Florence + The Machine all'Ippodromo Snai San Siro, la prima delle due date di I-Days di cui Cosmopolitan è media partner, non è stato un semplice concerto, ma un esorcismo collettivo. Davanti a oltre trentamila persone, Florence Welch ha preso i diciassette anni della sua carriera – iniziata nel lontano 2009 con Lungs – e li ha trasformati nella materia prima per un rito pagano, un'esperienza viscerale dove l'unica regola era liberarsi di qualcosa.

L'atmosfera esoterica si respirava ben prima dell'inizio, fin dall'arrivo in motorino lungo una strada piena di gente. Quando poi siamo entrare all'ippodromo, San Siro sembrava un raduno di fate a cielo aperto. Abiti bianchi lunghissimi, corsetti, corone di fiori, veli e gonne vaporose. Maghe, streghe e creature della notte che si sono riunite agli I-Days di Milano, in una delle serate più torride dell'anno. Calda sì, ma vivibile anche grazie all'organizzazione, che ha fatto la sua parte per arginare il caldo grazie al via libera a borracce e bottiglie da mezzo litro senza tappo, che alle date a La Maura possono essere riempite grazie ad alcune postazioni gratuite.

Dopo un veloce passaggio alla zona food&bevarage, abbiamo cercato un posto in mezzo alle migliaia di persone che attendevano Florence + The Machine. I momenti prima dei concerti sono sempre così elettrizzanti, con qualche urletto ogni volta che esce qualcuno a sistemare. Dopo il terzo passaggio del mocio sul palco qualcuno commenta dicendo «dai nemmeno casa mia è così pulita» e una risposta ironica non tarda ad arrivare «beh ma lei sta scalza». Si ride insieme, si aspetta insieme. Poi le luci si spengono e il palco è invaso da quattro ballerine in bianco, corpetti neri e stivali da strega. Nessuna coreografia classica, ma un movimento convulso, fatto di cadute, scatti e corpi trascinati a terra. Il pensiero corre subito agli episodi medievali di coreomania – per altro il titolo di una canzone di Florence – ovvero l'isteria collettiva sotto forma di epidemia di danza che costringeva le donne a ballare fino allo sfinimento. Poi sulle note della canzone che dà il nome al tour, "Everybody Scream" è apparsa lei, Florence, avvolta in pizzo nero e perline.

È bastato vederla correre da un lato all'altro del palco gridando "Everybody scream! Everybody run!" per capire che il patto con il pubblico era siglato. Finita la tempesta del primo brano, Florence si è fermata a guardare la marea umana davanti a sé, visibilmente commossa: «Stasera vi darò un posto in cui urlare. Qualunque cosa stiate attraversando, io sono con voi» ci dice.

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Da lì in poi, ogni dettaglio ha contribuito a creare un'atmosfera sacrale. Dai capelli rosso fuoco di Florence che, insieme a quelli delle ballerine, si muovevano come un'estensione stessa della musica. Il corpo della cantautrice è diventato uno strumento: cantava con le mani premute sul petto o sul ventre, come se ogni nota venisse strappata fisicamente dal dolore dei testi, per poi allungare le braccia verso il pubblico con i gesti solenni di una sacerdotessa. Intorno a lei, le ballerine continuavano la loro danza selvaggia e convulsa, trasformando il palco in un sabba contemporaneo.

Il pubblico è stato il secondo grande protagonista. Prima l'invito a salire sulle spalle degli amici per guardarsi negli occhi, poi, durante "Never Let Me Go", un momento di pura magia: Florence ha smesso di cantare, trasformandosi in una direttrice d'orchestra che guidava migliaia di voci con il solo movimento delle mani. Ma il picco emotivo è arrivato quando la Welch è scesa nel pit, in mezzo alle prime file. Ha continuato a cantare stringendo mani, fino a fermarsi davanti a quattro ragazze. Il microfono ha catturato i singhiozzi del pubblico e un timido «I love you» sussurrato tra le lacrime, ricambiato da un abbraccio strettissimo di Florence.

Arrivati quasi a chiusura con "Dog Days Are Over", Florence ci chiede di partecipare tutti a un rituale: via i telefoni. «So che questo è il pezzo che volete filmare, ma se avete lo schermo in mano non potete saltare e quando dico run voglio che saltiate il più alto possibile». E a noi, tutti e trentamila, non è rimasto che fare altro se non saltare. Insieme.