Fateci caso, nelle conversazioni va a sempre a finire così. In risposta alla domanda "Come stai?" tendiamo sempre a rispondere senza pensarci troppo su con un banale "Tutto bene". Eppure c’è (finalmente) chi ha deciso di fermarsi e fare la domanda più difficile di tutte: «Chi sei davvero, se togliamo il lavoro, i social e le aspettative degli altri?».

Il Paranoia Festival, nato nel 2023 dall’urgenza di un gruppo di diciannovenni post pandemia, torna nel 2026 con una veste ambiziosa e itinerante. Il tour parte ufficialmente da Bergamo l'8 e il 9 maggio, animando due poli d'eccellenza della città: il centro culturale gres art 671 (dedicato alla mattina per le scuole e ai laboratori) e lo spazio Daste, cuore degli happening musicali e dei talk pomeridiani. Il programma bergamasco vanta nomi di rilievo come l’europarlamentare Giorgio Gori, la sindaca Elena Carnevali, il volto di DAZN e Amazon Prime Marco Cattaneo, il pugile Dario Morello e il giornalista del Tg1 Francesco Maesano. Dopo l'apertura orobica, il festival proseguirà il suo viaggio a Milano (11-12 settembre) per poi concludersi a Torino (13-14 novembre). Il concept di quest'anno, "Tutto questo Niente", punta il dito contro il paradosso della nostra epoca: avere il mondo in tasca eppure sentirsi svuotati. Abbiamo incontrato gli organizzatori per farci raccontare come si passa dal sentirsi "sbagliati" online e offline a costruire un manifesto generazionale.



Paranoia Festival, l'intervista al co-founder Nicola Migone

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Partiamo dalle basi: come nasce il progetto e perché chiamarlo proprio "Paranoia"? È un riferimento consapevole a Fedez e al suo "Paranoia Airlines" o è la parola che meglio descrive lo stato mentale di oggi?

In realtà è un riferimento indiretto. In quegli anni, inconsciamente, tutto il sistema di comunicazione verso i giovani della Gen Z ha capito che qualcosa non andava. Noi siamo partiti nel 2023: eravamo un gruppo di amici tra i 18 e i 19 anni con la fissa di creare collettività attraverso l'arte. Mentre tutto ripartiva a tremila all'ora dopo il Covid, noi ci siamo fermati e ci siamo chiesti: «Ma come stiamo davvero?». Abbiamo scelto "Paranoia" perché volevamo prendere un termine stigmatizzante per gli adulti e metterlo sotto l'occhio di bue di un palco musicale per normalizzarlo.

"Tutto questo Niente" è un titolo che colpisce. È la fotografia di quella sensazione di avere tutto a portata di smartphone, ma sentirsi comunque svuotati dentro?

Esatto. Quest'anno il tema è l'identità. Nel 2026 l’identità passa per il digitale, l'IA, il rapporto col corpo. Siamo frammentati in tantissime forme diverse, come un mosaico, ma spesso questi granelli non riescono a comporre una forma definita. Veniamo raccontati dagli altri, ma alla fine quel racconto svanisce nel nulla. "Tutto questo Niente" è il grido di chi si sente disperso in questa sovrabbondanza di stimoli.

Portate il Festival tra Bergamo, Milano e Torino. La paranoia cambia faccia tra la provincia e la metropoli?

Milano è una bolla. Quando usciamo, ad esempio a Bergamo o nelle periferie, ci accorgiamo che esiste un mondo che non intercettiamo minimamente. Molte istituzioni non sanno nemmeno cosa sia la "paranoia" per chi vive fuori dai circuiti mainstream. Il festival vuole creare reti sociali e politiche che smuovano interventi concreti proprio dove il dialogo manca.

Avete detto chiaramente: «Non vogliamo più essere raccontati dagli adulti». Qual è l'errore più irritante che fanno i "grandi" quando provano a spiegarvi?

Manca la fiducia. Spesso vedo i ragazzi descritti solo per i loro errori, senza ascolto. Noi eravamo quattro diciannovenni che volevano fare un festival di musica elettronica parlando di salute mentale e realtà come Progetto Itaca ci hanno dato fiducia. Se gli adulti smettessero di parlarci "sopra" e iniziassero a dialogare con noi, cadrebbero molti muri.

Volete trasformare la fragilità in una forza collettiva. Ma come si convince qualcuno a mostrare le proprie ferite in un mondo che chiede di essere sempre "filtrati"?

Usiamo l'espressione artistica come "stratagemma". Non devi per forza parlare se non te la senti. Puoi esprimerti attraverso la musica o la cultura. Molti ragazzi oggi tornano alla fotografia analogica o all'uncinetto: sono modi per dire "voglio rallentare". Creando un luogo dove il benessere mentale convive con la musica e una birra con gli amici, lo spazio per raccontarsi nasce da sé.

Gli ospiti sono molto vari: dalla politica allo sport, fino al giornalismo. Qual è il filo conduttore?

La polifonia dell'identità. Parliamo di come i ragazzi formano se stessi al passo con l'IA, senza stigma. Avremo un workshop curato dal direttore artistico Klaus dove si campionano i suoni di oggetti che rappresentano l'identità per creare tracce musicali e panel multidisciplinari. Il festival è un laboratorio: non guardiamo alle novità come a un semplice "no", ma cerchiamo di capire come gestirle.

Nel programma però manca un grande nome della musica nei talk. È una scelta o un caso?

Nelle scorse edizioni ci sono stati, a Bergamo non abbiamo trovato l'incastro giusto ma ci saranno a Milano e Torino. Però la musica resta il pilastro. Magari vieni per il dj, ma poi ti trovi davanti a un'installazione che ti chiede a che punto della vita ti senti. Ed è lì che porti a casa qualcosa.

Siete molto concreti, citate spesso i dati. Perché?

Ho sviluppato un certo «cinismo costruttivo». Parlare di salute mentale significa parlare di investimenti. I dati dicono che per ogni euro investito ne tornano 11 in welfare pubblico. Portare Francesco Maesano e la sua campagna per lo psicologo di base significa dire: «Non è solo un bel tema, è una necessità economica». Vogliamo che si inizi a parlare di miliardi, non di milioni, per la salute mentale.

La vostra campagna invaderà bus e strade con la domanda: "Chi sei?". È un modo per sabotare la fretta cittadina?

Sì, abbiamo sovvertito la pubblicità tradizionale. Invece di venderti un prodotto, ti facciamo una domanda a cui è difficilissimo rispondere senza citare il lavoro o la nazionalità. Vedere che le istituzioni ci hanno permesso di fare alla città questa domanda è un grande segno di fiducia verso i giovani.

"Tutto questo Niente" indaga la paura del giudizio. Questo giudizio feroce è negli occhi degli altri o siamo noi i peggiori critici di noi stessi?

Siamo noi. Siamo cresciuti in un modello dove conta solo il risultato finale dei social. Non vediamo mai il percorso, la fatica, gli errori, gli sbagli (quelli forse sì). Ci siamo auto-educati a giudicarci severamente perché non abbiamo più la misura del tempo. Con il festival vogliamo riportare al centro il processo e l'errore che diventa arte. Solo così vinceremo la guerra contro il giudizio.

Dietro Paranoia c’è un team giovanissimo. In quanti siete a lavorarci e, guardando al futuro, cosa volete fare "da grandi"?

Durante il festival arriviamo a essere in dieci, ma il nucleo che lavora tutto l’anno è di circa 4-5 persone. La cosa incredibile è che nessuno di noi ha più di 25 anni, io ne ho 22. Qui mi occupo della visione progettuale e creativa e, se penso al futuro, mi vedo con quanta più ambizione possibile. Spero che settori come la comunicazione, il giornalismo e il marketing diventino sempre più "sociali". La nostra sfida è presidiare la frontiera del mainstream: vorrei trasformare i temi complessi della nostra generazione in qualcosa di accessibile a tutti attraverso la musica, l’arte, il linguaggio.

Inutile dire che gli ingredienti per questa famosa "ricetta", ci sono tutti. I passaggi da seguire anche. Sui tempi di cottura, forse, c'è ancora da attendere un pochino.

Intanto - pare, + Paranoia Festival per tutti.