C’è una scena iconica nel film Tre uomini e una gambadi Aldo, Giovanni e Giacomo: «E così domani ti sposi», chiede Marina Massironi a Giacomo. «Sì, ma niente di serio». Mi è tornata in mente parlando con i Santi Francesi, che del loro trionfo a X Factor dicono, con una semplicità disarmante: «Abbiamo vinto, ma non è niente. Siamo super tranquilli». A pochi giorni dal felice finale dello show Sky, dove erano in squadra con Rkomi, il duo hard-pop di Ivrea formato da Alessandro De Santis e Mario Francese ci tiene a rimanere con i piedi per terra. I festeggiamenti dopo la vittoria? «Non siamo dei grandi festaioli, siamo stati con gli altri concorrenti e abbiamo colto l’occasione per salutare anche tecnici e autori». La vita privata? «Non ci raccontiamo molto sui social, lasciamo spazio alla musica». I sogni per il futuro? «Non c’è davvero un punto di arrivo, per noi, se non il riuscire a vivere di musica ogni giorno». Difficile dire se si tratti di lungimirante saggezza o di autentico spirito sabaudo, quell’approccio alla vita squisitamente piemontese fatto di discrezione, un pizzico di austerità, innato riserbo e senso del dovere. Intendiamoci: la vittoria li ha gasati enormemente e l’emozione è ancora forte, ma non tanto da offuscare la consapevolezza che il punto a cui sono arrivati non è un traguardo, ma una tappa.

Fino a oggi i Santi Francesi si sono mantenuti facendo altro – Alessandro è stato commesso da Decathlon, Mario lavorava come programmatore – ma la musica è da anni al centro dei loro progetti e ha già portato più di una soddisfazione. L’album autoprodotto pubblicato nel 2019, Tutti Manifesti, ha superato i 2.5 milioni di stream su Spotify. Un anno più tardi sono stati parte della line up di Spaghetti Unplugged e hanno collaborato con Dade al brano Giovani Favolosi, poi diventato colonna sonora della terza stagione di Summertime su Netflix. Ancora, sono saliti sul palco del Giffoni Film Festival con Franco126, hanno aperto il live dei Fast Animals and Slow Kids al Fabrique di Milano e quello di Madame e Blanco al Ferrara Summer Festival. Il frutto di questo percorso e dell’apice raggiunto con la vittoria a X Factor è tutto nel nuovo EP In fieri, che raccoglie tre brani portati al talent show e tre inediti, tra cui Spaccio in collaborazione con i FASK. «Questo brano è nato otto anni fa, a un concerto rock», raccontano i Santi Francesi. «Su quel palco c’erano i Fast Animals and Slow Kids. Sotto a quel palco c’eravamo noi, riforniti di così tante emozioni che ci hanno guidato per la scrittura di questa canzone. Oggi, dopo un lungo viaggio, Spaccio è tornata a loro. Per noi non poteva esserci finale migliore».

Siete arrivati nel programma già con una certa esperienza in campo musicale e anche televisivo, dato che nel 2017 avevate partecipato ad Amici con il nome The Jab e una diversa formazione. Come avete vissuto l’esperienza di X Factor?

«L’aiuto più grande è arrivato proprio dalla precedente partecipazione ad Amici: conoscevamo già le dinamiche televisive, come avvengono certe riprese, i tempi delle dirette», risponde Mario Francese. «Quindi abbiamo vissuto l’esperienza di X Factor con più serenità. È stato comunque un percorso completamente diverso, nuovo e molto bello. Abbiamo avuto l’occasione di sperimentare e imparare».

Ad esempio? Cosa vi portate a casa?

«Più consapevolezza, in generale. Adesso sappiamo che quello che facciamo non piace solo a noi. Abbiamo alle spalle esperienze sia live sia in studio, ma siamo in continua evoluzione da sempre e speriamo che l’occasione di X Factor ci permetterà di rendere la musica il nostro lavoro. Per quanto riguarda i concorrenti, i legami si sono rafforzati soprattutto negli ultimi giorni: nasceranno sicuramente delle collaborazioni».

Avete legato con qualcuno in particolare?

«Forse con i Tropea, perché li conoscevamo di nome anche prima di X Factor. Ma in realtà abbiamo legato con tutti, anche se sembra strano. Convivere in un loft ogni giorno, con lo stesso tipo di stress ed emozioni, ti unisce».

Torniamo ai vostri inizi. Come vi siete conosciuti?

«Nel 2015, a Ivrea, quasi casualmente: io stavo facendo uno stage da fonico e Alessandro stava registrando dei brani per la sua band di allora, che è poi stata la prima formazione del nostro progetto, prima di diventare i Santi Francesi. Ale aveva bisogno di un tastierista e io mi sono offerto. Piano piano è nato questo legame».

Quando siete sul palco si intuisce che c’è intesa, che siete in sintonia.

«È una conseguenza del convivere praticamente da quando ci siamo conosciuti. Entrambi abbiamo subito capito che la musica doveva essere il nostro lavoro: ci era chiaro che sarebbero serviti impegno e dedizione e inevitabilmente ci siamo ridotti a passare ogni giorno assieme, anche solo per poche ore. Dall’anno scorso siamo coinquilini a Milano e questo ha rafforzato ancora di più il legame».

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Simone Biavati
Santi francesi

Passate molto tempo insieme. Vi capita di discutere o litigare?

«Non ho citato i conflitti e i battibecchi, ma non perché non ci siano: è solo che si è creato un legame, come forse in certi tipi di relazione, in cui ci si ascolta e si cerca di raggiungere uno scopo comune. Anche in studio magari ci sono dei conflitti, ma tendiamo a fidarci uno dell’altro: se penso che Alessandro abbia un’idea valida, della quale però non sono del tutto sicuro, dare fiducia porta a una commistione finale che convince entrambi. Cerchiamo, insomma, di capirci e ascoltarci a vicenda».

Come inizia il vostro processo creativo?

«Non c’è un modus operandi uguale per tutte le canzoni e non scriviamo a un ritmo costante: ci sono settimane in cui non facciamo assolutamente niente, altre in cui scriviamo no stop. Seguiamo l’ispirazione, cerchiamo di cogliere il momento... I testi li scrive per lo più Alessandro, altre volte entrambi. Soprattutto all’inizio mi occupavo solo io delle produzioni e degli arrangiamenti, mentre adesso lo facciamo insieme. A volte le idee vengono da lui, a volte da me... È un mix vincente».

Avete vissuto entrambi a Ivrea, una zona creativa per quanto riguarda un certo tipo di musica: penso a Cosmo, Ivreatronic, Apolide Festival... Questo ambiente ha avuto un’influenza su di voi e sul vostro percorso?

«Direi di no, anche se Ivrea è stata la prima città in cui ci siamo esibiti e abbiamo scritto i nostri brani. Chiaramente Cosmo, quando lo abbiamo conosciuto musicalmente, ha avuto su entrambi un impatto importante, ci ha aperto un mondo: anche noi prendiamo un po’ di quel synth anni ’80, di quelle sensazioni...».

Quando si finisce sotto i riflettori così in fretta, come succede appunto dopo la vittoria a X Factor, ci sono alcuni luoghi comuni ricorrenti e sono curiosa di sapere se per voi sono veri. Ad esempio: si fanno risentire parenti lontani e amici persi di vista da anni.

«Sì, questo un po’ è vero».

Improvvisamente si scopre di avere molti fan, ma anche molti haters.

«Più o meno. Sicuramente molti fan: è sempre un’emozione quando ci fermano per strada o semplicemente ci scrivono. Per adesso non si sono palesati troppi haters, ma non passiamo molto tempo sui social. Magari ci sono e non li abbiamo visti».

È vero che si inizia d’un tratto a sognare molto più in grande?

«Restiamo molto con i piedi per terra. Siamo ovviamente felici e gasatissimi di aver vinto X Factor, ma il risultato vero sarà riuscire a fare tour e dischi. Non abbiamo sogni molto più grandi di questo, del riuscire a vivere di musica ogni giorno: è un’idea che per adesso non si è ancora realizzata totalmente. Per sognare in grande c’è tempo».

Ancora una: è vero che la fama cambia le persone e le dinamiche interne al gruppo?

«Direi di no. Potrei cambiare idea, ma per adesso non è successo».

Il titolo dell’EP, In fieri, è una rivendicazione del vostro essere e sentirvi incompleti, in divenire. Come vedete il futuro?

«Il prossimo passo sarà il tour. Intanto, scriviamo: abbiamo un sacco di altra roba da riprendere, rifare e pubblicare. In estate ci piacerebbe girare qualche festival... E basta, questo è quanto. Il disco descrive bene non solo il nostro vivere alla giornata, ma anche questa nostra tendenza a non arrivare mai. Nella musica per noi non si arriva mai da nessuna parte, ci si deve sempre mettere un po’ in dubbio. Siamo pronti a farlo, a sperimentare».

Nell’EP c’è una collaborazione con i Fast Animals and Slow Kids. Quale altra collaborazione sognate?

«Ci piace metterci in gioco, quindi ce ne sarebbero moltissime. Sarebbe interessante collaborare con i Tropea o Iako, visto che in questo periodo siamo molto legati a loro. Ma speriamo capitino collaborazioni anche con artisti più affermati. Magari con Rkomi: durante il percorso a X Factor sembrava molto gasato e felice della nostra musica. Chissà».

Il vostro primo tour inizia il 18 gennaio a Torino, alcune date sono già sold out. Cosa deve aspettarsi chi verrà a vedervi live?

«Una formazione leggermente diversa, prima di tutto. Siamo devoti alla batteria acustica, credo non la abboneremo mai: ai concerti quindi ci appoggiamo sempre a Daniel Fasano. E poi degli ospiti, momenti strumentali, un sacco di dinamiche. Silenzi ed esplosioni».

Qualche anticipazione sugli ospiti?

«Sarà una sorpresa».

Come la vedreste una partecipazione a Sanremo?

«Assolutamente, siamo aperti a tutto. Vedremo se e quando capiterà».