Nell'arco di alcuni mesi, prima sul profilo di Sabrina Carpenter e poi su quello di Sydney Sweeney, sono comparse due foto estremamente simili: entrambe indossano un abitino corto e leggero con pizzi e volant, entrambe posano distese sull'erba bagnate dal getto di un irrigatore. La foto di Carpenter fa parte di un servizio fotografico per W Magazine, quella di Sweeney di un semplice carosello postato dall'attrice. A chiunque abbia visto Lolita, il film del 1997 diretto da Adrian Lyne e basato sul romanzo di Nabokov, è bastato poco per notare il riferimento: c'è una scena in cui Dominique Swain, che nel film interpreta la protagonista, una bambina di 12 anni abusata e rapita dal marito di sua madre, si trova in quell'esatta posizione, con la gamba piegata, lo spruzzo d'acqua che la bagna, il vestito bianco ormai trasparente appiccicato addosso.

Chi ha notato la somiglianza non ha mancato di criticare i post di Carpenter e Sweeney. Molti commenti hanno accusato le due di promuovere, tramite la loro estetica, un modello pericoloso, ricordando che Lolita racconta la storia di una bambina vittima di un pedofilo. Sweeney non ha commentato, Carpenter ha risposto di non aver mai visto il film e di aver solo partecipato allo shooting. Rimane una domanda: l'estetica di Lolita sta tornando?



L'estetica Lolita

«La ragazzina sexy ci affascina e ci respinge», scrive Meenakshi Gigi Durham nel suo libro The Lolita Effect, «infesta il nostro immaginario e la nostra immaginazione, e la conosciamo meglio grazie a un soprannome che evoca significati che vanno ben oltre la sua origine letteraria: è Lolita». Per quanto il romanzo di Nabokov sia piuttosto chiaro nel presentare il protagonista e voce narrante Humbert Humbert come un pedofilo che distrugge la vita della bambina di cui è ossessionato, il termine Lolita, scrive Durham «è diventato un'allusione quotidiana, un riferimento culturale a una bambina prematuramente, persino inappropriatamente, sessuale». Negli anni, a livello culturale ed estetico, è stata spesso presa per buona la versione che lo stesso Humbert racconta per giustificarsi, accusando la dodicenne di averlo provocato, sedotto e fatto innamorare perdutamente. E infatti, nel 1986 in un numero di Vanity Fair, lo scrittore Gregor von Rezzori definiva Lolita come «L’unica storia d’amore convincente del nostro secolo».

La scelta, poi, di trasporre il romanzo in due film, nel 1962 e nel 1997, ha alimentato ulteriormente il mito della "ninfetta", della ragazzina precoce, ingenua e maliziosa. Le immagini delle due attrici sul set, di Sue Lyon con gli occhiali a cuore e il lecca lecca in bocca e di Dominique Swain con le trecce e i crop top di cotone hanno dato vita a un immaginario che si ritrova ancora oggi in pubblicità, video musicali, e shooting come quelli di Carpenter e Sweeney, che non sono certo le prime a ispirarsi a un'estetica che mescola innocenza e sensualità. Negli anni '80 Celine Dion ha scritto una canzone intitolata "Lolita (too Young to Love)", Miley Cyrus fa riferimento a Lolita nel suo album Can't Be Tamed, e Lana del Rey cita nel suo album di debutto Born to Die, la famosa frase di Humbert Humbert «Luce della mia vita, fuoco dei miei lombi» oltre a rifarsi esplicitamente all'estetica di Lolita.

Anche Carpenter e Sweeney strizzano l'occhio al mito della donna-bambina nel nome dell'empowerment. Entrambe con visi angelici, bianche, capelli biondi, gote arrossate, piccole di statura ma sensuali. Il seno di Sweeney è uno degli argomenti preferiti dei media conservatori USA e lei sta al gioco nel lasciarsi oggettificare nel ruolo della bionda sexy e un po' svampita. Sabrina Carpenter, d'altra parte, mentre parla di sesso in modo esplicito mima posizioni sessuali e gioca con elementi burlesque, allude al fatto di essere piccola e minuta (il suo album Short n' Sweet è un riferimento alla cantante stessa), indossa babydoll a colori pastello e abiti vaporosi a cuoricini. Nel trailer del suo show natalizio si mostra seduta dolcemente in grembo ad un Babbo Natale (mentre scarta un vibratore) e nel servizio fotografico per Skims, brand di lingerie di Kim Kardashian, la vediamo in un cameretta anni '90 con il walkman e i poster alle pareti.

Il ritorno dellle "soft girl"

In tutti questi casi si tratta di donne adulte che scelgono liberamente di abbracciare una femminilità docile. Il messaggio veicolato alla loro fanbase (spesso composta da ragazze molto giovani), tuttavia, strizza l'occhio al male gaze e alimenta il mito proibito della ragazzina abbastanza bambina da sapere poco di lei stessa e del mondo e abbastanza donna da poter essere sessualizzata. Ricalcano il modello delle "soft girl" come lo definisce, nella sua newsletter Jade Fax, la scrittrice Jade Hurley, che ha criticato duramente Carpenter sostenendo che la pop star usi «un'immagine ipersessualizzata anni '90 dell'infanzia femminile come estetica di base per una cantante adulta». «Intenzionalmente o meno», scrive, «questa decisione di branding offre al pubblico la scelta di una fantasia pedofila».


L'estetica di Lolita e il richiamo alla donna-bambina ha una forte attrattiva, per gli uomini, ma anche per le donne. Secondo Mona Chollet, autrice del libro Streghe, «La differenza d’età aumenta la probabilità che l’uomo sia in vantaggio su almeno uno di questi piani: sociale, professionale, finanziario, intellettuale». «Pertanto», scrive, «quello che alcuni uomini ricercano non è probabilmente tanto il corpo di una donna giovane, quanto piuttosto quello che denota: uno status inferiore, un’esperienza ridotta». D'altra parte, in un mondo in cui la sessualità femminile è ancora demonizzata e regolamentata, esprimere una femminilità maliziosa ma mai prevaricante, sensuale ma remissiva, disponibile e in cerca di protezione può assomigliare a una via di fuga.

Non si può negare che, negli anni, l'estetica di Lolita abbia riunito online gruppi di donne e persone queer offrendo loro uno spazio per creare comunità, esplorare la propria vulnerabilità, il loro rapporto con la sessualità, la sofferenza dell'adolescenza femminile e, in certi casi, anche per metabolizzate traumi e abusi. Resta da chiedersi, però, perché determinate estetiche stiano tornando a galla in questo momento storico e che emozioni sono ancora in grado di produrre in noi determinati artefatti culturali.



Sui social sono tornate di moda le stay at home girlfriend che si fanno mantenere dai fidanzati e passano le giornate a pulire la casa e farsi belle come casalinghe anni '50. Su TikTok sono virali i video «I'm just a girl», in cui le ragazze scherzano sul non saper usare una calcolatrice, guidare o lavorare. Si è tornati a parlare di esaltazione dei disturbi alimentari e feticizzazione della bianchezza. Secondo Jade Hurley tutto questo deve avere a che fare con la regressione delle istanze femministe, i diritti riproduttivi sotto attacco e l'ascesa dei conservatori. «Vedo il personaggio della "soft girl" – in particolare quando interpretato da donne bianche – come un primo passo verso un'estrema destra per sole donne», scrive, «Le creatrici di questo termine, le donne nigeriane della Generazione Z , avevano in mente obiettivi anticoloniali e un approccio radicale al riposo quando crearono il personaggio della "soft girl" su Internet. Poi, le americane bianche hanno rapidamente riadattato la tendenza per allinearla alla pastorale cristiana: lavori domestici, Pilates, e tutto il resto». Lottare per ritagliarsi uno spazio per diventare donne a modo proprio, rivendicare una sessualità libera senza paura di intimidire è faticoso, viene voglia di arrendersi. Reinventarsi trad wife, o ragazze ingenue e desiderose di protezione oggi è più seducente e rischioso che mai.