono magari camice a cui sono state tagliate le maniche, gonne anni 80 e altri capi su cui i Tamango cuciono le bandierine simbolo della seconda Rampallonata, fatte ovviamente, da altri tessuti di recupero. Poco prima del concerto le file per il bagno e il bar iniziano a sembrare inaffrontabili, in realtà però scorrono velocemente. Merito del loro sito.
Poi inizia il concerto e sul palco sorge imperioso un gigantesco diario, realizzato come un vero e proprio libro con pagine che vengono sfogliate nel corso dello spettacolo. Durante il concerto, diventa evidente che ogni pagina segna il passaggio da un atto al successivo – come a teatro – e racconta, attraverso scritte, disegni e immagini, lo scorrere del tempo dall'ultima Rampallonata a oggi, un giorno ogni mese. La band suona in posizione rialzata, sopra questa grande struttura scenografica, quasi affacciata sul diario stesso. Sotto si balla, si canta, si salta e si gioca pure a calcio.
Parte "Oh! Darling", con la vera grande novità di quest'anno: i ballerini. Sul palco vestiti da marinaretti danzano insieme e intorno a Marcello che canta della sua Aston Martin davvero con l'aria di un divo. Poi i costumi spariscono, Marcello è in perizoma pailettato, con un cuore disegnato sulla chiappa, e in men che non si dica senza nemmeno accorgeresene anche tutti gli altri sono in mutande. È assurdo, è magnetico, ed è solo l'inizio. Poi il ritmo si distende, lo show si spoglia e diventa teatro. I monologhi sfogliano le pagine del diario intimo della storia dei Tamango nell'ultimo anno. Tra un monologo e l'altro le canzoni.
Durante "La provincia dei teppisti" la musica si ferma perché qualcuno tra il pubblico si sente male. Succederà ancora, purtroppo. C'è il sole che ha picchiato forte, c'è il caldo, ci sono forse troppe birre, ma soprattutto c'è la terra. Ogni volta che la folla salta e si poga tutti insieme, si alza una nuvola di polvere che ti entra nel naso, in bocca, ti si incolla ai capelli e ti toglie il fiato. A dicembre torniamo alla cena della vigilia di Natale, nella noia dei parenti, in quella solitudine della giovinezza in famiglia. Chi canta è avvolto dalle lucine dell'albero e, in un'intuizione scenica, comincia a nevicare davvero. Poi, il delirio collettivo su "Claudio Bisio", Margherita Vicario sul palco e 5000 persone che cantano "amerò tutte le cose del mondo", lo stage diving di Ben e un viavai continuo sul palco di persone, cantanti, musicisti, performer e teatranti.
Poi salgono dei volti coperti sul palco, l'aria si fa rivoluzionaria: è il momento dedicato alle proteste per la chiusura del centro sociale Askatasuna di Torino. Sul palco si rappa e si parla di mobilitazioni, sotto palco si poga si suda al grido di "Uno tre uno due". Tutti, sopra e sotto, si urla "Tout le monde déteste la police". Non ci sono filtri o mezze misure: questo è uno spettacolo apertamente, sfacciatamente politico. Parla di Resistenza, di diritti calpestati, di ultimi, e del bisogno viscerale di riprendersi spazi di aggregazione che stanno scomparendo. Il diario intanto continua a girare le sue pagine: il 1° marzo, il 25 aprile, il 5 maggio... Ogni data è una festa, un nuovo costume, un pezzo di vita buttato in faccia al pubblico. Lo spettacolo arriva alla fine quasi a mezzanotte e mezza, con "I cani", dopo più di tre lunghe ore e la fine, questa volta, è solo l'inizio.
Sì perché dopo la Rampallonata è l'ora della Tamangata, un afterparty, un djset, una festa, ancora non è chiaro bene cosa sia. Si cambia location, ci si sposta in un palco blu ottagonale in un campo di fianco a quello in cui già siamo, e si continua fino a notte inoltrata. La Tamangata è puro caos organizzato, sul palco rappano, fanno freestyle e invitano anche il pubblico a farlo. Qui, finalmente, i Tamango cantano "Maladie D'amour", una versione distorta che però soddisfa tutti quelli che l'avevano aspettata durante il concerto, e anche altre canzoni dell'album che non avevano trovato spazio nel live, come "Donna". Gente intorno al palco gioca a calcio. È il trionfo della periferia, della provincia, il trionfo dei Tamango che, nonostante tutte le difficoltà del caso per organizzare un evento del genere, credono ancora che ci sia un modo alternativo per fare arte e per stare insieme.













