Com'è stato il tuo 2024? Più brat o più demure? Forse concordi con le 37.000 persone che hanno votato per la parola dell'anno dell'Oxford University Press che il 2024 è stato caratterizzato dal nostro cervello ridotto in poltiglia per via delle ore passate a scrollare i social? Secondo l'Oxford University Press "brain rot", "cervello marcio" letteralmente, è la parola che più caratterizza i 12 mesi che stanno volgendo al termine. Dopo “rizz” nel 2022 e “climate emergency” nel 2023, questa volta il termine scelto fa luce sul nostro modo di stare sui social consumendo quantità eccessive di contenuti, spesso di bassa qualità. Eppure sono proprio i social che, a ben vedere, negli ultimi anni hanno dato nuovo slancio alla tradizione delle parole dell'anno, diventata un vero e proprio trend.
Quella della word of the year è una tradizione tedesca, "Wort des Jahres", iniziata già nel 1971. La versione moderna di questa usanza, però, risale al 1990, avviata dall'American Dialect Society. «Ho pensato: ogni anno la rivista TIME sceglie una persona dell'anno, e non la sceglie tramite un programma per computer, ma piuttosto tramite i redattori e i lettori che danno suggerimenti su chi è stato influente», ricorda Allan Metcalf Professore di inglese al MacMurry College in Illinois, «Perché non scegliere una parola dell'anno?». Da lui è nata l'idea e ha riunito i membri Dell'American Dialect Society il 19 dicembre 1990 al Barclay Hotel di Chicago. Quel giorno, circa 40 persone hanno scelto "bushlips" come prima Parola dell'Anno, una termine che unisce "Bush" (il presidente USA di allora) e "lips" ("labbra"), usata per indicare una retorica politica poco sincera.
Da allora diversi importanti dizionari come Oxford, Merriam-Webster e Dictionary.com hanno iniziato ad eleggere una parola significativa ogni anno. "Not!" nel 1992, "chad" nel 2000, "metrosexual" nel 2003 e così via. Negli ultimi anni la tradizione ha ottenuto sempre più visibilità e questo perché, sui social, ci piace catalogare il mondo, inventare nuove parole, far classifiche, tirare le somme, etichettare. La GenZ, del resto, è la generazione che ha inventato i mille "core", applicando questo suffisso a ogni parola del momento: "tenniscore", "barbiecore", "balletcore" eccetera. Serve per identificare il mood, l’essenza di qualcosa ("core" appunto) che riguarda l’estetica, ma diventa un vero e proprio stile di vita. Di "core" ne nasce uno nuovo ogni mese e, così, forse la parola dell'anno serve solo a riunirli tutti.











