Si usa una parola soltanto, in Giappone, per descrivere ciò che Wim Wenders ha raccontato nei 123 minuti di Perfect Days, ed è komorebi. Amante della Terra del Sol Levante, il regista tedesco de Il cielo sopra Berlino ha raccontato attraverso la storia di Hirayama (Kôji Yakusho) quella sospesa sensazione che si prova osservando le luci e le ombre degli alberi attraversati dal sole. Le immagini che riflettono le foglie, che silenziose si muovono tra il vento, il luccichio del sole che si intravede tra loro e la pace che quello stesso emana. Un momento di quiete, di luce, attraversato dal buio di tutte quelle ombre che in una vita si possono attraversare. Ed è per questo che in tutta la pellicola i dialoghi sono pochi: a parlare sono le espressioni di Yakusho che per questo ruolo ha ricevuto il premio a Cannes per la migliore interpretazione maschile e, infine, le musiche.

Una colonna sonora ricchissima, quella di Perfect Days (in nomination agli Oscar, insieme a Io capitano, per il miglior film internazionale), legata alla profonda cultura del suo protagonista definito da Wenders «un eroe della vita ordinaria». E se la pellicola ruota attorno proprio alla quotidianità di Hirayama ad accompagnarlo nei suoi viaggi tra ogni spostamento lavorativo per raggiungere i diversi punti dei Tokyo Service per cui lavora, c’è la musica. Di stampo occidentale, degli anni Sessanta e Settanta per lo più. È con “The House of the Rising Sun” dei The Animals che si apre il film. Hirayama, dopo i suoi consueti riti mattutini, sale sul suo furgone, prende un’audiocassetta stereo 7 e fa partire la musica.

In un racconto tra fotografie di una Tokyo altamente contemporanea e le architetture incredibili dei bagni pubblici, si intervalla la musica del passato. Non manca “Perfect Day" di Lou Reed del 1973, già utilizzata da Wenders nel 2016 per I Bei Giorni di Aranjuez. C’è “Pale Blue Eyes” dei Velvet Undergroud, scritta sempre da Reed e considerata da Patti Smith una delle sue canzoni preferite. E ancora, “(Sittin’ O) The Dock of the Bay” di Otis Redding del 1967, “(Walkin’ Thru The) Sleepy City” dei Rolling Stone del 1975 e “Sunny Afternoon” dei Kinks, usata nel film durante il primo giorno di riposo dal lavoro del protagonista. Seduto, nella sua stanza, gode di una sorta di otium letterario: circondato da centinaia di libri, assorto nella musica, contempla le fotografie scattate con la sua macchina fotografica analogica, una Olympus.

Ma tre sono i momenti più significativi in cui musica e sceneggiatura si intersecano, affascinando particolarmente il pubblico. C’è Patti Smith con “Redondo Beach” che lascia stupita Amy (Aoi Yamada), una giovane ragazza corteggiata dall’unico collega di Hirayama. «Mi piace il suono delle cassette, è la prima volta che lo sento», sussurra la giovane che incontra il mondo analogico della musica per la prima volta. E poi “Brown Eyed Girl” di Van Morrison che Hirayamana ascolta sul furgone insieme a Niko (Arisa Nakano), sua nipote. «Van Morrison è questo qui? - domanda incuriosita - Spotify ce l’avrà?». Ieri e oggi si incontrano attraverso due figure giovani e femminili che osservano incuriosite la vita di chi vive assaporando la bellezza delle piccole cose. Nella luce che spunta tra le foglie di un albero o nel gioco dello schiacciare le ombre di una persona appena conosciuta, ad esempio. A contrasto con un’esistenza puramente digitale.

E poi, la fine. È “Feeling Good” di Nina Simone a dominare la scena finale. «Ci siamo assicurati di ottenere i diritti (di “Feeling Good”, ndr.) prima ancora di girare le scene perché era fondamentale poterla avere nel film», ha raccontato il regista. E così Perfect Days termina con il suo protagonista tra le vie di Tokyo alla guida del suo furgone: ascolta quel brano e le sue espressioni valgono più di qualsiasi tipo di monologo. Hirayama sorride, poi si fa più serio, si rattrista, piange. È tutto un continuo oscillare tra le luci e le ombre, come la vita che spesso ci sfugge e che avrebbe bisogno, sempre di più, di essere coltivata.