Dove inizia la realtà e termina la finzione? Può essere la vita sola una forma di intrattenimento? Sono queste le domande che ci si pone dopo aver visto Folie à Deux, il secondo capitolo sul villain per antonomasia, Joker, in sala dal, 2 ottobre 2024.

Dopo la fortunata e omonima prima parte che mostrava le origini della sua formazione attraverso la vita dell’alienato Arthur Fleck, clown part time ed aspirante stand-up comedian, ci si aspettava che Todd Phillips scavasse ancor di più all’interno del suo archetipo Joker. Ma così non è stato.

Joker è l’eroe degli ultimi, che uccide i rampolli di Wall Street noncuranti delle conseguenze delle proprie azioni, che si esibisce nel suo show personale davanti a migliaia di spettatori solo per inscenare la sua conseguente condanna a morte, ma la sua vita può essere solo una commedia? In un certo senso, tutta la sua esistenza è una performance, con un pubblico che lo osserva, giudica e lo ridefinisce. Arthur si trasforma in Joker quando capisce che, per essere visto, deve sovvertire le aspettative e trasformare il suo dolore e la sua alienazione in uno spettacolo violento e tragico, una commedia nera, una satira grottesca del mondo che lo circonda.

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NIKO TAVERNISE

Ma non è più solo: in Joker, Folie à Deux ecco Harlee Lee Quinzel, interpretata da una potentissima Lady Gaga, che incontra il protagonista al corso di musicoterapia tra le mura del carcere. Da subito ritratta come una groupie del Joker, il suo amore è proporzionato alla violenza che il suo idolo mette in atto. La musica diventa l’elemento per alleviare la forza delle atrocità, per ricreare un nuovo mondo dove poter vivere il proprio show vitale, ma a che scopo? La forma del musical, che secondo Phillips già era insita nel primo capitolo, dimenticando come in realtà il flusso musicale fosse amplificato perennemente dall’alienante e maligno pizzicato della compositrice islandese, sembra entrare in scena come il collante per una sceneggiatura che non regge. Nonostante gli stacchi musicali amplifichino il binomio tra realtà e finzione, tra la visione spettacolare di Joker e quella asettica di Arthur Fleck, la scelta delle canzoni non sembra seguire il tessuto narrativo.

Come analizza Alison Wilmore su Vulture, lo scherzo secondario di Folie à Deux è che, sebbene sia un musical da jukebox, la cui selezione di brani spazia da Stevie Wonder ai Bee Gees, fino agli gloriosi standard jazz swingati dei classici musical della MGM, è perversamente dedicato a eliminare quanto più piacere possibile dalla sua messa in scena. Tutto è finzione, niente è realtà, ma questo vale anche per lo stesso musical? Dalle palesi difficoltà nel giustificare il suo utilizzo come linguaggio onirico, fino alle interpretazioni degli stessi attori che sembrano quasi uscire dalle loro parti negli stacchi musicali, o nel caso di Lady Gaga nel replicare la sua esibizione canora nell’album con Tony Bennet, Love for Sale, sembra tutto molto caotico senza una reale risoluzione.

Perché non sfruttare la grande sapienza di una compositrice premio Oscar, invece di giustificare l’elemento musicale per inserire una grande star che non aggiunge niente di particolarmente interessante ad un’opera che già funzionava senza la sua presenza?

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NIKO TAVERNISE


Il risultato ottenuto fa sì che i brani siano ridotti a dei mal riusciti arrangiamenti da cabaret contro il vuoto nero dell'immaginazione condivisa dei personaggi. «Per due psicopatici apparentemente sconvolti che dovrebbero interagire l'uno nella follia dell'altro, Arthur e Lee non hanno un briciolo di creatività tra loro. L'impegno reciproco di Phoenix e Gaga è sufficiente a generare una certa tensione durante i dialoghi, ma l'unico duetto che cattura la stessa eccitazione è quello messo in scena come uno show televisivo in stile Sonny & Cher», in cui va in la scena la morte dello stesso Joker.

I classici da cui prende spunto Phillips, come Spettacolo di varietà (The Band Wagon) del 1953, diretto da Vincent Minelli con Fred Astaire e Chyd Charisse, oppure C’era una volta ad Hollywood (That’s Entertainment), che racchiudeva il meglio dei musicali prodotti negli anni dalla MGM, denotano una grande ambizione e ricerca da parte del regista, ma che nella messa in scena si perde totalmente mancando di una visione registica tesa a mettere in risalto effettivamente le varie esibizioni.

Il risultato di Joker: Folie à Deux è sicuramente un tentativo ambizioso ed interessante di riscrivere sia la figura dello stesso Joker, in perenne conflitto con la sua doppia personalità, attraverso la costruzione di uno show stralunato, ma sembrano mancare gli elementi effettivi per giustificare un passaggio così drastico da una forma narrativa all’altra. Come spiega attentamente David Ehrlich su IndieWire, «è un film in cui il personaggio muore nella sua stessa assenza».