Ha i capelli nerissimi sciolti lungo le spalle, le braccia nude incrociate al petto con decisione, la pelle bianca picca tra gli abiti scuri dei passanti. Indossa solo la biancheria intima e cammina su e giù come noi, in camera a fine giornata, quando abbandoniamo i vestiti per terra calciandoli via insieme ai pensieri di cui ci spogliamo la mente. Solo che lei è all'aperto, per strada davanti all'Università islamica Azad di Teheran. Non conosciamo il suo nome, qualcuno la chiama «la ragazza della Scienza e della Ricerca» dal nome della sua facoltà. Nel video la giovane si spoglia davanti alle telecamere prima di venire arrestata ricordandoci che le donne iraniane vivono ogni giorno la resistenza sulla loro pelle.

Non è chiaro cosa sia successo. Come spiega al CNN, secondo quanto riferito dalla newsletter Amirkabir, gestita da un movimento studentesco, la ragazza sarebbe stata aggredita da alcuni agenti di sicurezza che l'avrebbero strattonata perché non indossava correttamente l’hijab; l'agenzia di stampa iraniana Fars ha detto che la studentessa indossava «abiti inappropriati» e che si è spogliata dopo una semplice richiesta da parte delle guardie di rispettare il codice di abbigliamento. Secondo il responsabile della comunicazione dell’università, invece, la ragazza soffrirebbe di disturbi psicologici. In poco tempo, mentre Amnesty International ha chiesto alle autorità iraniane di rilasciarla «immediatamente e incondizionatamente», la ragazza iraniana è diventata l'ennesimo simbolo di una ribellione mai sopita contro il dominio oppressivo della Repubblica islamica che porta il nome di Masha Amini, la ventiduenne iraniana arrestata perché non indossava correttamente l'hijab e uccisa dalla polizia in carcere, quello di Armita Garawand aggredita dalla polizia morale in metropolitana perché non indossava il velo e morta dopo alcuni giorni di coma, quello delle sorelle, delle mamme e delle zie che nel 2022 per settimane sono scese per le strade al grido «Donna, vita, libertà».

È una ribellione fatta di corpi, di capelli sciolti, di sangue versato e di pelle esposta alle violenze, di pillole del giorno dopo che i genitori delle ragazze arrestate portano loro durante le visite in carcere. Lo racconta bene Barbara Stefanelli nel suo libro Love Harder. Le ragazze iraniane camminano davanti a noi. Parla delle donne che «hanno preso e sono uscite, senza attendere un’autorizzazione o una benedizione, per mettere i corpi di traverso al passato, ormai sintonizzate sulle proprie esistenze future, da rifondare nella libertà». Quello della ragazza nuda davanti all'università sembra un gesto così estremo che può apparire folle (in gioco c'è il rischio di venire imprigionata, torturata e violentata), eppure è perfettamente inscritto nella pressione costante dei corpi che raggiunge il punto di rottura. Una libertà costretta che tracima di colpo, senza che nulla possa impedirlo. «Se sei obbligata a coprirti perché sai che non devi essere guardata, il tuo corpo diventa il nemico, perché incarna la colpa, rappresenta un problema. Non vuoi vederti, conoscerti, accettarti. Non puoi amarti», racconta a Barbara Stefanelli Sarah, scappata in Italia dall'Iran, «Il corpo mura la tua libertà, è l’ostacolo che non potrai mai scavalcare o anche solo aggirare».

Se il corpo è il primo spazio dove la nostra libertà è percepita e agita, ogni ribellione vi passa attraverso. Non c'è ribellione che non metta al centro il corpo, che non sia lotta per riprenderselo. In Iran è proibito anche cantare, danzare, suonare: Barāye tūye kūche raqsidan dice l'inno delle proteste, scritto nel 2022 in onore di Mahsa Amini: «Perchè tu possa ballare per strada».