La prima volta che ho sentito parlare delle Pussy Riot è stato nel 2012: a Mosca, in Russia, un gruppo di cinque donne con il volto coperto da dei balaclava colorati si è introdotto nella Cattedrale di Cristo Salvatore e ha iniziato a cantare e suonare davanti all'altare. Urlavano la loro "Preghiera Punk": «Vergine, Madre di Dio, caccia via Putin!» e «Vergine Maria, diventa femminista». Un mese dopo, tre ragazze poco più che ventenni, Nadya Tolokonnikova, Maria Alyokhina e Kat Samutsevich, sono state arrestate per odio religioso.

Il gruppo, un collettivo artistico e femminista russo, è stato fondato nel 2011 da Tolokonnikova e altre 15 donne principalmente anonime. Da allora ha organizzato manifestazioni, performance e concerti punk contro il presidente russo Vladimir Putin, le sue politiche e la mancanza di libertà nel Paese. In questi giorni si è tornati a parlare di loro perché le Pussy Riot si trovano a Venezia: ieri hanno organizzato una protesta assieme al gruppo francese delle Femen, contro la riapertura del padiglione russo alla Biennale d'Arte, tra fumogeni, passamontagna fucsia, musica punk e lo slogan «Il sangue è l'arte della Russia».



La storia delle Pussy Riot

Tornando al 2012, le Pussy Riot sono diventate famose rapidamente. Il processo alle tre attiviste, arrestate dopo il concerto nella chiesa, è stato molto seguito (esiste anche un documentario Pussy Riot: a Punk Prayer) a livello internazionale e ampiamente condannato come attacco alla libertà di parola. Nell'agosto del 2012, sono state tutte condannate a due anni di carcere ma, mentre Samutsevich è stata assolta in appello, Maria e Nadya hanno scontato la loro pena in campi di lavoro russi riservati alle donne. Anche dal carcere, però, non hanno mai smesso di far sentire la loro voce, denunciando le condizioni di detenzione e organizzando scioperi della fame.

Dopo la liberazione, l'attivismo è continuato, con proteste durante le Olimpiadi invernali di Sochi, ai Mondiali di calcio a Mosca e più di recente con il progetto "Putin's Ashes" (nel 2022, quando hanno bruciato un ritratto del presidente russo alto tre metri ed eseguito rituali e incantesimi per allontanarlo), con manifestazioni pro-choice negli Stati Uniti dopo l'annullamento della sentenza Roe v. Wade, in onore di Alexei Navalny e a sostegno della popolazione ucraina. Nel 2022 Maria Alyokhina, che era ai domiciliari in Russia per aver partecipato a una manifestazione, ha raccontato al New York Times di essere riuscita a lasciare il Paese con una mossa degna di un film d'azione: travestendosi da rider per le consegne a domicilio. Meno di un anno fa, invece, Nadya Tolokonnikova si trovava seduta all'interno di in una replica di una cella di prigione russa ricreata da lei nel centro di Los Angeles, quando sono iniziati gli scontri per le operazioni anti-immigrazione e Trump ha ordinato l'intervento della Guardia Nazionale. Il museo ha chiuso i battenti, ma l'attivista trentaseienne ha deciso di continuare la performance da sola nell'edificio vuoto: «La mostra sullo stato di polizia», ​​ha scritto su Instagram, «è stata chiusa oggi a causa dello stato di polizia».

Negli anni le componenti delle Pussy Riot non sono rimaste sempre le stesse, alcune hanno preso le distanze per alcuni periodi, altre si sono aggiunte ma, come si legge sul sito ufficiale «Le Pussy Riot sono sempre state concepite come un collettivo fluido e anonimo. Sebbene alcune delle fondatrici siano diventate famose, il gruppo continua a ruotare tra le partecipanti, e "chiunque può essere una Pussy Riot" indossando una maschera e inscenando una protesta contro l'ingiustizia».

Le Pussy Riot a Venezia

Così è stato anche a Venezia. Il 6 maggio un centinaio di persone, in gran parte giovani donne, si sono radunate davanti al padiglione russo protestando contro la decisione di riammettere il Paese alla Biennale, nonostante continui l'invasione dell'Ucraina. Alcune manifestanti avevano slogan scritti sul corpo, come «Mostra curata da Putin, cadaveri inclusi», «La Russia uccide, la Biennale espone» e «Arte russa, sangue ucraino».

«Trovo assurdo che l'Europa continui a dire che l'Ucraina è uno scudo per l'intero continente europeo, ma che allo stesso tempo apra ripetutamente le sue porte alla propaganda russa», ha dichiarato Tolokonnikova, «È straziante per me». Il tema è molto sentito, tanto che la giuria che seleziona il vincitore del Leone d'Oro si è dimessa in massa dicendo che non avrebbe preso in considerazione le candidature provenienti da paesi i cui leader erano soggetti a mandati di arresto internazionali come Russia e Israele. Secondo il Financial Times, poi, la Commissione europea avrebbe comunicato al governo italiano e agli organizzatori della Biennale che consentire la partecipazione della delegazione russa costituirebbe una violazione delle sanzioni UE. Per le Pussy Riot potrebbe esserci una soluzione, già proposta a Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale: «smettere di accettare denaro russo» e lasciare che sia lo stesso collettivo femminista a curare il padiglione russo per il 2028, impegnandosi a utilizzare opere di artisti che sono o sono stati incarcerati in quanto dissidenti politici.