Dovrebbe essere chiaro che, anche quando si parlava di "cancel culture" e "dittatura del politicamente corretto", non ci sono mai state leggi che vietassero di dire certe cose, al massimo erano le comunità marginalizzate a far sentire la propria voce chiedendo di usare diciture più inclusive. Per questo oggi risulta paradossale vedere gli stessi che si lamentavano del "non si può dire niente" salire al potere e stilare una lista di parole non gradite al governo. L'elenco dei termini è stato fornito dall'amministrazione Donald Trump alle agenzie e resa nota del New York Times. Include parole come "accessibile", "attivismo", "antirazzismo", "genere", "femmina", "identità", "diversità", "feto", "transgender" "gay" e così via.
Quali sono le parole vietate da Trump
I termini da cancellare sono apparsi in promemoria governativi, in linee guida ufficiali e non ufficiali delle agenzie e altri documenti, spiega il New York Times. In alcuni casi sono stati rimossi da pagine web pubbliche o sono stati eliminati documenti (compresi dei programmi scolastici, fa sapere il quotidiano) in cui erano presenti. Altre volte i responsabili delle agenzie federali hanno consigliato cautela nell'uso dei termini, senza vietarli del tutto. Il risultato è che si stima siano state modificate più di 5.000 pagine governative. Sono state cancellate le parole "transgender" e "queer" dal sito web del Monumento Nazionale di Stonewall che commemora il luogo dov'è nato il Pride, sono stati cancellati riferimenti al cambiamento climatico, alla diversity e inclusion, al razzismo. Sono state rimosse decine di migliaia di immagini relative alla diversity nell'esercito arrivando, come riporta il Guardian, anche a gesti assurdi come la cancellazione di alcune immagini solo perché presentavano la parola "Gay", anche quando si trattava semplicemente del cognome di un soldato o, come nell'immagine del famoso aereo "Enola Gay" che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, del cognome della madre del pilota che lo guidava, il colonnello Paul Tibbets.
Secondo il New York Times, è normale che le amministrazioni presidenziali cambino il linguaggio utilizzato per riflettere le proprie politiche e modifichino le pagine web: è già stato fatto in passato. Eppure, questa volta il cambiamento è estremamente marcato, tanto da assomigliare a un'epurazione, di termini ma anche di concetti e, visti gli ultimi provvedimenti, di diritti veri e propri.











