Il contatto di Loucresse con il mondo dei tatuaggi risale a quando, al liceo, scaricò Instagram per la prima volta. Ricorda di aver attraversato una vera e propria ossessione nei confronti della scena inglese del 2013/2015, uno stile abbastanza diverso da quello che succedeva all'epoca in Italia; un'estetica più dark, che rispecchiava anche la sua identità in quegli anni: «Mi sono avvicinata a questo mondo inizialmente per curiosità – racconta in quest'intervista Lucrezia Frola (il suo nome all'anagrafe) –, la cosa che mi ha colpito subito dopo è stata la capacità dei tatuaggi di trasformare il nostro corpo, abbellendolo di una bellezza rara, molto personale e legata a una scelta; una sorta di codice segreto tra la pelle e il disegno».



Cresciuta in un paesino della campagna piemontese – che le ha insegnato il valore degli affetti, delle piccole cose e l'importanza che aveva per lei lo stare a contatto con la natura, il circondarsi di vuoti e di silenzio, il convivere e amare la noia «compagna fondamentale dei miei momenti creativi» – Lou (un'altra forma del suo nome d'artista) ha sempre disegnato, come sfogo ed espressione personale: «Sono sempre stata una ragazza timidissima. I miti e leggende, insieme alle storie di folklore, mi hanno sempre ispirata. I miei disegni e il mio mondo magico hanno continuato a trasformarsi su carta, prima ancora che decidessi di farli vivere su pelle».

Loucresse ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza a inventarsi, nel vero senso del termine tra immaginazione e pratiche, un modo whimsical, incantato, gioioso e che fosse tutto suo, anche perché figlia unica; dieci anni dopo quel 2013 così dark, a Torino – città in cui vive e lavora e che ama, a cui è «grata per le sue vibrazioni magiche e apparentemente silenziose che stimolano le giornate» – i tatuaggi sono diventati la sua professione. Dalla formazione classica è riuscita a tradurre in inchiostro prezioso e tratteggi leggeri, quasi magici, quell'universo fatato e fiabesco a cui si era dedicata fin da bambina. Un paradiso estetico che si distingue, in Italia, per uno stile preciso e un po' nostalgico.

I suoi tatuaggi, le fatine e i fiorellini, i castelli e le principesse appaiono come un ricordo fatto a matita, perché «ha quella texture un po' casuale ma con intenzione, materica e tipica di un disegni su carta» e perché trae ispirazione dall'esperienza di quando era piccola: «Voglio che sia una coccola dolce e leggera, ma indelebile. Mi piace se nel tempo alcune sfumature si schiariscono e altre rimangono più scure, proprio come le memorie nella nostra mente».

I suoi soggetti tatuati sono una forma di sogno, che permette di staccarsi dalla piattezza della realtà quotidiana per addentrarsi in una dimensione eterea e piena di possibilità incantate e leggere. Portano con sé anche un po' di fortuna e sfidano quelli che possiamo considerare i canoni obsoleti, machisti e limitanti della cultura dei tatuaggi, offrendo idee di libertà e amore ritrovato per il proprio corpo, che possano rispecchiare anche altre identità, fuori dagli schemi e dagli standard più diffusi. Whimsical è la parola del momento e lo è anche se parliamo di disegni sulla nostra pelle che rimangono per sempre.

I tatuaggi fiabeschi e fatati di Loucresse

Che cosa significa per te "Whimsical heaven"? Come questo contesto si intreccia nei tratteggi e nelle linee dei tatuaggi che realizzi?

«Credo che la parola whimsical rispecchi a pieno il mio mondo, i miei tatuaggi e il mio modo di vedere le cose. La prima immagine che mi viene in mente se penso a questa parola è un fiore che danza, un po' vanitoso ma buffo; oppure una folata di vento capricciosa che ti scompiglia i capelli sulla testa. È anche una porta che si apre su un giardino che in realtà non esiste, ma io lo vedo. Vorrei offrire un senso di leggerezza e incanto alle persone che decidono di tatuarsi uno dei miei soggetti; regalare qualcosa di magico e inaspettato che li accompagni nei loro giorni, un momento o un modo per distaccarsi anche solo un po' dalla realtà della vita quotidiana, come un sogno o un ricordo, appunto».

Fatine e fiorellini, dettagli fiabeschi, castelli magici. Come scegli i tuoi soggetti? In che modo ti rispecchiano a livello estetico e identitario? Cosa vuoi comunicare?

«Sono sempre stata molto legata al mondo delle fiabe e alle storie di folklore. Venendo dalla campagna, sono cresciuta circondata da boschetti e radure che riprendo molto nei miei disegni. Essere figlia unica è decisamente qualcosa che ha permesso alla mia fantasia di viaggiare molto: ero spesso sola a giocare in casa e mi immaginavo costantemente mondi immaginari e creature fantastiche. Negli anni, i cartoni animati e i libri di streghe e fate mi hanno molto ispirata. In particolare, la saga Fairy Oak (una serie di romanzi di genere fantasy) di Elisabetta Gnone (nota per essere l'ideatrice della serie a fumetti W.I.T.C.H.) é stata di grande ispirazione nella creazione del mio mondo. Ritorno sempre anche ad alcuni illustratori russi di inizio Novecento, tra cui in particolare Ivan Bilibin, e al suo modo di rappresentare i paesaggi in maniera simbolica, quasi teatrale, ma anche allo stile Liberty e all'Art Nouveau per la sinuosità della natura e i suoi dettagli magnifici».

Che tecnica utilizzi?

«Tatuo a macchinetta, perché mi permette di aggiungere un alto livello di dettagli ai miei disegni e delle texture un po' irregolari. Il mio tratto è fine line ma un po' grezzo, non troppo uniforme, come il segno di una matita».

Come funziona il tuo processo creativo?

«Fiabe, elementi naturali, ricordi, opere di pittura in generale, ma anche il lavoro di colleghe illustratrici sono altre fonti di ispirazione. Mi ritengo fortunata perché vivo in una città con delle architetture Liberty bellissime, dei musei interessanti e con una storia ricca, vicina alle colline e alle montagne. Mi lascio ispirare da quello che mi circonda, persino dai dettagli degli abiti dei Savoia, che vedo nei quadri dei palazzi. Quando mi metto a disegnare è come se passeggiassi in un archivio: talvolta seguo il caso, talvolta mi do un tema. Non seguo un iter preciso, mi piace anche che sia la casualità a decidere per me».


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C'è un lavoro che hai intitolato Il mio anno di riposo e oblio dall'omonimo libro di Ottessa Moshfegh. In che modo altre forme artistiche si inseriscono nei tuoi lavori?

«Sono una persona molto visiva, devo sempre associare un'immagine a tutto, anche a quello che leggo. Quando disegno, mi ritrovo così con un bel mix di forme e pensieri. Ricordo di aver letto quel libro e aver immaginato che se la protagonista fosse vissuta in un castello, si sarebbe trovata esattamente in quella posa; un po' svogliata e annoiata, su una poltroncina».

Come cambia il rapporto con il proprio corpo dopo che ci si tatua? E, secondo te, dopo che ci si tatua una delle tue fatine?

«Ho iniziato a tatuarmi perché non mi piacevo nel mio corpo. Avere questi segni sulla pelle mi ha aiutato ad avere più consapevolezza, a vedermi più viva e materiale, come se parti di me fiorissero e confermassero la mia presenza. Come un processo di guarigione e realizzazione di sé, adesso, a distanza di anni, ho curato molte ferite e mi vedo più come una collezione di lavori di persone che ammiro, come una vera e propria tela di momenti e ricordi. Le mie fatine sono un monito per ricordarsi di accogliere un po0 di magia e spensieratezza nella propria vita, anche nei momenti che ci sembrano più bui e senza luce, e perché no, spero portino anche un po' di fortuna, come delle piccole anime protettrici».

Che cosa aggiunge l'esperienza del femminile al mondo dei tatuaggi?

«Mi sembra assurdo che per anni il tatuaggio sia stato visto come un mondo super maschile, quasi chiuso. Adesso invece è cambiato tantissimo. Ci sono sempre più donne e non si tratta solo di una questione numerica, è tutta l'energia che è diversa. Si sente che l'ambiente è più aperto, meno pieno di etichette strane. Ognuna porta il suo stile, la sua visione, e questo rende tutto molto più interessante e vario. Non devi più rientrare in un certo "modo giusto" di fare tatuaggi. Poi è anche bello perché c'è più supporto tra donne, più riconoscimento. È come se finalmente ci fosse spazio per tutte, senza dover dimostrare il doppio per essere prese sul serio. Il tatuaggio sta diventando molto più personale, meno legato a una "corretta estetica" da seguire. Si vedono lavori delicati, intimi, ma anche pezzi forti e super tecnici. Convivono tutti senza problemi. È come se finalmente chiunque potesse esprimersi davvero, senza dover rientrare in uno schema».

Quali significati assume un tatuaggio nella società?

«Per tante persone è un modo per raccontarsi: un ricordo, un momento importante, qualcosa che vogliono portarsi addosso. È come avere una specie di diario sulla pelle, però visivo. E non deve per forza avere un significato profondissimo, a volte è anche solo estetica, piacere, identità. Allo stesso tempo è diventato anche un modo per sentirsi più a proprio agio nel proprio corpo, per riappropriarsene. E questa cosa si collega tanto al discorso di libertà: oggi c'è meno giudizio, meno bisogno di spiegare perché si fa. Ognuno gli dà il significato che vuole ed è proprio questo il bello».

Che cos'è un tatuaggio per te? Se dovessi raccontarlo con una canzone o con il titolo di un libro, un film, quale sceglieresti e perché?

«Se penso ad una canzone rappresentativa che ascolto anche spesso in studio "Hey Moon" di John Maus. Ha una sensazione davvero particolare, è come una nostalgia che non riesci a collocare bene, quasi dolce ma anche un po' malinconica, dove la luna diventa quasi una confidente. A me dà l'idea di solitudine, però non pesante, più una solitudine accettata, confortante. Come quando sei da sola di notte e i pensieri scorrono e ti senti libera e presente».

Se potessi fare ancora solo un tatuaggio nella tua vita, cosa vorresti tatuare? E chi? Chi vorresti tatuare, tra personaggi famosi del passato o del presente?

«Vorrei tatuare uno dei miei volti femminili con lunghissimi capelli intrecciati che fluiscono sul corpo quasi come dei rami, sottili e indomabili. Di famoso non ho idea, ma sicuramente vorrei tatuare i miei nonni e i miei bisnonni che non ci sono più da tempo. Sarebbe molto divertente, un bello scambio e shock culturale per loro, mi immagino già le loro espressioni».

I beauty must-have secondo Cosmopolitan
Headshot of Elena Quadrio

Mi piace ricercare e sperimentare, lo faccio da sempre attraverso il beauty, ma soprattutto la scrittura. Di solito per descrivermi lascio parlare la mia carta astrale: sole in Capricorno, luna e ascendente in Aquario. Tre cose su di me: sono cresciuta innamorandomi della letteratura, ma sogno ancora di fare l’attrice e ogni tanto dico in giro di esserlo. Persona preferita: Audre Lorde.