Mi piace l'Hello Kitty che c'è stilizzato su una rampa dello skatepark di Parco Lambro, a Milano. Mi fa sentire a mio agio in spazi in cui, fin da piccola, ho percepito esclusione, anche se sentivo miei. Ero una bambina che nei primi Anni Duemila si lanciava giù dalla mini del giardinetto sotto casa strappandosi i pantaloni negli incroci tra i chiodi e le lame di metallo e che, inevitabilmente, veniva derisa dai ragazzi più grandi per essere rimasta in mutande.
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Gli stessi ragazzi più grandi del quartiere avevano il diritto di stare lì, di occupare quegli spazi, quelle piste e quegli asfalti, taggandoli con i loro soprannomi (o street name), mentre io venivo caldamente invitata ad allontanarmi, a tornare a dondolarmi sull'altalena, a fare cose adeguate alla mia età e soprattutto a una femmina. L'Hello Kitty dipinto con gli spray nello skatepark di Parco Lambro mi fa pensare che, con gli anni, i simboli della girlhood, e forse essa stessa, siano riusciti a conquistarsi un posticino in quelle pratiche male-dominated che io, per conformazioni sociali o forse solo perché ho incontrato adolescenti antipatici, non ho più cercato di approfondire, non concedendomi di sentirli davvero miei, almeno per un po' di tempo. Lo skateboard, l'hip hop, soprattutto i graffiti. Da un po' di tempo, per le vie delle città che abito, l'estetica iper-femminile, o culturalmente associata al genere, le sue geometrie, le sue palette, i suoi simboli, le sue emozioni, mi circondano sui muri, sui treni e sulle metro, senza avere paura di stare non dovrebbero stare; forse, in fondo, è proprio questo il senso di un graffito.
Personaggi Sanrio stilizzati, occhi grandi, cuori, stelline, lettering morbidi, spray rosa, viola e linee dolci sono una corrente sempre più presente nel mondo del writing, così come le scritte che, per un motivo o per l'altro, rappresentano l'immaginario irriducibile delle ragazze, il loro universo, la loro infinita esperienza. La mia ossessione per i graffiti cute culmina su Instagram quando incontro il profilo di Sissi e osservo parole come "Lipstick" o "Sisterhood" dipinte su un treno come uno statement, un comandamento. Da bambina avrei avuto bisogno di vedere passare un vagone del genere sui binari che costeggiavano il mio paese, fra le montagne.
L'Hello Kitty che c'è stilizzato allo skatepark di Parco Lambro mi piace ancora di più se penso che, a fianco, è accompagnato da una sequenza di numeri. 1312. A conferma che la girlhood non è solo quella delle principesse Disney o dei gesti educati, ma può essere irriverente e ribelle, politica e necessaria, unapologetic e punk, nonostante i romanticissimi e bellissimi ghirigori. Un po' allo stesso modo di un pezzo di Sissi. Dopo tutto, il filosofo Simon May nel suo saggio Carino! Il potere inquietante delle cose adorabili, ragionando su questa categoria, arriva a esplorare il concetto di cute considerandone non solo la tenerezza intrinseca, delle emoji e dei cuccioli soffici, ma anche le sue espressioni più inquietanti e sovversive, nonché la sua immensa presa sulle persone.
Per approfondire il lato cute dei graffiti, la sua storia, le sue implicazioni estetiche, culturali, sociali e politiche abbiamo parlato con Anna (@welazingara su Instagram), admin di Tutti Liberi Libere Tutte (@tl______lt), una pagina di archivio di graffiti da cui è nato un progetto editoriale indipendente, che nel 2026 tornerà con la pubblicazione di una serie di fanzine monografiche per la seconda edizione del progetto.
Graffiti cute, l'intervista ad Anna, admin di Tutti Liberi Libere Tutte
Quando parliamo di graffiti cute o di estetiche iper femminili nello spazio urbano, di che cosa stiamo parlando? In che modo i graffiti cute riscrivono le regole del writing tradizionale?
«L'espressione graffiti cute mi fa pensare innanzitutto che ci sia una linea di demarcazione fra questi e i graffiti in generale. Negli anni il mondo del writing ha subito diverse trasformazioni e i canoni stilistici per eseguire un graffito non sono più gli stessi degli albori. Il gusto estetico è una questione soggettiva: c'è chi rimane fedele alla linea e non intende un graffito se non quello eseguito con riempimento, sfondo, outline, luci, ombre, 3D e c'è chi invece si discosta da questo modello di intervento, che è quello classico, per saggiare modi diversi di riempire lo spazio urbano. A me verrebbe da dire: per fortuna! Così, adesso, per strada, se parliamo di graffiti cute, troviamo le tag con le lettere arricciate su se stesse – mi vengono in mente Alter a Milano, o Avanti, ad esempio – oppure i pezzi con le decorazioni interne alla lettera alla maniera dei capitelli corinzi, con giochi di curve e ornamenti, ma magari senza nessuna luce, nessuna ombra, nessun 3D. Si potrebbe dire che si tratta di quella fetta di graffiti che risulta accattivante e strizza l'occhio non solo agli addetti ai lavori, ma anche al resto delle persone che vivono in città: estetiche più soft, colori pastello, puppet di hello kitty segnalano che ci sono modi morbidi di approcciare un muro su cui disegnare, oltre a quello canonico degli Anni '90. Mentre rispondo a questa domanda ho sotto mano un magazine spagnolo del 2004, Xplicit Grafx, che raccoglie in due edizioni speciali i grandi writers della scena internazionale: una carrellata di graffiti su tutte le superfici, dalle metro agli hall of fame, dalle tag a spray a quelle a marker, tutti accomunati da una meticolosa osservanza degli stilemi previsti dalla pratica stessa. Oggi non è più così, c'è più libertà di espressione forse, forse stanchezza per i tempi che furono oppure voglia di esplorare, desiderio di novità, fatto sta che ora in giro si trova di tutto. Non c'è una regola unica da seguire per far parte del mondo dei graffiti».
In che momento storico e culturale nasce questa declinazione più soft, pastello, kawaii del writing? È una risposta a un immaginario urbano storicamente maschile?
«Penso sia difficile trovare un momento storico spartiacque tra il periodo in cui i writers seguivano pedissequamente le regole del codice e il momento in cui si è cominciato a vedere in giro qualcosa di diverso. Azzardo una data, che potrebbe cominciare dopo il 2010, e mi verrebbe da fare un riferimento al periodo Vaporwave del 2016, in cui dalle cover degli album musicali ai graffiti sui treni si vedevano un arcobaleno di colori sfumati e dai toni tenui. Era già da un po' di tempo che avevano smesso di essere frecce e puppet di omini in baggy jeans e cannone in bocca, onnipresenti nei graffiti della scena writing; anche la scelta dei nomi dei writers ha virato in quel periodo su qualcosa di più emotivo – mi viene in mente Cuore, che dopo aver cambiato diversi nomi ha scelto questo, ultra cute e forse ultra catchy anche per chi saliva sulla metro a Roma senza apprezzare i graffiti di per sé. Da lì le O diventano dei cuori, i pezzi vengono decorati con fronzoli e ornamenti arricciati, i puppet si trasformano in emoji e, forse, il mondo del writing passa da essere iper-maschile a diventare inclusivo? Chissà. Questa rimane una domanda aperta, ma se un tempo si notava facilmente il pezzo fatto da una donna e quello eseguito da un uomo, ora il confine è labile. Ci sono writers che intenzionalmente stanno virando sull'uso di tecniche diverse da quelle prestabilite e il risultato è uno studio innovativo di altri modi di riempire lo spazio urbano, forse in maniera più accessibile a tutte e tutti, perché, diciamolo, i graffiti vecchia scuola sono respingenti per chi non si interessa di questo ambito, non attirano l'attenzione del passante, mentre fiocchetti e cuoricini in giro per le strade piacciono di più».
L'estetica cute è spesso associata a immaginari infantili, leggeri, ingenui, anche se come sostiene Simon May, nasconde dei sottotesti uncanny/inquietanti. Che cosa succede quando questi codici entrano nello spazio pubblico, sui muri delle città?
«Penso che l'estetica cute sui muri cittadini sia una sperimentazione di un mondo, quello dei graffiti, che ormai ha smantellato le sue stesse regole. Si può essere writers affermati e comporre un pezzo tutto fiorellini e scintille e non perdere di credibilità e, proprio per queste scelte stilistiche, si può anche venire apprezzati da un pubblico più vasto. Si può stimolare un pensiero riguardo questa scelta, proprio come fa Simon May, perché oltre alla mera estetica cute ci può essere altro, un sottotesto di indefinita e vaga presenza urbana a sottolineare che si può uscire dallo schema predefinito per far parte del mondo. Dunque, in una società come questa, in cui il conformismo vige sovrano, un graffito tutto rosa con gli outline di 3 colori diversi, come di Urbex che c'è su TLLT, per me è crazy! Rompe gli schemi. Tra l'altro risulta affascinante anche per chi non c'entra niente coi graffiti: mi ricordo che quel pezzo in particolare l'hanno condiviso una decina di mie amiche quando l'ho fatto uscire sulla mia pagina, è piaciuto un sacco e in maniera del tutto inaspettata. Quindi, ripeto, per fortuna non serve più il graffito laccato, pulito, fatto bene, per essere interessante, a volte basta essere cute».
Un graffito è spesso veicolo di un messaggio di dissenso, protesta, affermazione, riappropriazione. In che modo secondo te questa corrente estetica diventa o può diventare politica e sociale? Ci dice qualcosa il "lato cute dei graffiti" sul rapporto tra corpo, identità e città attuale?
«Mi viene da pensare che questi graffiti siano una protesta al conformismo voluto dal capitalismo. Per come la vedo io, tutto è politica e tutto ha a che fare con l'ambiente sociale in cui è inserito, e dunque pure i graffiti c'entrano con l'epoca e la struttura sociale in cui viviamo. Se prima l'intento del sottobosco dei writers era quello di rispondere a una società malsana imbrattando tutto, ricoprendo di tag ad Astrofat la città, ora che i muri sono invasi e una tag vale l'altra, un modo per emergere dal piattume della massa è anche questo: fare il graffito cute, inaspettato, che non rispetta né l'uso delle luci né quello delle ombre e che può piacere pure a una nonna. Si può anche interpretare come una lotta interna tra writers, perché per le vecchie guardie e i nostalgici, magari, vedere il pezzo stampatellone con i ghirigori interni e un outline tutto sporco, può far venire i brividi, ma anche questo penso faccia parte del gioco nell'ambiente urbano: ti costruisci la tua identità rompendo gli schemi e trovando qualcosa di nuovo da proporre, che può non piacere a chi rimane rigido su certi paradigmi da seguire. Così il graffito assume nuove forme, un altro corpo, una nuova identità e diventa fluido come le persone che abitano quello spazio urbano in cui è inserito».
Qual è, ad oggi, lo spazio delle ragazze all'interno della community di chi disegna? Che ruolo hanno? Che dinamiche culturali esistono?
«Le donne che fanno graffiti, per quanto riguarda l'Italia, sono sempre poche, si conoscono tutte o quasi, e tendono a fare community tra di loro. È un ambiente storicamente maschile, in cui è difficile entrare se si è donna, ed è molto settorializzato: i maschi vanno a fare i graffiti con i maschi e le femmine con le femmine. Mi piace vedere che ci sia stata un'evoluzione per cui sempre di più ci si mescola tra generi nel fare cose insieme e non percepisco la subordinazione della donna in ambito graffiti; semplicemente succede che ci siano crew di sole donne e crew di soli uomini! Poi a volte si fanno le collabo insieme, ci si spinge a vicenda, c'è rispetto reciproco, questo è quello che conta».
Come viene accolta questa corrente dalla scena dei graffiti più tradizionale? C'è ancora resistenza verso linguaggi visivi culturalmente condivisi come femminili nello spazio urbano?
«La reticenza delle vecchie leve è sempre presente per qualsiasi forma di graffito che esca da quello classico tradizionale, non è un accanimento verso uno stile in particolare, anche se l'antistyle è sicuramente molto odiato, ma questo penso sia normale amministrazione di un mondo underground che è molto ancorato alle emozioni provate le prime volte, come i primi amori, i primi baci. È la stessa cosa che succede a chi ama il rap e odia la trap, non c'è spazio per innamorarsi di nuovo, i writers sono molto romantici in questo. Non ho mai convinto nessuno ad apprezzare qualcosa di diverso dall'old school, se era da quello che proveniva. Non c'è modo per far battere a un altro ritmo quel cuore».
Quali sono le e i tuoi writer preferiti legati a questa nicchia estetica e culturale?
«Io sono una fan accanita di due writers pazzesche che purtroppo mi hanno balzato per il progetto editoriale di TLLT 2026 ma che amo alla follia lo stesso: Suzie e Gazela. Loro sono ultra fresche e possono essere il simbolo di quella definizione controversa di Simon May sull'estetica cute e il suo stesso lato dark e inquietante: mettono insieme nei pezzi il rosa shocking e il nero, un pugno in un occhio continuo, ma ugualmente super cute! Un writer che mi fa impazzire attualmente è Capsor, non so cosa ha in testa ma quello che fa è ultra cute. Un altro che mi piace tantissimo e che va a disegnare le metro di Parigi con i pennelli e dipinge spesso degli omini che sembrano dei pupazzetti fatti da bambini delle elementari (very cute) è Spoon».











