Quando risponde alla nostra chiamata, Carlo Pastore ci saluta direttamente dall'Idroscalo e racconta che si stanno mettendo a punto gli ultimi preparativi prima dell'evento. Il MI AMI è alle porte: dal 26 al 28 maggio, ogni sera, il Festival di Musica Indipendente a Milano radunerà il suo pubblico sotto i tre palchi dell'evento. Da Naska, ai Colla Zio, dai Verdena alla Lovegang 126, fino a Dargen D'Amico e Mecna, la musica sicuramente non manca, non mancano gli artisti che non vediamo l'ora di scoprire.
Se nel 2015 conoscevi Calcutta era perché lo avevi sentito al MI AMI, o perché eri di Brescia, poi andavi dal tuo amico e gli dicevi: «Ma tu lo conosci Calcutta?». Sì, perché andare al Festival è il miglior modo per avere una panoramica di quello che ci sta succedendo intorno, per vedere sul palco nomi di cui sentiremo sicuramente parlare di lì a breve. E ovviamente è il posto giusto per risentire grandi classici della musica indie e hip-hop italiana, e ballare a piedi nudi tra gli alberi.
È tutto pronto?
«Stiamo lavorando ormai da tanti mesi per questi tre giorni, per rendere il Festival il più bello possibile, per farlo al più alto livello possibile. Un festival così noi non lo abbiamo mai fatto, posso dire anche che di festival così in Italia ce ne sono pochi. Abbiamo alzato il livello di tutto: la proposta artistica, la struttura dei palchi, della logistica, abbiamo fatto un investimento pazzesco sui noi stessi e sulla nostra community con noi. Ogni anno lo facciamo e alla 17esima edizione ci siamo superati».
In cosa consisterà la proposta di quest'anno?
«Ci saranno due main stage, quelli di Dr. Martens e Sephora, mentre il terzo palco è Idealista, un palco che, per grandezza e struttura, in altri festival italiani sarebbe il main stage. Non è per farne sfoggio, non è mania di grandezza, è che per la musica che facciamo in questo momento è giusto avere questo tipo di palchi».
Come descriveresti il MI AMI?
«Quello che abbiamo fatto sempre noi è riassumibile in questo concetto. Quando abbiamo iniziato la musica italiana era una roba da sfigati, noi abbiamo cercato di dare alla musica italiana un contesto internazionale a livello di format, cioè un festival in cui in 2 o 3 giorni su più palchi corresse il meglio della musica nazionale, quello che le band internazionali potevano fare, ma che invece le band italiane non avevano mai fatto».
E oggi?
«In questo momento il livello della musica italiana è così alto che possiamo permetterci di invitare qualche ospite straniero perché è giusto aprirsi al mondo e non chiudersi. E poi, possiamo mettere su palchi grossi e belli perché gli artisti se lo meritano».
Nel 2005, alla prima edizione del MI AMI, sul sito scrivevate «L'adesione è totalmente svincolata dalla possibilità di suonare», cioè erano quegli anni in cui le prime volte ti iscrivevi, pagavi il biglietto, e magari speravi anche di poter suonare sul palco. Le cose sono cambiate?
«Sì, fa sorridere pensare a come gli anni passano. Era una frase che si legava anche al mondo degli espositori, perché in quanto festival c'era l'ingrediente della varietà. Non solo musica, ma anche mercatino di nuove realtà anche quelle indipendenti, avevamo un'area che si chiamava "Expo", "Mercatino", che coinvolgeva etichette indipendenti, piccole, creatori di musica diremmo oggi, e nel prendere un banchetto pensavano fosse possibile esibirsi sul palco. Noi abbiamo sempre voluto sottolineare che ci fosse una direzione artistica. Ma ancora più bello nel 2005, sul sito di quell'edizione, c'era una specifica molto specifica: "No bonghi, no zarri, no rompicoglioni, si alle ragazze in canottiera". Lo spirito era quello».
È cambiato anche il genere di musica che proponete? È stata una trasformazione dettata anche dai nuovi gusti della community?
«Sicuramente sì. Alla fine credo che noi abbiamo raccontato tre grandi macro cambiamenti del mondo musical italiano e anche non solo oggi, un po' anticipandoli e un po' accompagnandoli. In Italia c'era il grande punto di domanda, uno dei suoi momenti più bassi, i primi anni 2000. In quel periodo non è successo veramente niente. Nel 2005 abbiamo fatto il nostro primo festival era l'anno dell'uscita di La Malavita dei Baustelle, e poi c'erano questi artisti italiani già famosi, come i Subsonica, i Bluvertigo. Noi siamo arrivati in questo momento qua. La scena locale era ai minimi termini e l'esterofilia era dilagante, anche grazie a Mtv. Fare musica in Italia in italiano non era così scontato. Aver invece creato un contesto performante positivo, legato ai concetti di identità e alla prossimità (perché sentire vicino agli artisti te li fa amare), ha creato un riverbero che ha funzionato per tutti. Il nostro immaginario iniziale era quello dei baci legato però ad una musica dura, abrasiva, scontrosa, alternativa».
E gli altri due momenti di trasformazione della musica italiana?
«Poi è arrivato il momento del nuovo cantautorato, rappresentato da Dente, Vasco Brondi, Brunori Sas, periodo 2007-2010, dove c'è stata una grande apertura con artisti che si sono presi la scena tanto che Vasco Brondi torna quest'anno a rifare un disco del 2008 che è Canzoni da spiaggia deturpata. Poi c'è stata un'altra fase, di passaggio, con Lo Stato Sociale e quindi il mondo Garrincha (casa discografica indipendente di Bologna, ndr). Infine il 2015, con l'esplosione del fenomeno hip-hop con Calcutta e The giornalisti, e la trap con Sfera Ebbasta. E MI AMI ha saputo cogliere tutte le trasformazioni: Calcutta nel 2015 in collinetta fece un concerto epocale a cui assistette anche Mahmood nel pubblico che dopo Sanremo volle venire a esibirsi da noi. Nel 2016 è venuto Sfera ha cantare "Cini", poi tornò ospite di Mahmood proprio in quel concerto. Quindi noi procediamo così, cercando di capire proprio cosa sta succedendo in quel preciso momento».
Come si fa a capire in che direzione andrà la musica?
«Eh, bella domanda. Scoprire la next big thing è difficile. Penso che sia ben rappresentato dal claim di quest'anno del festival che è "Chi cerca trova, chi non cerca viene trovato", ha anche che fare con questa direzione che stiamo cercando con i musicisti e con la nostra community».
Se si pensa a Carlo Pastore si pensa anche al mondo A&R, alla ricerca dei talenti.
«Diciamo che se chiamo 100 artisti, almeno 2 ne becco (ride, ndr). No, scherzi a parte, è la parte difficile di questo lavoro. Come ho già detto per Dr. Martens Fest, che è un altro evento che facciamo, nessun musicista è un'isola e ogni canzone è una comunità, a sottolineare che le relazioni sono alla base di questo mondo che un po' mi permette anche di capire dove c'è l'energia. Io non vado a cercare il talento, penso che nessuno di noi abbia questa ambizione che invece è più normale nella discografia, dove il risultato del lavoro ti torna indietro. Noi non firmiamo nessun artista, non abbiamo un tornaconto nel far crescere gli artisti. Semplicemente abbiamo bisogno della loro energia per nutrirci. Che poi abbiamo azzeccato tante scelte in questi anni, ci battiamo un cinque alto».
E quest'anno di quali talenti parliamo?
«Basti pensare a Yasmina, Ele A, Mont Baud. Mi accendo molto di più con loro che con un headliner che farà il solito concerto top della vita, perché penso a cosa potrebbe essere il futuro, mi faccio il sogno su quello che potranno diventare, è una deformazione professionale e personale che abbiamo tutti noi qui dentro».
Hai visto una trasformazione nei nuovi giovani nel modo di fruire la musica? C'è ancora voglia di partecipare agli eventi live o si chiudono in cameretta come dicono?
«C'è un enorme divario tra i 20-25enni e i liceali. Gli under 18 mi sembrano incastrati in meccanismo di disforia reale digitale abbastanza marcati, mentre tra 20 e 25 anni, capitati nel bel mezzo della pandemia, noi stessi non l'abbiamo ancora razionalizzata bene secondo me. Per esempio, noi ci rendiamo conto che oggi il pubblico che viene al MI AMI a volte non sa nemmeno cos'è un festival. Il nostro comunicato recita "Italia, questo è un festival", molti giovani non hanno il percepito, pensano che fra Sanremo, Primo maggio, Love Mi, sia tutto uguale, anche perché gli artisti sono sempre gli stessi».
Il pubblico mi sa che non è più abituato a sentire diversi artisti che si esibiscono contemporaneamente.
«Sì, è sacrilego. Il pubblico giovane non è abituato: il fan che si trova a dover scegliere tra due opzioni e spesso anche se ne risente, ma è fondamentale perché è la natura dell'esperienza che sta alla base e la rende diversa rispetto alle altre, che spero muova il desiderio, stimolando il pubblico».
L'artista che si esibisce sul palco del MI AMI propone i suoi successi, ma in ottica sperimentale, l'arrangiamento è sempre unico. Come mai secondo te?
«L'ambiente influisce sempre su quello che sei e quello che fai, come persone e come artisti. Ci piace rischiare e anche l'artista lo percepisce».
Cosa ci aspettiamo da Rondo da Sosa allora? Qualcosa di naive pure per lui?
«L'esempio di Rondo è evidente. Rondo è stato in Italia descritto come pericolo pubblico numero uno, come criminale, così come gran parte della scena di San Siro. Non dico che i suoi errori non li abbia commessi e probabilmente ne combinerà anche altri, ma rimane un artista che ha suonato in tutti i festival più importanti del mondo legati al drill e alla trap, è uno dei pochi artisti che è nominato anche all'estero. Noi ci siamo presi la responsabilità di dire "Ma questo è un artista" e di essere i primi a proporlo, poi può piacerti oppure no. Si porta dietro davvero quel "maranza approach" che veramente intimorisce? Probabile. Ma c'è anche molto altro. Io sono stato a un suo concerto al Fabrique e ho trovato una generazione molto giovane, di seconde e terze generazioni, un mondo diverso rispetto alla gente che siamo abituati a vedere ai concerti indie o rap, dove tutto è più conforme, tutto è più bianco. Lì c'è un'Italia che comunque esiste, quindi mi piaceva provare a portarlo dentro. Io non penso che Rondo sapesse cos'era il MI AMI prima di essere invitato, ma ora penso che lui sappia che esiste una realtà che l'ha chiamato e questa cosa penso che ce la riconosca. poi da lì, anche festival che lo avevano escluso e bannato, ora lo hanno invitato. Poi sarà la gente a decidere».
Ultima domanda: artisti che sentiremo nominare dopo MI AMI 2023?
«Sono un grande fan di Ele A, rapper di Lugano che ora abita a Milano, figlia di musicisti. Ha un flow pazzesco, vedrete».
Ci vediamo lì.
Line up
- BNKR44 (new album première live)
- Colombre
- Colla Zio
- Dargen D'Amico (dieci anni dopo)
- Dente
- Fulminacci (unica data estiva)
- Ginevra (Diamanti live experience)
- L'Officina della Camomilla (il ritorno, o la reunion)
- LOVEGANG126 (posse album première live)
- Verdena
- Naska

















