C'è qualcosa di profondamente coerente nel fatto che si svolga all'interno del Labirinto della Masone. Non perché sia una cornice spettacolare (e lo è), ma perché finisce per cambiare il modo in cui si vive un festival. Tra i corridoi di bambù il tempo sembra dilatarsi, le distanze si misurano in deviazioni più che in metri e l'idea stessa di "correre al palco successivo" perde significato.
Arrivato alla sua quinta edizione, Lost Music Festival ha ormai trovato una propria identità, lontana dalle logiche dei grandi festival. Una programmazione costruita con minuzia, oltre trenta artisti provenienti da scene diverse, produzioni originali, prime italiane e una ricerca che attraversa ambient, sperimentazione, club culture, musica contemporanea e forme ibride senza preoccuparsi troppo delle etichette. Più che rincorrere il nome di richiamo, Lost Music Festival continua a fidarsi dell'ascolto.
E, soprattutto, del pubblico. È probabilmente questa la sua qualità più rara. In un momento storico in cui anche la musica elettronica sembra spesso costretta a rincorrere l'istante perfetto da immortalare, Lost Music Festival continua a concedersi il lusso della lentezza. Non chiede di vedere tutto, ma di abitare quello che si sta vivendo. Eppure, per quanto il programma fosse ricchissimo, per me questo festival aveva un centro preciso.La domenica pomeriggio. CCL. Da mesi aspettavo quel set.
O, meglio, aspettavo di capire cosa sarebbe successo quando Liquidtime sarebbe uscito dalle cuffie per prendere forma dal vivo. Quella serie di mixtape mi accompagna da tempo: non semplici selezioni musicali, ma flussi sonori che attraversano techno, dub, ambient, bass, trance, downtempo e tutto ciò che sta nel mezzo senza mai dare la sensazione di voler dimostrare qualcosa. Ascoltarli è sempre stato un esercizio di fiducia. Fidarsi di chi sta scegliendo la musica, anche quando ti porta in luoghi che non avevi previsto.Dal vivo è successo esattamente questo.
Più che un DJ set, è stata un'onda, tra i bambù.Ma le onde non sono fatte solo del momento in cui si infrangono. Vivono anche nei ritiri, nelle pause, nel tempo che impiegano a ricomporsi prima di tornare a salire. Il set di CCL respirava così. Non aveva fretta di arrivare al climax, non sembrava interessato a tenere il pubblico costantemente in tensione. Aveva invece il coraggio di rallentare, di lasciare spazio ai vuoti, di costruire ogni momento intenso facendolo nascere da qualcosa di molto più fragile.E la cosa sorprendente è che tutti sembravano averlo capito. Nessuno era lì ad aspettare "la traccia". Nessuno sembrava cercare il momento da filmare.
La pista si muoveva come un organismo unico, seguendo i cambi di corrente con la naturalezza con cui ci si lascia trasportare dall'acqua. C'era un senso di abbandono collettivo che raramente capita di vedere durante un DJ set. Ogni tanto mi ritrovavo a distogliere lo sguardo dalla folla per osservare lei. Dietro la consolle CCL aveva un'espressione quasi incredula.
Sorrideva, cercava continuamente gli occhi del pubblico, sembrava emozionata nel vedere quanto quelle persone fossero disposte a seguirla ovunque decidesse di andare. C'era una dolcezza rara nel suo modo di stare sul palco. Una bellezza discreta, rarefatta, che sembrava riflettersi anche nella musica che stava suonando: mai invadente, mai autoreferenziale, e proprio per questo capace di arrivare in profondità. Ripensandoci, credo che quel set possa raccontare cosa sia Lost Music Festival, almeno per me, non soltanto un evento musicale ma un luogo in cui la ricerca non è un esercizio di stile e la complessità può diventare distanza ma anche e soprattutto scoperta.
Forse è questo che mi porterò dietro di questa edizione: sì un live in particolare, un pomeriggio molto caldo di luglio in cui una DJ, un labirinto e un pubblico hanno scelto di fidarsi gli uni degli altri. E per poco più di un'ora il tempo ha davvero assunto un'altra consistenza. Liquida, appunto.













