Tre ragazzi della provincia lombarda, la passione in comune per la musica, l’incontro in studio per le prime collaborazioni, il trasferimento a Londra dove tutto cambia nel giro di una canzone dal titolo "Piece of your Heart" che li porta fino alla nomination ai Grammy Awards nel 2020 come miglior registrazione dance. E la vita che cambia del tutto, di colpo. Mattia Vitale, Simone Giani e Luca De Gregorio sono i Meduza, il trio di producer di fama internazionale, da quel momento hanno raggiunto il successo internazionale: 15 miliardi di stream totali, 135 dischi di platino e diamante, collaborazioni internazionali con artisti dal calibro di Hozier. L’ultimo brano è “Bad Memories” x James Carter ft. Elley Duhe & Fast Boy. Li abbiamo incontrati durante una pausa del tour mondiale, per scoprire che può succedere di conquistare il mondo, rimanendo se stessi.
Come inizia la vostra storia?
Simone: «Suono il pianoforte da quando ho cinque anni, mi sono diplomato al conservatorio e prima di iniziare a produrre facevo l’insegnante di musica. Ho sempre avuto la passione per la musica elettronica, cosa che negli Anni '90 dovevi tenere ben nascosta ai professori. Ho iniziato a fare dischi a diciassette, tutte esperienze abbastanza fallimentari. Ho incontrato Luca nel 2008 in studio e ci siamo subito trovati bene, poi Luca per un po’ ha fatto altro. Ma ci siamo completati da subito, io più musicista, lui più tecnico. Mattia è arrivato nel 2013. Fare cose insieme è stato naturale»
Luca: «Ho iniziato a studiare pianoforte a sei anni. A dodici ho lasciato perché gli amici giocavano a calcio ma sono tornato quasi subito alle tastiere. Ho lasciato la classica per passare all’elettronica. Pensavo solo a quello. Dopo l’incontro con Simone mi sono dedicato ad altri progetti ma nel 2016 ci siamo ritrovati e insieme siamo andati a Londra, facevamo cover, ma era arrivato il momento di provare a scrivere qualcosa di originale».
Mattia: «Facevo il dj nei locali, una passione tramandata da mio padre, anche lui dj. Giravo le discoteche della Lombardia, ero il classico produttore da cameretta, con il mio computer sempre acceso per fare qualcosa. Ho anche provato a prendere qualche lezione di piano ma quando ho conosciuto Simone ho pensato di poter smettere. C’era lui, eravamo a posto così. Abbiamo tre background differenti, ma il feeling è particolare. Spesso c’è chi vuole primeggiare. Tra noi non è così».
Quando è cambiato tutto?
Simone: «Ci siamo trasferiti a Londra, per provare a scrivere con autori. Noi creiamo la musica, la arrangiamo, in Inghilterra abbiamo trovato persone che ci piacevano. Con "Piece of your Heart" da formichine a testa bassa in studio ci siamo trovati ai Grammy. È stato un passaggio velocissimo, dopo diciotto anni di gavetta».
Luca: «La canzone è nata durante la nostra prima settimana a Londra, attorno a noi ci facevano capire che la nostra vita stava per cambiare. Ma ce lo avevano già detto altre volte, non ci credevamo del tutto».
Mattia: «A ripensarci quella demo non volevamo neanche farla sentire. Era da sistemare, era nata in mezz’ora, non era neanche coerente con il resto che stavamo producendo il quel periodo»
Luca: «Ho schiacciato play e il nostro manager ha iniziato a urlare. La vita ci è cambiata davvero».
Che rapporto c’è tra voi?
Mattia: «Siamo amici anche fuori dallo studio. Il fatto che nessuno cerchi di prevalere sull’altro ma che allo stesso tempo ognuno di noi sia ben consapevole di quello che sa fare o non fare, aiuta. Sappiamo che c’è bisogno di tutti e tre. Nessuno di noi, da solo, sarebbe arrivato qui».
Simone: «Quando ci chiedono perché non ci sono altri produttori a livelli internazionali io rispondo perché non si fa squadra. Ci sono tantissimi talenti in Italia, ma da soli non si arriva da nessuna parte. La forza è nel team».
Avete realizzato tutto quello che vi è successo?
Mattia: «Siamo passati da zero a cento nel giro di tre mesi, da essere sempre in Italia a girare per il mondo. All’inizio ci siamo lasciati trascinare, ci svegliavamo la mattina e andavamo a dormire la sera, facendo tutto quello che dovevamo fare: interviste, concerti, studio, è stato tutto talmente veloce che non potevamo realizzarlo davvero. Io l’ho capito quando ci siamo fermati per il Covid».
I Mäneskin stanno facendo cose che voi per primi avete fatto all'estero, eppure i vostri successi fanno meno rumore, non vi riconoscono per strada, che effetto vi fa?
Mattia: «In realtà ci fa piacere non avere tutta quella visibilità. Posso fare la spesa all’Esselunga, viviamo una vita tranquilla. Certo sentiamo tutto l’orgoglio di poter rappresentare il nostro paese. Rappresentiamo il nostro paese con una musica di nicchia, non può esserci il rumore del pop o del rock, ma in Italia ci sono tanti talenti e poter aprire le porte all’estero è sempre positivo. Ci piace poterlo fare».
Sentite la pressione di dover confermare i vostri successi?
Luca: «La fortuna è che nonostante ci sia pressione, sia internamente che dall’esterno, siamo sempre i primi a voler fare meglio, a cercare la novità. Dopo 800 milioni di stream cosa possiamo inventarci? Ma c’è il piacere di farlo, della scoperta, di poter attirare l’attenzione del pubblico. La pressione si trasforma in stimolo. Ed è quello per cui viviamo».
Vi siete tolti tanti sfizi?
Luca: «A livello umano la nostra vita non è cambiata, viviamo nelle stesse case di prima. Piccole cose, no grandi macchine o catenoni d’oro».
Mattia: «Al massimo nuovi strumenti per lo studio».
Simone: «Lo sfizio era poter vivere di musica e girare il mondo. E lo stiamo facendo».
Mattia: «Lavorare con Hozier, John Legend, ricevere i complimenti da Ed Sheeran. Direi che siamo soddisfatti».
Collaborazioni italiane ne farete?
Simone: «Al momento ci interessa di più l’estero, il nostro obiettivo è internazionale. Ci sono artisti con cui ci piacerebbe lavorare, ma non c’è tempo»
Mattia: «E ci frena la lingua italiana. Dà poco spazio all’estero. Abbiamo bisogno dell’inglese».
E il tempo per la vita personale c’è?
Simone: «Spazio ce n’è molto poco. Dipende dalle relazioni che hai costruito con chi ti circonda, genitori, famiglia, fidanzati, se riescono a capire che stai facendo qualcosa che non capita tutti i giorni nella vita, allora è possibile. Per fortuna nel nostro caso ci sono venuti tutti incontro».
Mattia: «Qualsiasi cosa bella porta sacrifici. In questo periodo il nostro sacrificio è la vita personale. Ma siamo circondati da persone che capiscono quello che stiamo facendo è affrontare tutto diventa più semplice».
Luca: «Ci godiamo di più il tempo in cui stiamo insieme. Prima gli affetti erano dati molto più per scontato».
Prossimi passi?
Mattia: «Siamo in partenza per Stati Uniti, Canada, Messico, Brasile. Stiamo finendo il nostro primo album, per l’anno prossimo. È il nostro primo obiettivo, ci teniamo molto».
Il pubblico più bello nel mondo qual è?
Mattia: «Forse in Brasile. Hanno qualcosa nel sangue che non importa cosa proponi, loro iniziano a ballare, rispondono subito in maniera incredibile. Ogni paese è diverso, la nostra sfida è arrivare a capire cosa vuole sentire la gente. E suonarlo».












