Penso spesso che una delle prerogative per riuscire ad avere successo a un certo punto della propria esistenza sia quella di essere stati sfigati e bullizzati durante le medie e le superiori, perché è come se ti avesse, in qualche modo, già temprato la vita. Quando viveva nella frazione di Villa San Filippo, Naska, al secolo Diego Caterbetti, ne ha prese tante abbastanza da passare il resto degli anni in odore di trionfo. «Io quell’insicurezza che avevo da bambino me la tengo stretta anche adesso, mi serve per scrivere le canzoni», mi racconta il 25enne marchigiano inserito da Spotify nel programma Radar che supporta i talenti emergenti – nelle scorse edizioni ci sono stati Ariete, Blanco, Rhove – e che accende la propria luce sugli artisti su cui è giusto puntare adesso, come se di una simile validazione Naska ne avesse bisogno. Nel suo primo album Rebel ci si poteva già leggere il presagio dell’affermazione definitiva che sarebbe arrivata in seguito con La mia stanza, il nuovo disco di dieci tracce uscito a maggio che celebra lo stile dei Blink-182 e dei Sum41, su cui Diego ha improntato il proprio gusto musicale dopo un primo periodo rock e uno primissimo rap. Ci chiamiamo, da qualche giorno è chiuso in sala prove per prepararsi al MI AMI dove venerdì 26 maggio avrà inizio la prima data del suo tour estivo, ma non avverte alcuna pressione, mi dice che la sentiva quando si presentava impreparato alle verifiche al Liceo Artistico che ha frequentato nelle Marche, e che invece per questa passione ereditata in famiglia studia sempre parecchio. Lo fa da quando è arrivato a Milano cinque anni fa e ha iniziato ad attraversare la vita dei suoi amici dormendo sui divani dei loft in via Tucidide, compiendo l’atto punk di divorziare da Yalla, l’etichetta di Jake La Furia dei Club Dogo e del produttore hip hop Big Fish con cui aveva pubblicato l’’EP d'esordio ALO/VE nel 2020, per non scendere a compromessi già prima che il suo sogno si avverasse.
Punk appunto, come i singoli che compongono La mia stanza e che si ispirano a un immaginario teen (il suo) di devastazione e ricostruzione pezzo a pezzo, provando a illuminare le ombre e le fragilità che ci portiamo ancora dentro dall’adolescenza e riscattandole in “Non me ne frega un cazzo”, o in “Pronto soccorso” che racconta una storia d’amore tristissima su una base tanto allegra che ne diventa il contraltare perfetto. Alla release dell’album sembrava il Grande Lebowski. «Ma mi hai visto preso, nel senso che ero ubriaco? Perché può essere», si muoveva in mutande e accappatoio sul palco dove era stata ricostruita la sua stanza, quella del titolo e quella della casa milanese che si vede anche sulla cover del disco e nelle dirette Twitch con cui si è fatto conoscere nel 2020, con i poster delle storiche copertine punk-rock su cui ha foto-montato la sua faccia. Tra queste, c’è anche quella di Sid e Nancy. Lui è Sid Vicious. A quel tipo di amore punk e folle tragicamente ricomposto da adii e ritorni, felicità e drammi si ispira “Mai come gli altri”. Tragico e generazionale, ti senti così? «È sulle persone che come me si sentono diverse da tutti. Abbandoniamo la parte in cui dici "tragicamente"».
Proprio per questo, abbiamo fatto un’intervista un po’ diversa, partendo dalle parole chiave che circondano la sua vita e approfondendole. Ne è uscito un manifesto di tutto quello in cui crede.
NASKA
«Mi fa pensare tanto a un’altra parola che è "famiglia". In particolare a mio nonno, e poi a mio papà, figlio del Naska effettivo. È un soprannome che ho ereditato da lì, mi sento un po’ Naska 2».
Naska, che in dialetto è naso.
«Sì ma non sono io ad averlo grande, era mio nonno perché nonno c’aveva il nasone».
Quando è arrivato “il tuo Naska” nella vita di Diego?
«Esce sempre da solo il sabato sera. È il mio alter ego di cui avevo e ho ancora bisogno. Sai dottor Jekill e Mr Hyde, quello normale e il punkabbestia matto. Il sabato quando stacco, dopo che ho lavorato, e lavoro veramente dalla domenica al venerdì, ho dei momenti di sfogo in cui mi serve ricaricarmi. E questa cosa si è sempre riflessa anche musicalmente, quando andavo in studio le prime volte dicevo, oggi non faccio la canzone triste, oggi faccio la canzone cazzona da sabato sera».
MUSICA
«Una cosa che c’è stata sempre anche a casa. Mio papà è musicista, da ragazzo faceva il dj nelle discoteche di Rimini e Riccione e mi raccontava che quando mamma era incinta le metteva le cuffie con Elvis sulla pancia. Ha una libreria infinita di vinili e da piccolo sceglievo quello che aveva la copertina più bella e lo mettevo in loop. Io effettivamente ho iniziato a fare musica a 14, 15 anni. La prima cosa che ho scritto è stata un dissing perché ho una sorella più piccola, si chiama Giorgia, che prendeva il mio stesso autobus per andare a scuola. Facevo l’Artistico e uscivo un’ora dopo per fare i laboratori, e quando non c’ero i bulletti di zona le rompevano le palle, perché era piccola, era timida come lo sono io. Più volte tornava a casa e piangeva. E quindi io mi sono fatto coraggio, sono andato da questi bulletti un giorno e ho detto ragazzi prendetevela con i maschi dell’età vostra».
E? Ci hai scritto un pezzo?
«No. E il giorno dopo mi hanno aspettato fuori da scuola in sei e mi hanno gonfiato come un tacchino».
Quindi hai fatto come Eminem.
«Ero tutto secco, non facevo minimamente paura. Ho scritto un pezzo in cui li insultavo tutti. Quella è stata la prima canzone, anche quella che mi ha fatto conoscere in giro. Ero improvvisamente diventato il leader dei bullizzati. Anche se appena l’ho pubblicata, il giorno dopo mi hanno menato di nuovo».
PUNK
«Un genere che ascoltavo fin da piccolo. Però la prima volta che ho detto cazzo, questo è stato veramente punk, risale a un periodo in cui giravo per Milano senza un euro, giravo versione clochard a destra e a sinistra senza una casa, dormivo da amici o amici di amici. Ero appena arrivato da poco in città e avevo firmato con un’etichetta, avevo un Ep che sarebbe uscito nel pieno periodo emo-trap ma io volevo già mettere le batterie, cambiare proprio il mood e fare il punk rock che piaceva a me. Avevo appena firmato con loro e mi dicono subito “domani hai il provino per fare Amici. Devi ripulire un po’ l’immagine, cambiare un po’ i testi, fare un po’ di cose per piacere di più in televisione, vai di trap che adesso funziona”. Mi chiedevano di scendere a un compromesso nel momento in cui stavo iniziando a capire cosa volessi fare veramente. Sapevano che stavo dormendo da un divano all’altro e provavano a sfruttare questa situazione. Mi dicevano “Se vai ad Amici casa te la puoi anche comprare. Sei un bel ragazzo, se non ti fanno vincere comunque ti fanno entrare”. A me sta cosa del bel ragazzo, che poi non si parla di musica ma di come sono esteticamente, mi ha fatto girare le palle da morire. Io la casa non me la voglio comprare con i compromessi. E li ho mandati a fanculo».
Arriviamo alla svolta. Cos’è successo dopo?
«Ho continuato a dormire sui divani degli altri per cinque anni, in Tucidide. A zonzo, a lavorare e a farmi il culo, ad autopromuovermi la roba da indipendente. Tenevo tutte le mie cose in una valigia».
Quali lavori?
«All’inizio ho fatto il pizzaiolo. Poi da Bershka, reparto donna. Mi hanno licenziato dopo quattro mesi perché ho un’altra grande passione oltre alla musica. Poi in showroom, come rivenditore, e anche in un ufficio».
Tornando al punk, in Italia è sempre stato un genere che arrivava principalmente dall’esterno e che a un certo punto è sembrato esaurirsi insieme a Mtv. C’è stato un momento florido, e infatti prima che Machine Gun Kelly tornasse in questi anni a essere un trend noi abbiamo avuto l’epoca d’oro dei Finley. Immagino che siano in tanti a paragonarti a loro. Lo sopporti?
«Ma scherzi, io ero mega fan. Pensa, è successo che poco fa mi scrivessero direttamente loro per fare un pezzo insieme. Quando li ascoltavamo l’Italia conosceva un punk nostrano molto soft, i Finley erano costretti a essere più puliti anche per poter passare in radio. Io sono molto più sporco di così, e infatti la canzone che abbiamo fatto insieme l’abbiamo chiamata “Porno”».
MILANO
«Paese dei Balocchi. Sono arrivato qui dopo le superiori per fare musica ed ero come Pinocchio. Tornavo a casa quando mi pareva, non c’era nessuno a dirmi che non andava bene se tornavo sui gomiti o sulle ginocchia. Poi mi sono ridimensionato»
Sei nato a Civitanova Marche nel 1997. Contano più le tue origini o l’esigenza di allontanartici?
«Fare musica là voleva dire fare musica fine a sé stessa. Ma a casa mia e ai miei amici ci sono affezionatissimo. Mi piace tornarci, loro non capiscono perché mi manchi stare lì. Mi accorgo che sta cambiando qualcosa solo perché quei bulli che prima mi menavano adesso mi fermano per fare una foto insieme».
CAMERETTA
«Safe place. Io ci sono cresciuto in tutte le camere. Vengo da un paesino vicino a Civitanova, si chiama Villa San Filippo, 800 abitanti, dell’età mia due persone. Fino a quando non ho avuto 16 anni e il patentino per il motorino sono stato chiuso in camera mia. Sono un po’ sociopatico, un solitario e infatti appena ho avuto un posto mio a Milano rimanevo comunque sempre in stanza».
Hai davvero il poster di Enema of the State dei Blink con la tua faccia montata su quella dell’infermiera, che si vede in cover?
«Certo. Anche la scultura di E.T., il poster dello Squalo che è la mia paura più grande. Io sono terrorizzato dagli squali, faccio il bagno solo se tocco».
La mia stanza arriva dopo il primo album, Rebel, ma nasce da un progetto specifico o è un insieme di canzoni che avevi già scritto e a cui hai dato un contenitore?
«Non ho mai creduto nei concept disco. Ti limita molto. Io scrivo tutti i pezzi come fossero singoli, e al concept ci penso al settimo, e ci penso in camera peraltro! L’anno scorso scegliere il titolo è stato più facile perché “Rebel” è dedicata a mia sorella che ha una figlia, mia nipote Rebel appunto, ed era una parola perfetta per collegare il resto. Questa volta invece avevo già composto quasi tutto, giravo per la stanza pensando ma come cazzo lo chiamo. Ho pensato che non ci fosse nulla che mi rappresentasse meglio di questo spazio. La stanza ordinata che la gente vede in webcam e quella nel pieno caos, che sta dietro ma c’è sempre».
FAMIGLIA
«L’inizio di tutto, infatti torniamo sempre qui».
So che ti sei fatto un tatuaggio per ognuno dei suoi membri.
«Sono mega, mega legato a loro. Appena posso vado giù a trovarli, anche perché adesso c’è la new entry che è mia nipote che ha 1 anno e mezzo, mi piace fare lo zio. Lei viene anche ai miei concerti. Rebel è nata a ottobre del 2021, e a marzo, aveva cinque mesi, minuscola, era già nello studio mentre incidevo Rebel con le cuffie insonorizzate. Ho il suo nome qui [indica l’avambraccio], “mom” sul petto, qui, non so se si vede mi sono appena tatuato una foto con mio papà».
Il "Wando" dell’ultima traccia del disco è proprio tuo padre.
«In questo album c’è tanto della mia famiglia. Lui ha continuato a fare il parrucchiere mentre faceva il musicista. Mi ha dimostrato quanto fosse possibile rimanere attaccato a un sogno fino alla fine»
SOGNO
«Questo. Crederci pur rischiando di perderti».
AMORE
«Una cosa senza la quale non scriverei tre quarti delle canzoni che scrivo. Lo senti dentro, una montagna russa di emozioni. A me capita di uscire e di innamorarmi follemente di una tipa, per due mesi sono mega geloso e poi il giorno dopo improvvisamente non me ne frega più niente. Come un ragazzino di 16 anni che si innamora al campo estivo»
Amare è un atto punk?
«Sì e anche da coglioni».
Quante delle storie di cui canti sono finite male?
«Tutte [ride, nda]. È tutto vero quello che senti nelle mie canzoni, se tu mi chiedi “Polly” chi è, è la mia ex ragazza. “Spezzami il cuore”? Su una tipa che ho conosciuto in quarantena di cui mi sono innamorato dopo tre messaggi in chat».
SESSO
«Importante».
Non continuiamo?
«No per favore fermiamoci qui».
GENERAZIONE
«In giro ne vedo una che non mi appartiene. Ragazzi fomentati da loro stessi, bulli, ma sono sicuro che oltre a quella generazione ce ne sia una di persone come me, che alle superiori sono stati malissimo e sono stati picchiati o derisi, che hanno pianto pure tantissimo. Mi piace pensare che siano quelli che cambieranno qualcosa»
Alcuni di noi avrebbero voluto ascoltarti a 16 anni.
«La vena teen è una vena malinconica. E quella nostalgia che pensavi ti svuotasse invece ti dava tanto».
ERRORI
«Una cosa da fare per diventare grandi»
FUTURO
«Sul fianco ho scritto enorme “No future”. È uno stile di vita come il punk, come quando ho mollato l’etichetta, me lo sono tatuato pochi giorni dopo. Come dico nell’album, è meglio non avere piani B e concentrarsi sul piano A. Mi rimbocco le maniche e faccio musica. Se va bene va bene, se non va bene non lo so. Manco ci pensiamo, vediamo poi».
TWITCH
«Un’opportunità, nel mio caso per autofinanziarmi quando non ero davvero nessuno. I miei migliori amici sono dei bravissimi streamer e mi hanno fatto vedere come monetizzare. Avevo perso il lavoro per la quarantena, non avevo soldi veramente per niente. Mi hanno impostato Twitch sul pc e ho iniziato con le donation goal, delle donazioni in cui scrivevo tipo “master del disco”, per farmi aiutare a produrre musica. E la gente mi ha aiutato davvero. Non mettevo nulla da parte perché non era giusto nei confronti di chi mi finanziava per la musica, e infatti ho continuato a non avere un euro. Ho fatto anche una donation goal per pagarmi l’avvocato quando mi hanno ritirato la patente ma quello è un altro discorso».
SCHIFO
«Un’esigenza necessaria che esce il sabato sera, ma con disciplina, per avere energie negli altri giorni della settimana. Fare schifo mettendoci la testa è una valvola di sfogo».
Con questa intervista hai stilato involontariamente un manifesto del nuovo punk. Come lo finisci?
«Con un altro mantra. Non me ne frega un cazzo».














