Le parole sono macigni. Non è retorica né un mantra vuoto, soprattutto quando si parla di benessere mentale. Lo sa Fedez, che ha recentemente lanciato una petizione per salvaguardare il bonus psicologo e lo sa Morgan, che sulle parole ha costruito una carriera artistica inattaccabile e ha vissuto in famiglia le conseguenze terribili della depressione. Purtroppo, a volte, le logiche televisive - vedi quarto Live di X Factor in cui la faida tra i giudici ha coperto buona parte della gara - superano quella che dovrebbe essere una buona pratica umana valida sempre e comunque, su un palco e fuori, con i conoscenti, con gli amici e con gli sconosciuti, ossia che non è mai giusto, in nessun caso, colpire, a parole o con i fatti, le altrui fragilità.
Questo l'antefatto: nella notte, dopo una delle più intense puntate di questa edizione di X Factor, Morgan ha pubblicato sul suo profilo Instagram un video per motivare la battuta lanciata alla volta di Fedez dopo l'esibizione de Il Solito Dandy (nella squadra di Dargen). Provando a calmare il collega, inviperito da una sospetta disparità di trattamento sul palco tra i suoi concorrenti e quelli degli altri giudici, il rapper si è sentito dire: «Grazie Fedez, mi fai da psicologo? Sei troppo depresso per farmi da psicologo». Una battuta che ha scatenato l'immediata reazione del pubblico, ha rinchiuso Fedez in un silenzio gelato e ha poi portato Morgan, appunto, a spiegare su Instagram, alla fine della puntata, la ragione della sua uscita.
«Uno scambio di battute tra me e Fedez lo ha probabilmente offeso. Dopo che lui è stato sarcastico per tutta la sera verso di me ho risposto con lo stesso tono. A fine serata mi fa la morale e io gli chiedo se voglia farmi da psicologo, per poi dirgli quello che gli ho detto». Ha poi aggiunto, parlando di suo padre - che si è tolto la vita nel 1988 per le conseguenze di una depressione non diagnosticata («Al tempo non si chiamava ancora così e forse, se si fosse chiamata già così, lui sarebbe ancora qui») - che «non è stata una volontà di colpire l'ammalato, io non sono tenuto a riferirmi alla cartella clinica. Non voglio offendere nessuno, credo sia importante usare la parola depressione proprio per un motivo legato alla mia storia». «Che io abbia detto depressione non è una cosa svilente e negativa nei confronti di chi vive la depressione», ha continuato nel suo sfogo. «Sono il primo a vivere una condizione che c'è latentemente in tutti coloro si chiamano artisti e siano creativi. Sto riferendomi a me stesso quando parlo di depressione. Ma sono depresso anche perché sono in una società che è depressa, perché fabbrica depressi». E ha concluso: «Io sono innanzitutto rispettoso verso chiunque abbia una sofferenza, non voglio si pensi, strumentalizzando un'affermazione, che non sia così. L'uomo depresso, con ironia, può parlare di questa condizione decodificandosela. Fedez, non ti ho voluto davvero offendere, la depressione ci riguarda, sono il primo ad ammettere la mia e provare a contrastarla».
Le parole che Morgan ha usato nel suo video Instagram lasciano intendere che l'artista sia ben consapevole del loro peso, soprattutto quando si parla di benessere mentale. Nel caso di suo padre, morto dopo un attacco depressivo per cui ai tempi «non c'erano cure» né attenzioni adeguate, specifica ad esempio che sarebbe potuta andare diversamente se solo la parola depressione fosse stata usata in modo corretto.
Sganciandoci dall'episodio in sé, che qui usiamo solo come spunto, è evidente che la strada da percorrere per imparare a chiamare le cose con il proprio nome pur usando la massima cura nel definirle e trattarle è ancora lunga. Non basta promuovere il bonus psicologo, né lanciare petizioni, non serve a niente citare le ricerche che raccontano la pandemia della salute mentale che stiamo vivendo a livello globale, non è sufficiente alimentare il dibattito pubblico sulla salute mentale. Sono ovviamente tutte cose sacrosante, in una bolla ideale in cui tutti sanno sempre cosa dire, come comportarsi e come reagire davanti ai drammi della vita, ma poco calate nella realtà. L'esercizio più difficile è quello che, come individui, ci mette alla prova tutti i giorni, con le persone che ci stanno accanto: è necessario parlare ad alta voce di ansia, di depressione, di DCA, di DOC e per fortuna stiamo imparando a farlo con un tono ben sostenuto. È il modo in cui lo facciamo, complice il fatto che non esiste un vocabolario universale delle fragilità che ci aiuti a districarci con termini accurati e delicati, a fare la differenza. Forse è giunto il tempo di spostare l'attenzione dal contenuto alla forma: se è vero che le parole plasmano il mondo e riflettono quello che abbiamo dentro, allora dovremmo cominciare a prestare più attenzione a come trattiamo le nostre e le altrui vulnerabilità.












