Quando finiamo l'intervista Valentina ringrazia: «È molto importante per me». Non succede molto spesso e non so bene cosa rispondere. Cosa vuoi dire a una giovanissima cantante che per due anni è rimasta concentrata su un lavoro che racchiude tutto di lei? I sogni del futuro e qualche sassolino nella scarpa del passato, "scusa" sussurrati troppo piano o solo pensati, l'assenza del padre e il legame con le donne di casa che l'hanno cresciuta nelle pause dei turni in fabbrica tra Napoli e Caserta, c'è tutto questo e molto di più nei brani del disco. Il 17 maggio è uscito Guagliona, con un titolo che già dice molto del progetto: «Da noi l'uomo è il guaglione, ma la donna è sempre 'a criatura, perchè? Come se fossimo qualcosa di cui prendersi cura. È il contrario, sono le donne che si prendono sempre cura degli altri e qui le celebro». 13 tracce in cui confluiscono sonorità anni Ottanta e Novanta e i colori della musica popolare, le metafore e i vari livelli di narrazione. E la tradizione napoletana è anche questa.
Come ti senti? Hai festeggiato?
«Super bene. La mattina dopo l'uscita del disco è stata un po' traumatica, drammatica direi, ha un che di comico il fatto che l'avessi presa così male. Forse ho rilasciato l'adrenalina che mi ha tenuta incollata per due anni a questo disco, quindi mi sono sentita vuota. Poi è iniziato invece un fine settimana di fuoco, amore e pazzia, coi miei amici ci siamo visti tutti insieme per festeggiare».
C'è tantissima Napoli in questo disco. Come mai?
«Napoli non ha mai smesso di di coinvolgere e creare, è sempre stato un ventre attivo, artistico, sempre, solo che oggi i riflettori si sono girati e quindi c'è un vero e proprio flash. Noi napoletani siamo sempre stati molto coinvolti da quello che succede nella nostra città, vogliamo sentirci rappresentati. Io stessa, se mi devo sentire un album americano che mi piace piuttosto mi ascolto il neo-melodico, ma da sempre».
E di casa tua quanto c'è?
«Tanto, soprattutto nell'apporto educativo, a prescindere dal ritornello in dialetto, dal funky ricorrente che magari può essere correlato a Napoli Centrale, a Pino Daniele. Casa mia è nella percezione che ho del mondo, della vita, del rispetto che ho dell'altro, e che come essere umano mi sento di dover dare al mondo. L'empatia, il sapermi mettere nei panni dell'altro, mi ha aiutata tanto a far questo disco che parla per metafore (che è un'altra cosa super napoletana) e che si mette a servizio degli altri».
Si può non essere schiavi delle proprie storie?
«Sì, dalle nostre si può iniziare a creare una nuova vita e questa sicuramente è la volontà primordiale del disco che ha l'obiettivo di emancipare il racconto».
C'è però un brano in cui c'è solo la tua storia. In "Cose che non dico a nessuno" parli della tua famiglia, come se l'avessi scritta carta e penna, nella tua stanza.
«Quando l'ho scritta mi sono sentita come un po' la Valentina adolescente con tanta paura, che ha tante cose da dire e non le riesce a comunicare. E la forza di questa canzone è che a me non capita quasi mai di scrivere così di me. Non lo faccio perché anche nella mia vita personale non racconto tanto le mie problematiche, le mie paure. Sono una persona molto solitaria nella risoluzione dei problemi, quindi mi tengo tutto per me. Questa volta invece ho deciso di regalarmi, la soddisfazione di lasciarmi andare, di scrivere un brano che parlasse talmente di me, della mia famiglia, della mia storia, che ha inciso tanto comunque anche sulla creazione di sto disco».
Cosa volevi raccontare con questo brano?
«Ero in lotta tra il ringraziare, cioè tra il redimermi e redimere mia madre e mia nonna, con le quali ho vissuto un'infanzia non proprio canonica, che però mi hanno anche aiutato tanto e che non mi hanno mai fatto mancare niente, nonostante alcuni disagi. Ho voluto donare a loro una parte di questo disco che era giusto che fosse loro, che fosse nostro».
Cosa intendi quando dici "infanzia non canonica"?
«Cresco in una casa solo di donne, mio padre non c'è, va via senza molte spiegazioni. Sono venuta su solo con mia nonna e con mia mamma che mi hanno dato. Non mi è mai mancata nessuna porzione educativa, di amore, di affetto».
Hai mai sofferto la mancanza di tuo papà?
«No, non direi. Ho vissuto molto in mezzo alla strada, mia mamma giovanissima lavorava e lavora ancora in fabbrica. Ma quando ci sei dentro non avverti le difficoltà. È la realtà e basta».
Che bambina sei stata?
«Non voglio dire intelligente, ma molto sensibile, ho sempre compreso tutto quello che succedeva nella mia famiglia e vissuto sulla mia pelle la storia di mia mamma. "La tua vita cattiva tratti lo sofferta e poi ti ho abbracciato e ci siamo curate a vicenda, una ferita", la storia di mia mamma è quella di una giovane donna abbandonata in un momento così».
E gli amici?
«Fondamentali. Gli dedico la traccia "Amici nemici", competitors perchè vengono tutti dal mondo della musica (Irbis, Lil Jolie tra questi). È fantastico come le nostre vite si intreccino così tanto che riusciamo comunque anche a lavorare insieme, così come tutti noi siamo diversissimi tra di noi. Amici nemici, buoni e cattivi, contemporaneamente uguali e diversi da me».
E sulla mano, sul dorso hai un tatuaggio? (Il tatuaggio è un cerchio con dentro scritto IO)
«Ha una doppia lettura, può essere il 10 per Maradona, o un "io". L'ho fatto dopo un viaggio ad Amsterdam, ero appena uscita da X-Factor e il giorno dopo sono andata a trovare Carl Brave, Pretty Solero e LilJolie, la mia migliore amica, che erano a Amsterdam a fare un album che non è mai uscito. Poi ho scritto "Giardini" che parla proprio di limiti, di percezione, di uscire dai propri confini, dai propri limiti».
A proposito di X Factor, la tua vita è un prima X Factor, un dopo X Factor?
«In termini professionali sì, in termini personali no. Dopo il programma ho passato due anni a pensare solo alla musica. Se mi rivedo oggi, mi rendo conto che non avevo consapevolezza di quello che stessi facendo, pr questo mi è servito e mi sono fatta vedere per quella che ero in quel momento, senza vergogna, anche senza magari chissà che competenze vocali».
Sei pronta per il Mi Ami?
«Sto troppo gasata, perché cantare live è la mia cosa preferita. E dop anni di acoustic arrivare alla band sul palco, nel mio tempo, nel mio spazio, sono in pace. E poi suoneranno anche tutti i miei amici, sugli altri palchi, dovremo fare le corse per vederci tutti a vicenda»












