Quando incontro i Dov'è Liana in occasione del listening party per presentare in anteprima il loro album d'esordio, Love 679, in uscita l'11 ottobre, fa uno strano effetto vederli smascherati e seduti con le gambe accavallate in un cortiletto pieno di piante. Loro che hanno creato l'immagine avvolta da foulard e occhiali, canotta e giubbotto di pelle dietro alla console di qualche locale cool ma un po' undergound, che hanno fatto di Palermo e dell'incontro fugace con una certa Liana il punto di partenza della loro storia musicale, oggi sembrano trovarsi perfettamente a loro agio anche distanti da Parigi (dove sono di base) e da quell'input musicale trovato con "Perché piangi Palermo", la prima canzone pubblicata nel 2020.
Quattro anni dopo hanno raccolto dal basso un pubblico fedelissimo e appassionato, che li segue nei loro tour incessanti e che si presenta numerosissimo al listening party. Mentre ci accomodiamo nel cortiletto davanti a qualche birra e cominciamo a parlare in un misto improbabile tra italiano, francese e inglese «possiamo fare metà e metà come nell'album» dicono loro, calano la maschera di artisti e si lasciano conoscere come amici. Perché la gentilezza, mi dicono loro, è uno dei valori a cui più tengono e non a caso il titolo del loro album riporta la sequenza 679, escludendo l'8 ovvero quell'eight che ricorda troppo la parola hate, odio.
Così ci caliamo in quel marasma vitale di Love 679, con le sue variazioni new rock e house pop, ballate dolci e banger irresistibili, cori, synth, bassline groovy, chitarre funky. Quando poi, alla fine della nostra intervista, riordino le idee, arrivo a una conclusione: dei Dov'è Liana non ci avevo capito niente. Io che identificavo la loro musica con una nostalgia emozionale, scopro che questi tre ragazzi venticinquenni fanno musica con la sola e unica volontà di vivere nel presente.
Mi hanno detto che al vostro mini concerto di settembre a Palermo non avete tenuto foulard e occhiali
Sì, doveva essere una cosa più per famiglia e amici, non pensavamo ci fossero infiltrati (ridono, ndr)
E io proprio da qui vorrei partire: come mai la scelta di essere anonimi?
P.: Penso che nella nostra vita privata non lo facciamo mai di mettere i nostri visi su Instagram o su Facebook o qualcosa, e quindi quando abbiamo iniziato il progetto non volevamo farlo ugualmente. Quando la gente ha iniziato a condividere le nostre foto dei video, dei live, per noi era un peccato, perché non potevamo più condividere le storie della gente e condividere tutto questo insieme. E quindi A. ha avuto questa idea di mettere i foulard, probabilmente presa da sua nonna.
A.: Per noi era anche un modo di dire Dov'è Liana è la musica, siamo un progetto, non tre individui. L'importante è la musica che facciamo.
Voi vi conoscete già da prima del progetto però?
P.: Sì, da bambini. Da venticinque anni e qualcosa.
A Palermo come ci siete arrivati?
A.: All'inizio venivamo in Italia solo per vacanze, io ho fatto uno stage a Padova in realtà, poi abbiamo famiglia a Palermo. Mia sorella vive a Palermo e il progetto è nato da lì, andando da lei.
P.: All'inizio lui era l'unico che sapeva parlare italiano, per noi due ogni fine di concerto era orribile (ridono, ndr) non riuscivamo a capire niente.
In Italia avete incontrato una fan base spontanea e nata dal basso, ma anche altri artisti, immagino. Chi sentite affine?
P.: Andrea Lazlo De Simone, che oggi è decisamente famoso in Francia, forse anche perché lavora per un’etichetta francese. Bruno Belissimo è diventato un amico, Emanuelle, soprattutto Pop X. In generale c'è tanta commistione tra Italia e Francia, la musica underground e cantautoriale italiana è una nicchia in Francia che diventa sempre più importante.
I vostri live sono famosi per essere delle vere feste - io sono stata a un paio e posso confermare - qual è stato quello che vi ha lasciato di più?
P.: In Italia il pubblico è pazzo. Ovunque il mood è super buono perché le nostre canzoni sono fatte per fare party. Per esempio Venezia è stato il concerto più selvaggio. Difficile raccontare cos'è successo esattamente, ma sentivi la vibe. Era la nostra prima volta lì e c'era acqua sulle pareti e sudavamo e loro piangevano e tutti urlavano e salivano sul palco. E io pensavo «Wow, che scena» perché in Francia non sei abituato a vedere cose così (ride, ndr)
La vostra scrittura è a metà tra italiano, inglese e francese, come siete arrivati a questo mix?
A.: Per noi scrivere in italiano significava essere leggeri. Perché non è la nostra lingua madre e quando scrivi dopo aver composto la musica è il modo per dire cose importanti con parole semplici e naive. È stato un bel modo per scrivere senza la pressione sulla lingua.
Tra le frasi già culto di Love 679, anche perché ripetuta all'infinito, c'è «Tutte le donne / Facendo l'amore». Da dove arriva?
A.: È molto interessante perché all'inizio era un verso di "Peace, Love & Baci" abbiamo registrato due versioni e una frase è sempre la stessa: «Tutte le donne / Facendo l'amore» che è rimasta, perché era cool. Quindi eravamo tipo «proviamo a fare una canzone con solo questa frase» ed è stato un'ispirazione, un tributo al french touch. Ci piace il gioco di ripetere le cose, perché quando ripeti tante volte la stessa frase diventa strana e cool.
All'estremo opposto c'è "Postcards from the universe" che invece ha un testo ben strutturato, dall'impronta cantautorale. Chi l'ha scritta?
J.: È cool, perché questo brano è diviso in tre versi e ognuno di noi ha scritto un verso. La storia è che tutti raccontiamo di lettere che stiamo mandando a famiglia, amici o amanti, scritta da lontano. Sono lettere vere, che ci siamo messi a scrivere sul retro di cartoline, prima di leggerle e cantarle davanti al microfono.
A.: Per la mia parte ho deciso di scrivere a mamma, non ho ancora capito perché...
Nella vostra musica io avverto sempre un senso di nostalgia, per l'estate, per una giovinezza che se ne va via veloce, come se vi rivolgeste sempre a qualcuno o qualcosa di lontano. Sbaglio?
J.: In realtà non è la prima volta che ce lo dicono. Penso sia logico perché...
P.: Perché viviamo a Parigi e lì non c'è il sole (ride, ndr)
Certo, questo vale come un trauma (rido, ndr)
J.: La cosa è che il sound si ispira un po' da quello che le grandi band hanno fatto prima, quindi questo viene fuori attraverso ciò che scriviamo. Ma il messaggio in realtà penso sia che la nostalgia può essere pericolosa. Sentiamo che oggi possiamo essere la generazione migliore che c'è stata. E di non guardarsi indietro.
La penultima canzone dell'album, che in realtà fa tutt'uno con il finale "We can see the doors" si chiama "A better world is close". Cosa vedete in questo mondo migliore?
P.: Nel nostro album c'è un senso di Me Too. La voglia di includere tutti. La gentilezza è diventata qualcosa in hype oggi ed è segno di un cambiamento di valori ed è buono. Sentiamo che tutte le persone della nostra età sono consapevoli del fatto che occorre salvaguardare il nostro Pianeta, cosa di cui i nostri genitori non si sono affatto curati. Il punto era dire: tutto fa paura in questo momento, ma ci sono anche cose buone e tutti insieme dobbiamo scegliere di camminare verso quella direzione e non smettere di provarci.
J.: Questo è il punto, continuare su questa strada, migliorare il mondo - mentre ascolti il nostro album (ridono tutti, ndr)
Ovviamente
J.: Oggi le persone possono esprimere più liberamente le loro emozioni, ci sono tante nuove parole per comunicarlo meglio ed è bello dire «Guarda cosa possiamo creare adesso».
A.: Secondo noi, da un certo punto di vista, il mondo è già meglio di com'era vent'anni fa. La nostra è una sorta di colonna sonora gioiosa da ascoltare mentre ci mettiamo tutti insieme per continuare a farlo.















