Da piccola, Bluem, amava la notte. Rimaneva sveglia fino a tardi tra i suoi pensieri e le sue passioni. Ascoltava la musica, si immergeva nella lettura dei libri, oppure, se si trovava nella casa in campagna di famiglia, usciva e, immersa nella natura, contemplava la luna. E forse da qui inizia tutta la sua storia. Un racconto in cui luna e notte ritornano sempre, a partire dal suo nome, Bluem, nato da “Blue Moon”, canzone cantata da Billie Holiday.
Dentro di lei convivono più realtà: quella di un legame viscerale con la sua terra, la Sardegna, quella della scoperta di sé, iniziata con il suo trasferimento a Londra. È qui che ha iniziato a lavorare con la musica, a sperimentare, a lasciare andare le emozioni. Nou è il suo ultimo lavoro, un progetto al cui centro si può cogliere un inno alla femminilità, lo stesso che porterà sul palco del MI AMI a Milano.
Come ti stai preparando per questo evento?
«Ho lavorato a questo evento qualche mese fa insieme ai musicisti, porteremo anche la batteria acustica, sarà un live più complesso rispetto a quelli passati. In questi giorni sto ripassando in casa».
Come vivi i giorni prima dei live, sei una persona ansiosa?
«Moltissimo, l’ansia è molto presente durante i giorni prima delle performance live. Sto lavorando molto su questo aspetto, sto imparando a gestirla, ma credo che non me ne libererò facilmente. Sono una persona ansiosa di natura, credo sia una caratteristica di molti creativi».
Qual è la cosa che più ti spaventa o preoccupa?
«Non amo avere troppa attenzione su di me, d’altra parte questo è il mio lavoro e sono molto felice di poter portare il mio progetto davanti a tante persone. Questo desiderio sconfigge tutti i timori».
Hai un modo per scaricare la tensione prima di salire sul palco?
«Prima dei live stringo fortissimo le mani di chi ho vicino, i miei collaboratori cercano di starmi lontano in quel momento (ride, ndr.). Ognuno ha i propri riti. Io poco prima di salire sul palco cammino lentamente in direzioni casuali, ho bisogno di camminare tantissimo, solo così riesco a scaricare la tensione».
Londra è terra madre del tuo percorso musicale, cosa ti trasmette questa città?
«Londra è importantissima per me come musicista. Sono arrivata qui a diciotto anni per studiare, qui ho iniziato a lavorare con la musica e a scrivere canzoni. È grazie a questa metropoli gigantesca se ho delle influenze musicali molto varie, qui ho ascoltato tantissima musica e molto diversa. Prima di attivare a Londra vivevo in un contesto molto diverso. Posso dire con certezza che è stato un cambiamento traumatico, ma ora non sento nessun altro posto più vicino a me come questa città».
Ti sei mai esibita live in Inghilterra?
«Sì, a maggio ho suonato a Brighton per The Great Escape; per gli inglesi è un festival importante con musicisti emergenti. È stato pieno di imprevisti, ma divertente. Verso l’autunno ho in mente di esibirmi a Londra per presentare il mio progetto».
Da poco hai pubblicato nou, il tuo nuovo progetto discografico; all’interno ci sono tantissimi richiami british e di folclore sardo. Come hai trovato questa connessione tra i due territori?
«È nato tutto sperimentando, è stato naturale. Il fatto che io abbia vissuto i miei primi diciotto anni in Sardegna con una forte connessione con la natura e poi mi sia trasferita nella frenesia e ricchezza culturale di Londra mi ha aiutato a elaborare questa connessione per tanti anni. Queste due essenze esistevano già dentro di me, convivono perché fanno parte della mia esperienza e conoscendole bene entrambe riesco a farle convivere bene insieme anche nella musica».
Quindi hai vissuto un’infanzia un po’ bucolica?
«Assolutamente sì. Mio padre è di una località molto piccola nel medio campidano nel sud della Sardegna, è cresciuto in campagna, ha una forte connessione con la natura. In passato ha ereditato da suo padre un terreno in cui io ho trascorso tantissimo tempo della mia infanzia. Tanti pastori della zona sono nostri parenti, il fratello di mia madre, invece, è un eremita. Sono cresciuta circondata da persone che hanno un legame viscerale con il territorio sardo, ho vissuto tutto molto intensamente».
Mentre si ascolta la tua musica è facile immaginarsi in un contesto simile a quello in cui sei cresciuta.
«Parte del mio progetto è di natura molto nostalgica, è legato alla mia infanzia, a quando non ero ancora consapevole di quanto la terra fosse importante per me. Da piccola cercavo sempre il magico in questi territori, esploravo le campagne con la speranza di incontrare creature mai viste. Tutto questo ora lo riporto nella mia musica, nel mio progetto attraverso arti visive e musicali».
Come descriveresti il tuo ultimo album?
«Penso che il suo titolo, nou, che in sardo vuol dire nuovo, sia una buona descrizione. È una parola che ho scelto prima ancora di lavorare al disco, doveva essere un mantra che mi ricordasse il focus del mio lavoro: realizzare qualcosa di nuovo che andasse oltre la mia comfort zone».
C’è un singolo a cui sei più legata rispetto agli altri?
«Sicuramente "Angel", non per le tematiche, ma perché ci ho lavorato molto da un punto di vista di produzione. Ho sperimentato molto, mi sono divertita e penso che mi rappresenti molto come produttrice».
Il momento più strano in cui ti è venuta un’idea per un brano?
«"AM" è nata mentre caricavo la lavastoviglie, avevo in mente il motivo e l’ho registrato subito. Alcune canzoni arrivano in modo istintivo, è una fase che accolgo benissimo. Per questo album non ho voluto trattare tematiche precise, c’è più una sperimentazione sonora, è per questa ragione che quando ho iniziato a lavorare ai testi ho deciso di dedicarmi a figure leggendarie femminili».
C’è un riferimento a Creusa e a donne legate a miti e leggende sarde, perché questa scelta?
«Arrivavo da un periodo di frustrazione in quanto donna produttrice, in quanto donna in generale perché uscivo da rapporti tossici e in quanto donna perché pratico una disciplina come la pole dance che incita a un certo tipo di giudizio. È stata una cosa intenzionale quella di dedicarmi a figure femminili forti e ribelli».
Hai parlato di frustrazione come donna produttrice, perché?
«Le produttrici donne e le cantautrici sono numericamente inferiori in Italia. In questi anni ho notato che anche dove non c’è malizia, si nasconde in realtà un atteggiamento tossico. Gli uomini tendono a vivere con possesso i progetti di artiste donne, lo dico perché è capitato anche a me».












