Viaggiare verso gli Stati Uniti potrebbe presto diventare un’esperienza radicalmente diversa da quella a cui siamo abituati. Non si tratterebbe più soltanto di dimostrare chi siamo attraverso un passaporto o un visto elettronico, ma di ricostruire la nostra identità digitale degli ultimi cinque anni. Il dipartimento per la Sicurezza interna negli USA ha proposto uno stravolgimento radicale dell'ESTA, l'autorizzazione elettronica necessaria ai cittadini di 42 Paesi (Italia inclusa) per entrare negli USA senza visto per soggiorni fino a 90 giorni. La nuova proposta di regolamentazione sui controlli d’ingresso (che potrebbe entrare in vigore già dal prossimo anno) introduce un sistema che combina social network, dati biometrici, informazioni familiari e tracciamento digitale. Un modello che, per molti osservatori, richiama l’idea di un Grande Fratello applicato alla mobilità internazionale, dove il confine non separa solo territori, ma anche il pubblico dal privato. Un Truman Show 2.0 (che forse non vi piacerà per nulla).



Cinque anni di social sotto esame (e non solo)

Se fino ad ora bastava una registrazione online, il pagamento della tassa e qualche dato da inserire nel sito ufficiale dell'ESTA, ora ci si potrebbe spostare su una nuova app ufficiale molto bizzarra. Il punto più discusso della proposta riguarda l’obbligo di dichiarare tutti gli account social utilizzati negli ultimi cinque anni. Non solo profili attivi, ma anche quelli chiusi, secondari o usati sporadicamente. La logica è quella di ricostruire una traccia del viaggiatore nel tempo. E molti utenti, inutile dirlo, hanno sottolineato come i social non rappresentino un diario fedele della propria vita, ma un insieme frammentato di contenuti. Il timore è che post vecchi, estrapolati dal contesto, possano essere interpretati come indicatori di rischio, trasformando la libertà di espressione in un potenziale elemento di esclusione. Tutto qui? Non proprio. Accanto ai social network, la proposta rafforza l’uso di dati biometrici. Impronte digitali, scansioni facciali e selfie caricati in tempo reale diventano strumenti centrali per verificare l’identità diventando una vera e propria chiave digitale. La differenza rispetto ai documenti tradizionali è fondamentale: un passaporto può scadere o essere sostituito, i dati biometrici no. Negli ultimi anni, questo è stato uno dei temi più criticati sui social, dove il rischio di archiviazione permanente e utilizzo futuro dei dati viene percepito come una perdita di controllo sulla propria identità fisica. E se aggiungiamo pure l'obbligo di fornire il numero di telefono utilizzato negli ultimi 5 anni e le mail create negli ultimi 10, il gioco è fatto. Per non parlare del coinvolgimento dei famigliari, poi. Una sorta di jolly, pensando alla telefonata a casa utilizzata a Chi vuol essere milionario? con lo Zio Gerry. Ebbene sì, perchè un altro elemento critico riguarda la richiesta di dati sui famigliari. Nomi, date di nascita e legami di parentela: il viaggiatore non è più valutato solo per ciò che è, ma anche per la sua rete relazionale.

Dalla posizione in tempo reale al DNA

La proposta include anche la possibilità di raccogliere dati di geolocalizzazione, legati ai dispositivi utilizzati per le procedure di ingresso. La posizione attiva consente di verificare spostamenti, coerenza delle informazioni e comportamenti nel tempo. È in questo punto che il paragone con il Truman Show diventa più concreto. Non solo il passato digitale viene analizzato, ma anche il presente viene monitorato. Il viaggio rischia di trasformarsi in un percorso osservato in perfetto stile Squid Game, dove ogni movimento contribuisce a un profilo complessivo del viaggiatore. E ancora più delicata è l’ipotesi di includere dati genetici, come campioni di DNA, già presenti in altri ambiti di sicurezza. Il DNA non identifica soltanto una persona, ma contiene informazioni sulla salute, sull’origine e sui legami familiari. A differenza di un post o di una foto, il DNA non può essere cancellato, modificato o ripubblicato in modo diverso. E una volta consegnato, sì, diventa parte di un archivio permanente. La questione centrale resta aperta: fino a che punto la sicurezza può giustificare l’invasione della privacy? La domanda, oggi, non è solo dove possiamo andare, ma quanto di noi stessi siamo disposti a mostrare per farlo.