In tempo di pandemia, e poi a cavallo della sua fine, su queste pagine ci siamo fatti molte volte una domanda semplice: come stiamo? In quegli anni duri porsi un simile quesito era più che mai rilevante, soprattutto alla luce dei grandissimi cambiamenti in atto all'epoca. Ai tempi così scontata quella rivoluzione non lo era affatto: col tempo abbiamo imparato a lavorare da remoto, affidando a questa modalità, su più livelli, la dignità di un classico lavoro 9-18 in ufficio; abbiamo capito che non si vive per lavorare, che la cultura del lavoro della generazione X o dei Baby Boomers oggi non è più sostenibile; abbiamo preso coscienza, infine, che parlare ad alta voce di ansia, depressione, disturbi alimentari, malattia mentale non è una vergogna ma una conquista. Ma oggi che il mondo è cambiato e le preoccupazioni collettive si sono evolute in qualcosa di più tangibile e terrificante - siamo angosciati, oltre che dai problemi personali, anche dal cambiamento climatico, da guerre e genocidi, dalle conseguenze dell'iper-connessione sui rapporti umani - come stiamo davvero? In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale che si celebra il 10 ottobre, abbiamo fatto il punto sulle ricerche e gli scenari del prossimo futuro. Così da essere sempre in grado di rispondere a questa domanda, anche quando la risposta ci farà paura.

Benessere mentale dei giovanissimi, una fotografia

Il riflettore accesso sulle nuove generazioni ha spinto il Consiglio Nazionale dei Giovani a strutturare un Indice di WELL-FARE, strumento che misura, muovendosi tra quattro dimensioni (Benessere Individuale, Relazionale, Spaziale e Sociale) il grado di salute psicologica dei ragazzi. Stando al rapporto pubblicato dal CNG in occasione della Giornata Mondiale della Salute mentale, le ragazze, soprattutto quelle residenti al Sud, riportano livelli di benessere inferiori rispetto ai loro coetanei maschi e ai giovani del Nord: un risultato che dipende, come ha puntualizzato Maria Cristina Pisani, Presidente del Consiglio Nazionale dei Giovani, dall'intreccio di fattori considerati dall'Indice. Non basta, infatti, inquadrare solo quelli di stampo socio-economico, ma anche quelli psicologici e individuali che si concentrano su livelli di autostima, obiettivi lavorativi e personali e qualità dell'interazione sociale, una trama che restituisce un disegno molto più netto e approfondito della salute mentale dei ragazzi. «La maggiore preoccupazione che emerge leggendo i dati», ha aggiunto Pisani «è invece il ridotto numero di giovani che, pur provando un disagio psicologico, chiede aiuto. Parliamo del 27,9% su un 75% che dichiara di aver sentito il bisogno di un supporto psicologico».

Il futuro, però, è investito di ottimismo: stando ai risultati citati dal CNG, il 50,5% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni intervistati si è detto positivo nei confronti del domani (mentre i più pessimisti, con una percentuale del 25,6%, sono i 25-29enni); prevalgono anche in questo caso differenze di percezione legate alla provenienza geografica, con i giovani del Nord leggermente più ottimisti (45,9%) di quelli di Sud (42,7%) e del Centro (40,6%).

Come stiamo al lavoro

La pandemia ha fortemente rivoluzionato il mondo del lavoro: sono cambiati i concetti ma anche le modalità e, di conseguenza, gli scenari possibili. Non siamo più disposti - questo dicono le ricerche che si appoggiano su analisi dei comportamenti e aspettative di persone reali - ad accettare la fatigue che arriva da un modo di lavorare non sano, tossico, che ci fa ammalare. Secondo uno studio di GoodHabitz in collaborazione con YouGov effettuato su un campione di mille lavoratori, quasi un dipendente italiano su 3 (30%) dichiara di aver cambiato o di voler cambiare lavoro a causa di una crescente stanchezza legata alla propria occupazione, con una percentuale più alta nella fascia Millennial/GenZ (under 44) che arriva a toccare il 34%. Non è solo una questione di remunerazione (motivo che porta il 44% delle risorse più giovani a mollare un impiego) ma soprattutto di condizioni: il 26% ha detto di sognare un vero e proprio cambio vita, mentre il 23% ha ammesso di voler cambiare o aver cambiato lavoro perché non ha sviluppato fondamentali skill di gestione dello stress ritenute fondamentali per (sopra)vivere nell'ambiente lavorativo e poi, di conseguenza, anche tra le mura domestiche.

Tra i lati positivi di questa presa di posizione c'è che abbiamo messo al primo posto il benessere (non solo quello individuale) e non più la performance: in particolare i ragazzi della GenZ scelgono un posto di lavoro e formano un'opinione sull'azienda a cui mandano i CV non solo rispetto alla qualità dei suoi prodotti e servizi ma anche in virtù dei suoi valori etici e del social impact, ovvero il suo impatto misurabile sul cambiamento sociale.

Come stiamo a casa

Gli esperti stanno cercando di capire se oggi stiamo peggio solo perché diciamo ad alta voce, e in modo più ricorrente, che stiamo male, o se, semplicemente, i numeri delle persone che soffrono di un disturbo e o di una malattia mentale si stanno progressivamente alzando in virtù di cosa capita nel mondo o di quello che viviamo quotidianamente nelle relazioni, sul lavoro o a casa. Si è, insomma, alzato il livello di sensibilità e attenzione delle nuove generazioni rispetto a queste tematiche, oppure stiamo sperimentando un calo fisiologico del nostro benessere psicologico cui non saremmo in nessun caso riusciti a sfuggire? Il carico mentale della GenZ e, in parte, dei Millennials, pare essersi appesantito di problemi nuovi e contestualizzati allo scenario politico, economico e sociale di questa epoca. Ogni generazione ha, ovviamente, i suoi problemi, ma la presa di coscienza collettiva di cui soprattutto i ragazzi sono stati investiti post-pandemia ha reso gli anni successivi più difficili, pesanti di dolore e apprensione. Secondo un report del 2023 dello US Centers for Disease Control, i livelli crescenti di insoddisfazione delle giovani generazioni sono un problema pubblico globale, non solo individuale. E stando a una ricerca di McKinsey Health Institute’s, poi coadiuvata da decine di altri focus sul tema, sarebbero stati i social media ad amplificare il senso di abbandono e di FOMO, oltre che i pericoli insiti in un uso illegittimo delle piattaforme (di cui bullismo e revenge porn sono solo due delle possibili derivazioni) delle nuove generazioni, esperienza inedita e mai provata in modo così totalizzate da chi è arrivato prima.

Come stiamo nelle relazioni

Anche il mondo del dating è molto cambiato, segnato non solo dall'avvento di una nuova cultura generalizzata meno legata allo swipe sulle app e più ancorato all'analogico - il trend diventato virale su Tik Tok in cui si cercano persone nuove da incontrare per iniziare una frequentazione o una relazione di sesso al supermercato è molto emblematico in questo senso - ma anche da una certa prudenza e assennatezza: secondo un sondaggio dell’app di incontri Pure, il 92% degli intervistati opterebbe per uscire con persone che sono state o sono in terapia. La prudenza è data dal fatto che non interessa più approfondire conoscenze superficiali a meno che queste non nascano già, in modo consapevole da entrambi i lati, sotto questa forma, ma si punta quasi sempre a relazioni anche amicali di tipo profondo, in cui i valori condivisi sono le fondamenta di una storia stabile, duratura e significativa.

Non è un caso che le più grandi app di dating abbiano creato spinoff per far incontrare in modo sicuro gli utenti nel mondo reale o strumenti che minimizzano il rischio di incappare in persone non interessate (come Hinge che ha lanciato da poco la funzionalità Your Turn Limits, strumento per combattere il ghosting che invita chi ha tante conversazioni aperte a chiuderle in modo netto o a continuare la conoscenza), che gli speed dating siano tornati a essere, un po' per gioco e un po' no, rilevanti e che si stia tornando a parlare, nei grandi approfondimenti internazionali su amore e sesso, della sottile arte del flirt. Pratica, questa, di cui si era persa traccia, soprattutto tra la GenZ. La online dating fatigue - ricorre, ancora e non casualmente, questo termine - ci spinge a condensare gli sforzi sociali, già intrisi di ansia e aspettative, verso qualcosa che valga davvero la pena. Certo subiamo ancora il fascino del malessere, finiamo con lo sbattere a muso duro contro le red flags e rimaniamo spesso invischiati in situationship nebulose, ma la scelta consapevole ricade quasi sempre su opportunità sobrie, anche se non necessariamente definite, che partono magari online e poi si snodano IRL.