Antonio Hueber è nato a Padova nel ‘99. Cognome austriaco, mamma originaria di Praga, fin da piccolo inizia a esprimersi con il rap, l’unico modo che ha per tirar fuori i suoi pensieri. Dopo i singoli “Hot”, “Progressi” e “Diretto al top” il 7 luglio esce il suo nuovo disco. Lo ha chiamato Umile (Warner Music) che suona come una dichiarazione di intenti, nel momento in cui la musica sta cambiando la sua vita. Quindici tracce, sette feat, con artisti di cui ha stima. Shiva, Frah Quintale, Kid Yugi, Digital Astro, Nerissima Serpe, Vale Pain, Artie 5ive: «Non avrei potuto chiamare nessun altro, per me sono gli unici nomi forti del momento».
Non è un disco estivo ed esce in estate anche per questo, per confermare il suo voler essere controtendenza. Non è un disco che va alla ricerca delle hit, non segue regole, è come un flusso di coscienza che mette in parola sentimenti, emozioni e tanta solitudine. Mostra il suo lato umano, ricercando al dettaglio come far suonare le sue parole, alla ricerca di uno stile personale che lo renda riconoscibile. È il suo ingresso nel mondo dei “grandi” e c’è tutta l’aspettativa di un ragazzo di 24 anni che ha dedicato tutte le sue energie alla musica, senza mai considerare un piano B.
Umile, è il tuo modo di essere?
«Umile indica il mio lato umano. È più un problema che hanno gli altri nel cambiare nei miei confronti, rispetto a me nei loro. Io devo rimanere umile per colpa dei pregiudizi degli altri, non perché io non lo sia. Di base gli altri mi trattano in modo diverso. Secondo me Umile è il mio album più forte di sempre, indipendentemente dai numeri che farà, ma per quello che ho detto, per quello che è, sono veramente soddisfatto di questo disco. Autoproclamarsi umili assolutamente non è umile, posso capirlo, però sicuramente c’è un sottofondo di bontà. Io rimango uguale a come ero».
Ti spaventa il cambiamento?
«In quest’ultimo periodo nella mia vita è cambiato tutto, anche se alla fine dentro di me non è cambiato niente, quello che muta magari è lo sfondo. Oggi ad esempio sono qui e non mi sarei mai aspettato di essere qui a spiegare il mio disco. Per me tutto questo è ancora assurdo. Vivo a Padova, ma sono spesso a Milano, ho la fortuna che sia tutto vicino, alla fine sono due ore di distanza. Non è cambiato molto nella mia quotidianità».
Nel disco dici “Il mondo i buoni non li lascia in pace”. Tu sei buono?
«Sì, io sono buono».
Da quando fai musica?
«Da quando sono bambino, faccio rap da sempre. Sono cresciuto a Padova, un contesto molto provinciale. Ho avuto un’infanzia normale, poi ho conosciuto Leo, il mio produttore, abbiamo iniziato a fare musica insieme, e lì è cambiato tutto. Ho sempre avuto una grande voglia di emergere, intesa come voglia di esprimere un messaggio magari in modo più forte di tanti altri miei coetanei. Il rap è sempre stato il mio modo di esprimermi, una vocazione. Mi è sempre piaciuta la musica, gli strumenti, poi ho deciso di usare la voce e il rap era il modo migliore per dire quello che pensavo».
La tua famiglia ti ha sempre appoggiato?
«C’è sempre stata musica attorno a me, mi sono ritrovato a contatto con l’hip hop, dovevo dire qualcosa, con il rap cerco di trovare salvezza. Mio padre non ascolta tutto, mia madre è fan».
Come si fa ad emergere in un momento storico in cui c’è tantissima musica nuova ogni settimana?
«Emergi quando il tuo messaggio non è sull’emergere. La differenza è sempre il messaggio. Se il tuo messaggio è debole, non può durare. Io parto dal presupposto che niente può durare per sempre, ma sicuramente se pensi di voler diventare famoso non puoi emergere. Conta quello che hai da dire. Io voglio comunicare quello che sento. Che non è detto che siano sempre giuste da ascoltare. Io mi sento di esprimere un sacco di concetti. Non ho un unico messaggio. Il filo conduttore è quello di levarsi dai pregiudizi».
Chi sono le tue persone?
«Leo, la mia famiglia, la mia ragazza».
Canti “Non ho voglia di far featuring e perdere tempo”, poi però nel disco i feat ci sono.
«Io nel disco ho messo solo gli artisti che reputo più forti e che soprattutto reputo artisti. C’è un sacco di gente che si arricchisce con la musica ma che non è per forza un artista. Stimo artisticamente le persone che ho chiamato, sono le uniche che avrei voluto chiamare. Non scendo a compromessi. Nella ricerca dei feat. ho voluto con me persone che secondo me rispecchiavano i valori che io cerco nel rap».
Ti ispiri a qualcuno?
«Prendere ispirazione anche da wave internazionali e farle proprie è normale, ma nel momento in cui le fai tue diventano subito un altro tipo di “stanza” che comunque non esiste, che non è francese, tedesca, si tratta semplicemente di una nuova stanza creata da te. Non potrà mai essere ispirata da un solo artista, è troppo limitante. Ci saranno sempre mille persone, mille generi che ispirano il tuo flusso di creatività, ma che comunque viene da dentro di te spontaneamente. Se domani dovessi diventare famoso non mi cambierebbe nulla. Io sono qui per dare un messaggio. Sento il carico di dover dire certe cose, non so ancora per quanti dischi».
La tua musica arriva dallo star male?
«Prendo ispirazione dal mio vissuto e dalle mie esperienze, parlo della mia vita, a volte forse raccontando troppo. La mia musica nasce da un costante senso di insoddisfazione verso il mondo».
Hai mai pensato a un piano B, se con la musica non dovesse funzionare?
«Sono nel piano A da quando sono nato. Non è mai cambiato».
Però deve andar bene…
«I fallimenti sono compresi nel piano A».












