Avete mai guardato una pubblicità e pensato: «Ma perché questa donna è seminuda mentre vende un gelato?». Oppure visto un film in cui la telecamera si sofferma morbosamente sulle curve del corpo femminile, anche se la scena non lo richiederebbe affatto? O magari vi siete sentite a disagio nel notare come certi selfie sembrano costruiti apposta per sedurre uno spettatore invisibile?
Se sì, vi siete probabilmente imbattute nel male gaze, una lente di matrice maschile attraverso la quale, molto più spesso di quanto immaginiamo, il mondo ci osserva e, purtroppo, a volte, ci costringe anche a guardarci.
Il termine è nato nel 1975, quando la teorica del cinema Laura Mulvey pubblicò un saggio poi divenuto un punto fermo del pensiero femminista: “Visual Pleasure and Narrative Cinema”. In poche parole, Mulvey sosteneva che nel cinema, soprattutto in quello hollywoodiano classico, le donne venissero messe in scena non come soggetti completi, ma come oggetti da osservare, desiderare, controllare.
La camera non è neutra, si comporta come se a guardare fosse sempre un uomo eterosessuale, in un contesto dove non importa se si è allo stesso livello narrativo dell’uomo, se si è protagonista, se si è potente. Indiscriminatamente dal ruolo ricoperto, se si è donna, la macchina da presa seziona, segue, spoglia con l’obiettivo, il corpo diventa oggetto e voi, da soggetti narrativi, passate a essere “guardate”.
Da allora, il concetto di male gaze si è diffuso ben oltre il cinema: dalla pubblicità alla fotografia di moda, passando per i videoclip musicali, i reality show, i social. Ma non riguarda solo uomini che guardano donne: è una struttura visiva e culturale molto più profonda, che tutti – uomini, donne, persone non binarie – possono riprodurre, interiorizzare e perpetuare senza nemmeno rendersene conto.
Ed è proprio qui che si annida il cuore del male gaze: ci ha educate a guardarci attraverso occhi che non sono i nostri, a immaginare costantemente uno spettatore esterno che ci osserva, ci valuta, ci desidera. È quel meccanismo invisibile che si attiva quando ci si mette davanti allo specchio e ci si chiede se quella gonna sia “troppo”, quando si sorride in una foto non perché ci va, ma perché “stai meglio così”, o quando si ha il timore di non apparire abbastanza femminile da essere considerata desiderabile. Lo sguardo maschile, quello costruito dal potere e dai media, non è più solo fuori: si è infilato dentro di noi.
Nel mondo digitale questa dinamica si è evoluta, ma non è scomparsa. Anzi, si è fatta ancora più sottile e pervasiva. La costruzione dell’identità passa da logiche che rispondono agli stessi vecchi criteri, come attirare l’attenzione, accumulare like, piacere a uno spettatore che spesso, pur non vedendolo, immaginiamo maschio. E su questo serve fare attenzione, perché il problema non è il corpo visibile, ma le logiche invisibili che spesso lo guidano. La domanda non è: «Mi sto mostrando troppo o troppo poco?». Ma: «Perché lo faccio? E per chi?».
Il male gaze si incrocia con tante altre forme di sguardi: razzializzati, colonizzanti, classisti, abilisti. Tutte figlie dello stesso meccanismo: chi ha potere guarda e definisce chi non ce l’ha.
E come si resiste a tutto questo? La prima cosa da fare è allenare lo sguardo, cominciare a notare come sono costruite le immagini, a chiedersi se esistono altri modi di vedere e mostrare. La buona notizia è che esistono. Sempre più artiste, registe, fotografe e creator stanno lavorando per costruire uno sguardo alternativo, in cui i soggetti non sono solo oggetti da guardare ma protagonisti del proprio racconto. E così artiste donne, POC e queer ribaltano la prospettiva, mostrano la complessità, l’ambiguità, il desiderio non normativo.
In fondo, resistere al male gaze *non significa rinunciare alla bellezza o all’estetica, ma recuperare il potere di scegliere come vogliamo essere viste o se vogliamo essere viste del tutto. È un tema di consenso, un gesto di libertà. Che lo sguardo parta da noi, e da nessun altro.
*ERRATA CORRIGE: nel numero cartaceo di Cosmopolitan ora in edicola è presente un refuso. Qui riportiamo la versione corretta













