Incontriamo Elasi al suo ritorno da una notte passata a Mirabilandia, dove ha suonato, felicissima di essersi riconnessa alla sua parte più piccola provando tutte le giostre del Parco: «Non è la prima cosa che ci verrebbe in mente, diciamo di non avere tempo, rimandiamo sempre, forse ci consideriamo troppo grandi. Ma bisogna trovare il tempo per una gita, è troppo divertente». Elasi trasmette subito una genuina ingenuità, che in realtà non è altro che sincerità nell'esprimersi come un grande universo che coinvolge al suo interno piccoli mondi. C'è quello del gioco, della sperimentazione, e del viaggio: se chiudete gli occhi e sentite le tracce di Campi Elasi, il suo primo album, e le canzoni di Oasi Elasi, non sarà difficile che vi imbattiate in un flauto armeno, un'orchestra balinese, una chitarra africana. È così che la sua musica oltre a essere un prodotto unico, si fa arte sincera.
Se dovessi descrivere la tua musica con tre parole?
«Viaggio, sogno e movimento».
E tu come ti descriveresti?
«Questa è difficile... Fluida, nel senso più espansivo del termine. Non mi do confini».
L'assenza dei confini viene fuori anche nella tua musica, dove ti fai contaminare da musiche di altri Paesi.
«Il mio amore per la musica è così grande che non basta ascoltare solo la musica che c'è, mi viene da ascoltare tutto e continuare a cercare cose nuove, continuare a curiosare. È una passione che mi nasce dall'amore per il viaggio e i modi migliori per scoprire le altre culture sono il cibo e la musica per me».
Di queste contaminazioni, c'è una cultura che ti ha conquistata più di altri nella tua musica?
«Il mio primo EP l'ho fatto creando collaborazioni a distanza nel 2019, prima del Covid, con strumentisti di musica tradizionale provenienti da tutto il mondo. Ho scoperto quindi che in Armenia uno dei loro strumenti tradizionali è questo flauto, il duduk, che ha un suono simile a quello di un pianto umano da quanto è intenso. E quindi in "Esplodigodi", uno dei miei brani, si sente un piccolo intervento di questo strumento. Ho avuto anche modo di lavorare con i gamelan, un insieme di strumenti balinesi, con musicisti indonesiani che non hanno il nostro stesso sistema di scale, per cui quando inviavo a loro il mio pezzo perché ci lavorassero sopra, loro non si ritrovavano con le tonalità. Quindi abbiamo deciso di fare al contrario, adattandomi io a loro. Ho lavorato con Griot, un cantastorie del Mali, che suona strumenti ricavati da zucche vuote, troppo bello».
A chi ti ispiri come artista?
«Cambio molto, sono un po' incoerente, scopro musica nuova e mi viene una fissa diversa. Però se devo pensare a dei punti fissi penso a Damon Albarn, che ha avuto progetti molto diversi, dai Gorillaz ai Blur, fino al suo percorso da solista con cui sperimenta insieme a musicisti africani. E poi sicuramente Roísín Murphy, che ama lavorare con la musica da club ma anche performare, sperimentare con arte e abiti. E poi David Bowie».
Sei anche la fondatrice di Poche Collective, di che progetto si tratta?
«Lo scopo è sociale, lo faccio solo per portare un cambiamento positivo nel mio pubblico, a chi si vuole approcciare a questa industry e al mestiere di producer. La figura del produttore è spesso associata al maschile. Dopo i primi lavori mi sono stufata di affidarmi a uomini, spesso più grandi di me, e ho iniziato a chiedermi "perchè non farlo da sola?", ma ho avuto paura. Non è stato facile buttarsi, e penso che tante donne che vogliono sapere di più su questo mestiere e imparare si trovano nella mia stessa situazione. È come l'idraulico, una barriera culturale che poi diventa mentale in noi donne che siamo molto meticolose e che secondo me siamo più spaventate dal buttarci, loro sperimentano di più, studiamo, se non è perfetto non mi butto. Quindi mi sono resa conto che ci sono tanti aspiranti produttrici o professioniste che non escono per paura, e allora ho pensato "facciamoci forza, gruppo, diventiamo uno stormo". E ha funzionato. Oggi c'è Ableton, società tedesca di software musicali, che ci sponsorizza dei workshop gratuiti in tutta Italia per future produttrici, e poi in Triennale ora iniziamo una rassegna di produttrici. Abbiamo più supporto dai media, siamo più visibili. Non è da sottovalutare poi che a noi donne, nei settori dove c'è meno spazio per noi, associano più competizione».
La tua arte è presente anche nel modo in cui ti vesti
«Per me la moda è uno dei modi più belli con cui esprimersi, perché è come ti presenti tu. Mi piace moltissimo indossare capi di designer emergenti, sperimentali. Poi la mia principale designer è mia madre, molte delle cose che indosso le compone lei».
Ascoltate Elasi e fatevi catapultare lontano.












