«Vendesi al ministro Valditara», si legge sui cartelli che gli studenti in protesta tengono in mano, e anche «Studenti, non prodotti» e «Vogliamo saperi, no addestramenti». Sono tutti striscioni contro la riforma degli istituti tecnici voluta dal governo Meloni che sta sollevando notevoli critiche e preoccupazioni.

Gli istituti tecnici in Italia sono frequentati da centinaia di migliaia di studenti, oltre il 30 per cento del totale, dunque queste modifiche impatteranno su tantissimi ragazzi, senza considerare gli insegnanti che stanno a loro volta protestando per le incertezze e i tagli che questa riforma potrebbe comportare. L'obiettivo del governo, previsto anche dal PNRR, è quello di orientare maggiormente gli istituti verso competenze richieste dalle industrie e quindi legate alle esigenze del mercato. Rimangono, però, molti punti interrogativi, specie sull'attuazione effettiva della riforma, soprattutto per l'anno prossimo che inizierà tra quattro mesi. Inoltre, secondo molti insegnanti, studenti e sindacati, il rischio è quello di subordinare la formazione degli studenti alle semplici richieste del sistema produttivo e delle aziende del territorio senza considerare il loro bagaglio culturale e tecnico.



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Stefano Guidi

Le modifiche

La riforma è stata approvata il 19 febbraio con un decreto del ministro dell’Istruzione Valditara reso noto il 9 marzo e sembra che le nuove indicazioni verranno applicate a partire dalle classi entranti dell’anno scolastico 2026/2027 (anche se in molti si sono iscritti senza sapere quali sarebbero state le modifiche). Nell'arco di 5 anni, dunque, le disposizioni previste dovrebbero entrare a regime. La riforma riorganizza il percorso scolastico, le materie e la distribuzione delle ore settimanali, a seconda delle diverse discipline di istruzione. Nello specifico, taglia oltre 500 ore di insegnamento limitando materie "teoriche" come matematica, fisica e italiano a favore di insegnamenti a indirizzo flessibile, dato che alle scuole sarà consentito personalizzare il 30% delle ore. In particolare per le classi prime saranno previste 66 ore di indirizzo flessibile all'anno, mentre nel quinto anno la quota arriverà a 231 ore annue.

Grazie alla riforma saranno dunque incentivati i laboratori e le attività con le aziende, con particolare attenzione agli insegnamenti CLIL (Content and Language Integrated Learning) in lingua inglese, ai percorsi di mobilità e ai tirocini all’estero, alle certificazioni linguistiche e ai programmi di istruzione tecnica attivati dai CPIA (Centri Provinciali per l'Istruzione degli Adulti). Si darà spazio alla robotica avanzata, all'intelligenza artificiale, e processi chimici a basso impatto ambientale.

La ridistribuzione delle ore , inoltre, servirà per sperimentare il modello 4+2, che punta a ridurre la scuola superiore vera e propria a 4 anni a cui seguirà una specializzazione negli ITS Academy, gli istituti tecnologici superiori, ossia scuole professionalizzanti di alta tecnologia, che sono, però, in parte a pagamento e direttamente collegate alle imprese. Il diploma quadriennale degli istituti tecnici sarà considerato come un diploma quinquennale delle altre scuole superiori (ma permangono dubbi sull'effettivo raggiungimento degli obiettivi di apprendimento, vista il notevole taglio delle ore). Darà la possibilità di accedere direttamente al mondo del lavoro, di iscriversi all'Università oppure agli ITS.

Le critiche

Le critiche sollevate da insegnanti e studenti sono molte. I ragazzi temono che, con la ridistribuzione delle ore, la loro istruzione ne risentirà, mentre gli insegnanti hanno paura dei tagli ai posti di lavoro. Non è chiaro, ad esempio, quali professori potranno insegnare “Scienze sperimentali” ossia la nuova disciplina che dovrebbe accorpare fisica, chimica, biologia e scienze della terra, né come verranno selezionati ed eventualmente formati i docenti. Inoltre, con la riforma verranno introdotte alcune discipline di indirizzo specifico già nei primi due anni quando, secondo molti, gli studenti non sono ancora pronti per avere le idee chiare sul futuro.

In generale la preoccupazione principale è che la riforma aumenti il divario rispetto ai licei a livello di formazione, anche se il governo assicura che non verranno sacrificate le materie tradizionali, ma solo ottimizzate le ore. Nell'annunciare lo sciopero del 7 maggio, infatti, i sindacati hanno parlato di una «riforma in cui la revisione degli ordinamenti, impoveriti sul piano della formazione generale e subordinati alle esigenze delle imprese del territorio, determina un grave attacco al valore legale/nazionale del titolo di studio».