«Le persone sottovalutano il potere dell'intrattenimento, ha un impatto diretto su come ci vediamo gli uni con gli altri», è una battuta che la capa di Lexi Howard (Maude Apatow) rivolge alla stessa in uno dei primi episodi di Euphoria 3. Un po' ironico, se si pensa che chi ha scritto, sceneggiato e diretto il prodotto HBO, dal momento che ha scelto di rappresentare quasi tutte le protagoniste donne alle prese con il sex work, lo avrebbe potuto fare in maniera costruttiva ed edificante oppure anche solo realistica e veritiera.



Non tutti sono d'accordo sulla valutazione di questo terzo capitolo dello show: alcuni pensano sia ok, altri dicono sia brutto. L'unica cosa su cui i commentatori online sembrano essere abbastanza d'accordo è la misoginia nemmeno troppo celata di Sam Levinson e la sua ossessione, di forma e carattere machista e sessista, nei confronti proprio del lavoro sessuale. Cassie (Sydney Sweeney) filma contenuti pup-play e adult-baby su OnlyFans; Jules (Hunter Schafer) si fa avvolgere in una pellicola trasparente come parte di un rituale di mummificazione BDSM per il suo sugar daddy; Magick (Rosalía) balla con un collare ortopedico per vincere una causa legale allo strip club in cui lavora Rue (Zendaya); le ballerine Kitty (Anna Van Patten) subisce violenza sessuale e Angel (Priscilla Delgado) sembra subire sex trafficking nello stesso luogo; Maddy (Alexa Demie) gestisce il lavoro di Cassie da un punto di vista manageriale; Lexi semplicemente commenta il lavoro delle sue amiche cercando di stabilire i confini di cosa significhi davvero prostituirsi. L'attrice di Faye (Chloe Cherry) è una ex pornostar. Quello che non viene detto sullo schermo, uno dei più osservati del momento, è che tutto ciò c'entra poco con la realtà di svolge sex work. Quello che viene detto ancora meno è che fare sex work non significa automaticamente rinunciare al proprio consenso, aderire a subire quelli che non sono altro che reati violenti.

Assistiamo spesso al ripetersi dello stesso problema, ossia quello sulle storie delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso che vengono raccontate da persone che non lo sono e non fanno parte del settore (il fatto che non sia chiaro, ad oggi, se sia stata coinvolta in fase di sceneggiatura una persona con un background di sex work adeguato per descriverlo appare abbastanza indicativo). Queste rappresentazioni si sciolgono così in maniera inadeguata: quasi mai viene data a chi la vive la possibilità di raccontare la propria storia la propria esperienza. In questo articolo abbiamo quindi chiesto l'opinione agli esperti del settore, da creator di OnlyFans a pornostar e stripper, per capire dove la serie si sbaglia, ma soprattutto come fare per raccontare bene il sex work.

Cosa pensa davvero chi fa sex work della sua rappresentazione in Euphoria 3? Le interviste

Mia Miele, Creator su OnlyFans dal 2020

«Il primissimo trailer uscito della terza stagione di Euphoria mi aveva disgustata a sufficienza da sapere cosa avrei potuto aspettarmi, ma non ne ha reso più facile la visione. È chiaro, e lo era anche prima di questa ultima stagione, che Sam Levinson non considera le donne esseri umani, ma già dalla prima puntata è diventato cristallino che il lavoro sessuale è lo strumento narrativo che usa per umiliare i suoi personaggi femminili. Cassie, per me, è l'apoteosi della visione dominante e profondamente misogina sulle creator di OnlyFans: una donna bianca, bellissima secondo i canoni standard, stupida, superficiale e annoiata, che inizia a fare lavoro sessuale per un motivo futile come un matrimonio lussuoso, mentre racconta a se stessa e a chi la circonda che sta facendo tutt'altro. L'espressione "vendere il corpo", che Nate usa quando Cassie si propone di aprire una pagina OnlyFans, perché vuole 50 mila dollari di composizioni floreali, è tanto usata per parlare di lavoro sessuale quanto dannosa: rinforza quella narrazione pietistica e stigmatizzante che il lavoro sessuale è incompatibile col concetto di consenso. Chi fa lavoro sessuale vende un servizio, non il proprio corpo; citando l'attivista e prostituta Georgina Orellano: "Se sto vendendo il corpo, com'è possibile che ogni mattina mi alzo che ancora ce l'ho?"».

«Un altro concetto dannoso rinforzato dalla serie è quello della whorearchy, la gerarchia delle puttane: Cassie dice che OnlyFans non è porno, implicando che chi fa porno deve vergognarsi, ma lei no. Maddy e Lexi parlano dello sugaring di Jules cercando di decidere se questo la rende una prostituta o meno, perché sulla base di questo possono poi decidere come giudicarla. In un contesto culturale di totale disinformazione sulle vite e le rivendicazioni di chi fa lavoro sessuale, in tutto il suo spettro, e di discriminazione imperante fatta passare per "preoccupazione" da chi si dice femminista, ma non ascolta le nostre prospettive se non rientrano nella loro narrazione, il ritratto di Sam Levinson è un dipinto perfetto di ciò che il mondo dice a se stesso su chi fa questo lavoro: donne senza cervello o valori che scelgono di denigrarsi per arricchirsi. Lasciate che vi dica che diventare puttane, che sia per strada o in un bordello, su internet o in uno strip club, non significa smettere di essere una persona. Siamo esseri umani come tutti gli altri, abbiamo sogni e obiettivi di vita che il lavoro che abbiamo scelto di fare ci aiuta a raggiungere, abbiamo passioni che inseguiamo, famiglie, amici e opinioni. Per via di come veniamo viste e trattate, siamo spesso e volentieri tra le persone più politicamente consapevoli e attive che conoscerete mai. Il ritratto di Sam Levinson è un ennesimo ostacolo sulla strada della nostra umanizzazione».

Morea Black, creator e pornostar dal 2018, stripper da un anno

«I clienti nei club non possono neanche toccare le ballerine e, se ci provano, vengono cacciati. Ogni tipo di "extra" nelle vip rooms viene punito. Lavoro in uno strip club a Portland (in Oregon, negli Stati Uniti) e in nessun modo quelle scene rappresentano la realtà delle grandi città. Ci sono molte regole da seguire per ballerine e clienti e la security è molto presente. Magari in altri posti è così, ma si tratta di eccezioni (che non hanno niente a che vedere con il sex work. Si chiama abuso, si chiama violenza e si chiama sex trafficking: nessuno di questi aspetti fa parte di un contratto di lavoro di una stripper, ma costituisce semplicemente un reato nda). Per quanto odio che siano sempre le storie negative a essere quelle più discusse e strumentalizzate per contrastare il sex work, non dobbiamo dimenticarci di chi le vive. Anche sui set porno molte persone vengono molestate, pure ai livelli più alti e queste storie non possono essere silenziate, ma dovrebbero essere usate per rendere la comunità più sicura. Sui social ci sono moltissime ballerine che raccontano i loro "Day in the life": quelle sono ottime visioni sugli aspetti positivi e negativi del lavoro sessuale. Non bisognerebbe raccontare cose errate, per spettacolarizzare, ma non mi piace nemmeno quando il sex work viene glamourizzato da contenuti patinati: se sei una stripper il tuo lavoro è sederti su uomini sconosciuti in uno stanzino, farli eccitare e intrattenerli. Il sex work è esplicito e sconcio e penso che sia giusto ricordarlo».

«Totalmente fuorviante, invece, è la storia di Jules, che da un giorno all'altro trova clienti molto ricchi e, senza troppi intoppi, inizia a fare i soldi. Gli sugar daddies che ti riempiono di soldi a caso non esistono. La narrazione del lavoro su OF da parte di Cassie, inoltre, una della serie "Faccio due foto e faccio due soldi", è totalmente falsa, non è la norma, anche perché il puppy play e gli outfit infantili che indossa sono bannati da tante piattaforme. Se vi ricordate le stagioni precedenti, Kat (Barbie Ferreira) faceva la camgirl: anche quello non può essere vero, perché su tutte le piattaforme per poter streammare serve fornire documenti per provare la propria identità e, in quanto minorenne, non avrebbe di certo potuto farlo. Trovo ovviamente negativo che venga portata avanti la narrativa dei "soldi facili" e che vengano sempre raccontate storie di eccessi, di come le ragazze nel campo siano tutte ferite e disturbate; fortunatamente, lo sviluppo del lavoro online e la diffusione maggiore della cultura del consenso hanno aiutato a rendere il sex work non solo un lavoro sicuro, ma anche una solida carriera».

Sulla narrazione del lavoro sessuale e come farla bene

Ardens, sex worker e divulgatrice transfemminista, parla e scrive di lavoro sessuale, con particolare attenzione alla pornografia e alle narrazioni digitali, operando in contesti di attivismo pro-decriminalizzazione del settore. Dal2022, insieme a Olympia e Agnese Zingaretti, porta in scena OnlyPoetryFans, una performance di poesia performativa sul lavoro sessuale online.

«Quando si sente parlare di lavoro sessuale, solitamente sono due le narrazioni in cui ci imbattiamo maggiormente: da un lato la giovane donna razzializzata e sfruttata che si prostituisce in strada, dall'altro l'influencer bianca che in un mese è riuscita a diventare ricca vendendo foto dei suoi piedi su OnlyFans. Queste donne esistono, ma incarnano il bianco e il nero posti agli antipodi di una ampissima scala di grigi che non viene presa quasi mai in considerazione. Quando un fenomeno non viene rappresentato o la sua narrazione avviene soltanto attraverso stereotipi, è perché non lo si conosce. E il lavoro sessuale non è conosciuto, sia perché le persone che lo svolgono non hanno tutte un livello di privilegio tale da potersi esporre e raccontarlo, ma soprattutto perché lo stigma puttanofobico impregna la nostra cultura a tal punto da farci pensare che le storie di quelle persone non siano davvero degne di essere raccontate nella loro interezza e complessità. Questo miscuglio di ignoranza, odio e disinteresse emerge spesso nelle rappresentazioni che vengono fatte di questo settore nei media. Il classico esempio, ormai un po' datato, che viene fatto quando si parla di sex work nel cinema è quello di Pretty Woman, un riferimento culturale mainstream decisamente controverso per la sua tendenza a romanticizzare la "salvezza" di una prostituta attraverso l'amore e l'ascesa sociale. In questo momento invece è la terza stagione della serie Euphoria ad essere sulla bocca di tutti. Più personaggi femminili svolgono diversi tipi di sex work, dalla creazione di contenuti su OnlyFans allo stripping, e questo ovviamente scalda una società che deve fare i conti con la propria sessuofobia e inabitudine a vedere rappresentati certi tipi di lavori. Io non l'ho vista e onestamente non credo che lo farò, perché i prodotti che non promettono una narrazione accettabile del lavoro sessuale tendono a innervosirmi e demoralizzarmi, ma leggo settimanalmente sul mio feed di Instagram commenti e analisi fatte da sex workers reali, le uniche che ritengo importanti da leggere, che mi fanno pensare che sia una serie da guardare con occhio critico perché rischia di banalizzare o sminuire certi aspetti, se non addirittura di disinformare su cosa sia davvero il lavoro sessuale, dato che non è chiaro se per la sceneggiatura siano state coinvolte persone che fanno o hanno fatto sex work. Ad esempio, l'age play che Cassie inscena durante un set fotografico da vendere su OnlyFans in realtà non è consentito dalla piattaforma, che nel mondo reale banna sistematicamente i contenuti che rappresentano kink violenti, meno comuni o percepiti come controversi. Quello che dobbiamo tenere a mente è che le rappresentazioni non sono mai neutre, ma portano sempre con sé il background di valori, idee e conoscenze di chi le racconta».



«Anche scegliere di non rappresentare una certa categoria di persone non è una scelta neutra: la serie Sex Education, che ho amato per tanti motivi, parla letteralmente di tutto ciò che concerne la sessualità tranne che del lavoro sessuale. Ma anche una rappresentazione parziale e/o superficiale delle persone che lavorano nel settore può causare grossi problemi, non solo banalmente per il prodotto mediatico che la mette in scena, che rischia di risultare incoerente o superficiale, ma perché inevitabilmente aumenta la disinformazione e, di conseguenza, lo stigma verso persone che sono già fortemente discriminate e marginalizzate a livello globale. È importante parlare di sex work e aumentare le rappresentazioni che si collocano nella scala di grigi, ma è fondamentale parlarne in maniera consapevole e trasparente. Questo può avvenire solamente se si includono le persone che lavorano nel settore nelle cose che le riguardano, dalle rappresentazioni dei media alle decisioni legislative che riguardano la regolamentazione del loro lavoro. Per chiudere con un po' di after care, che è sempre necessaria, consiglio qualche titolo che ancora mi fa sperare che sia possibile parlare di sex work in maniera corretta: il film Diva Futura di Giulia Louise Steigerwalt, la serie televisiva Pose ideata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals, il manga e anime Rent a Girlfriend di Reiji Miyajima e la dolcissima rappresentazione del personaggio di Mio nell'ultimo riadattamento anime di Dororo di Osamu Tezuka».