Se l’iconico Joker ha sempre pensato alla propria vita come una tragedia, Naska, la sua, l’ha sempre sognata incisa in più dischi che potessero raccontare in strofe tragedie, commedie e parodie. E di quel pagliaccio dalle guance tagliate lui prende il significato della maschera per tradurlo in musica con il suo terzo lavoro in studio: The Freak Show. Dieci tracce, nessuna banale, tutte diverse. Da quella da ascoltare sul letto con le braccia attorno al cuscino, fino a quella da cantare saltando sul divano di casa con una cresta improvvisata.
Tutto nasce dalla figura del pagliaccio: perché?
«Quando scrivo i dischi non penso mai a un concept che chiuda l’intero lavoro perché mi sentirei limitato. L’idea del circo e del pagliaccio è arrivata alla fine. Ho deciso di chiudere con una canzone che porta quel nome e poi l’ho rappresentato in copertina».
Proprio in “Pagliaccio”, il brano con cui termini The Freak Show, tocchi tantissimi temi. Citi la famiglia e anche le amicizie. Sei partito da solo dal tuo piccolo paese delle Marche con il sogno della musica e qui a Milano sei riuscito a realizzarlo. In questi anni in che modo le amicizie ti hanno accompagnato?
«È stato difficile, sono arrivato qui solo. Ho incontrato nuove persone, mi sono fatto dei nuovi amici che, poi, mi sono stati sempre vicino. Appena arrivato vivevo un po’ come uno scappato di casa, ma determinate situazioni mi hanno permesso di creare legami ancora più solidi. Le persone che ho incontrato allora, sono le stesse che oggi lavorano con me. Ho pochi amici, quei pochi sono importanti».
E poi c’è anche la tematica del pianto, sempre in “Pagliaccio” dici: «Non devi piangere/così nessuno lo saprà mai». Piangere oggi è rivoluzionario?
«Non so se sia rivoluzionario, ma so che è una tematica che affronto spesso nei mie brani. Non mi sono mai vergognato di dire quante volte ho pianto».
Ti capita di indossare una maschera quando in realtà vorresti piangere?
«Può succedere di vivere quei momenti prima di un live e quindi dover vincere su ansie, paranoie, o sul desiderio di piangere. Sono attimi in cui devi morire un po’ dentro, come dico nel brano, per poter dare tutto alle persone che sono sotto il palco e ti stanno aspettando».
In passato hai raccontato che la prima canzone che hai scritto era dedicata ai bulli; oggi vivi la musica come una rivalsa?
«È vero, c’erano dei bulli che infastidivano mia sorella. Ero in seconda superiore. Lei tornava sempre in lacrime così un giorno presi coraggio e scrissi un brano. Non cambiò nulla: i bulli se la presero con me. Ma se penso alla mia storia non collego la musica a una sorta di rivalsa, piuttosto a una necessità».
Oggi, invece, cosa ti infastidisce?
«Mi fa proprio incazzare chi mi dice come dovrei comportarmi».
In che senso?
«Capita che mi venga detto che nelle mie canzoni non offro un buon esempio».
Questo perché vieni ascoltato da ragazzi e ragazze di ogni età, anche molto giovani…
«Vero, ma io nelle canzoni non devo insegnare niente a nessuno. Nelle mie canzoni io voglio raccontare quello che faccio o quello che sento. È una tematica che in “The Freak Show” ho raccontato in Corona di Spine».
Nell’album però passi da brani più espliciti come La Mamma Di **** a quelli più introspettivi.
«È vero, ma anche in quel caso non sto dando insegnamenti, sto semplicemente raccontando quello che mi succede. Le mie canzoni oscillano: un minuto prima sono più profondo, quello dopo dico di andare veloce in auto (non ascoltatemi!)».
E a chi dice che non fai vero punk, cosa rispondi?
«Questo è un altro tema che mi fa innervosire. I tempi sono cambiati, il punk di oggi è considerevolmente differente da quello degli anni Ottanta. Io mi definisco punk perché ho fatto determinate scelte, di vita e musicali, che mi portano vicino a questo mondo. Chi mi accusa di non fare punk sa poco di me o comunque sono persone molto più grandi».
Torniamo all’album, tra i brani più introspettivi c’è “Piccolo”. Parli di te stesso, affronti un tema molto importante che è quello della salute mentale.
«È una canzone in cui potersi ritrovare. C’è un momento, di notte, in cui capita di sentire una stretta alla gola, e in quel momento si ha il solo bisogno di sentire qualcuno accanto capace di tranquillizzare. Qualcuno che può dirti che non stai morendo, che quello che stai vivendo e che ti fa mancare l’aria è un attacco di panico. È una canzone importante per dire a chiunque si trova nella paura che non si è mai soli».
Canti: “Insegnami a stare al mondo/resta qui ancora un po’”, a chi ti rivolgi?
«Non mi riferisco a una persona in particolare, ma almeno a due. Ad esempio a Simone, il mio migliore amico. Per superare quei momenti è bello poter contare su chi ti vuole bene».
Come hai iniziato ad approcciarti al tema della salute mentale?
«Io sono molto chiuso, non riesco a confrontarmi con il prossimo, ma desideravo parlare di questo argomento per far sentire meno solo chi si trova in quella stessa situazione. Non ho mai iniziato un percorso di terapia, ad esempio».
Come mai?
«Ho una paura, che se inizio ad affrontare i miei mostri, i miei traumi, poi non riesco più a metterli in musica quando ne sento il bisogno. Me la vivo male la vita, ma la scrivo bene. La musica è la mia cura».
L’ultima volta che ci siamo incontrati ci hai detto che la cosa più punk che avresti fatto nel 2025 sarebbe stata salire sul palco di Sanremo…
«Sul palco di Sanremo nudo!».
Quindi pensi a Sanremo?
«No, assolutamente. Non ci penso, è troppo il là con il tempo. Ora la cosa più importante a cui pensare è il Forum. Ormai quello lo devo fare (ride, nda)».
Te lo stai un po’ immaginando?
«Sì. Penso ai brani che porterò, a come sarò vestito, a quello che succederà. Mi sto preparando anche fisicamente: mi hanno consigliato di fare la cyclette».
Qualche spoiler dello show?
«Voglio salire sul palco del Forum nudo! Spero di essere il primo nella storia. Non vedo l’ora arrivi il 7 dicembre».












