Non avevamo bisogno di assistere a un suo concerto per sapere che The Weeknd fosse probabilmente un amante distaccato, un po’ freddo, con un male gaze tanto considerevole da essersi dovuto giustificare, in un’intervista per Esquire del 2020, circa la sua incapacità nel trattenersi dal chiamare tutte le donne delle sue canzoni “stronze puttane”. All’epoca aveva difeso i suoi testi (lo sta facendo ancora dopo le critiche mosse a The Idol da chi ha confuso il personaggio a cui dà corpo nella serie con la persona che è), affermando che nelle sue canzoni interpreta sempre qualcun altro, due persone, The Weeknd, il musicista, e Abel Makkonen Tesfaye, l'uomo dietro l'opera d’arte. Distacco e assenza di empatia sono state le stesse critiche nate sin dall’avvio del tour "After Hours Til Down" nella prima data di Toronto, fino alla seconda di Milano all’Ippodromo San Siro dove il 27 luglio l’artista più popolare al mondo ha riproposto lo spettacolo riconosciuto già all’estero in modo unanime come uno show innegabilmente all’altezza della sua fama. Perché quello che mancava allo spettacolo in termini di intimità, un solo “Ehy Milan” e nessuna interazione con il pubblico, è stato compensato dall'esecuzione pura e perfetta di The Weeknd, con un concerto che è uno spettacolo che pare composto da un’unica traccia priva di pause, dove anche i suoi brani meno recenti come "Kiss Land" del 2013 e "Die For You" del 2016 si fondono al resto del catalogo musicale. Uno show autentico, dove i fan che seguono la star dal 2009 quando era ancora un artista anonimo su YouTube hanno urlato e ballato nelle prime file, alcuni devoti in abiti neri e rossi emulando il look di After Hours.
Quando nel 1926 Hugo Gensback, fondatore della rivista di fantascienza Amazing Stories, diede vita al termine "science fiction", non poteva certo sapere che dall’altra parte dell’oceano Fritz Lang, regista tedesco, stava interpretando al meglio le linee guide di questa forma di narrativa, dando vita a un cult cinematografico. Metropolis. È un riferimento a cui la città pop-up della scenografia, come in quei libri in cui li apri e ti si erge davanti un mondo, rimanda, una grandissima Metropolis imponente e fatiscente da cui svetta anche l’Empire State Building di New York, che si estende su gran parte del palco, risplendendo e poi bruciando nel momento del mash-up tra la cover bellissima di “Hurricane” di Kanye West (dove The Weeknd partecipa realmente) e la famosa “The Hills”, sfumando nel cielo e poi brillando di nuovo per tutte le due ore di concerto, da “Call Out my Name” probabilmente scritta per Selena Gomez a “Save your Tears for Another Day” con l’audio della ex più ex di tutte Bella Hadid, «scusami, mi manchi». Una città stato, la sua, di cui The Weeknd con maschera argentata sul volto e scettro è capo e vate, mentre uno stuolo di ballerini proseliti incappucciati si muove per tutta la lunghezza del palco alternandosi alla presenza di lui, avanti e indietro, dalla città alla gigantesca luna che governa la fine dello stage inseguita dalle stelle: le luci degli schermi degli 80 mila fan presenti (per un totale di 160 con la prima data).
Come Metropolis per Blade Runner o il Ciclo delle Fondazioni, così "After Hours Til Down" si trova oggi agli albori di un’industria dell’intrattenimento che ha nuove regole, nuove richieste, che teme la follia di Kanye West che si dà fuoco nello stadio ddi Chicago per completare la trilogia di concerti per il lancio di Donda, e comunque la richiede. Un loop dove la migliore musica di The Weeknd, così contrabbandiera di umori diversi e sfumature in un misto di estasi e oscurità è perfetta, come le parole degli amanti più distaccati che per qualche motivo ci risuonano dentro sempre a distanza di tempo, anche quando ce ne siamo andati.















