Roma, giovedì pomeriggio, a poche ore dall’uscita del nuovo e atteso album di Blanco. È il secondo, arriva dopo il successo di Blu Celeste, «rappresenta un momento di transizione» e lo ha chiamato Innamorato (Island Records/Universal Music) che rappresenta quello stato emotivo che dura poco tempo, ma che dà felicità «Come quando sei innamorato. Dura sei mesi. La scienza dice un anno e mezzo, ma io dopo un anno e mezzo non ci sono mai arrivato». Poco tempo, transizione, cambiamento, autenticità. Sono queste le quattro parole che caratterizzano il nuovo lavoro di Riccardo Fabbriconi, oggi ventenne, che in questi ultimi quattro giorni ha girato l’Italia per presentare in acustico i suoi brani. Prima Venezia, poi Firenze, poi Napoli, davanti a giornalisti, fan e passanti. Fino a Roma, città della sua squadra del cuore, dove in Piazza Navona sorprende i suoi fan che lo assediano per selfie e saluti.
Sorride, parla senza filtro, non ha paura di quello che deve dire anche se è chiaro che teme che le sue parole vengano travisate, racconta di non amare per questo la tv, di non amare i gossip, eppure sceglie la sincerità in tutte le sue risposte anche quelle che non suonano politicamente corrette, fa battute sulla droga nei suoi testi, ma poi si chiede se diventeranno titoli di giornale. È la sua cifra, nella vita come nelle sue canzoni. Amore, vita, adrenalina, lacrime, ricordi. Dopo i 54 dischi di platino, i primi stadi, il tour sold out, un Sanremo vinto e anche un Sanremo con i calci alle rose sul palco, arriva con queste nuove tracce realizzate con l’amico e produttore Michelangelo che confermano il suo saper raccontare una realtà composta da introspezione e sentimenti che si mescolano a energia e passione: «Quando io e lui siamo in studio insieme, siamo liberi, sempre».
Lo stile è confermato, la penna anche, quella di un ragazzo che è oggi più consapevole di quello che la sua scrittura può portare, ma che ancora ci prova a scrivere solo guardandosi dentro, cercando di mettere in musica quello che pensa e vive, preparandosi a suonare a luglio nelle due date di Roma e Milano, Stadio Olimpico e San Siro. Blanco sa che ora tutto è diverso, anche se si pone come obiettivo quello di non cambiare mai, nel processo creativo. Ma da una cameretta in casa dei genitori a Brescia oggi si passa a un disco registrato e prodotto vivendo anche per venti giorni a New York, in cui compare l’unica, straordinaria partecipazione di Mina. Due generazioni a confronto, la voce più iconica della musica italiana che entra con estrema naturalezza in “Un briciolo di allegria”, fondendo la sua voce a quella di Riccardo, riuscendo così a unire due mondi distanti, eppure vicini.
Come è nata la collaborazione con Mina?
«Non l’ho conosciuta. Avevo “Un briciolo di allegria”, ma non mi convinceva tanto, piaceva al mio staff. Quando mi hanno proposto di collaborare con qualcuno, ho proposto Mina, pensando mi mandassero a quel paese. E invece è successo. Mi sta bene non averla incontrata, in questi due anni ho incontrato alcuni miei idoli e mi sono caduti. Lei per me non esiste. E così rimane idolo».
Cosa le è piaciuto di te?
«Il nipote mi ha detto che quando aveva visto “Notti in bianco” in acustico aveva apprezzato la mia rabbia».
A te di lei?
«Ha fatto la storia della musica italiana, la ascolto tanto. La cosa che mi piace è che è sparita, non va in giro, nessuno la vede. Ha creato il mistero che ti fa fare domande. La cosa bella di questa collaborazione è che ha voluto fare una cosa moderna, non si siede mai, è bello che una persona come lei lanci un giovane come me, che ci sia uno scambio. Alla fine la musica è solo questo, uno scambio. Io voglio restare, la musica non è nelle classifiche, è in quello che passi e che tramandi».
Cosa rappresenta invece questo secondo disco?
«È un disco di transizione. Se “Blu celeste” era un punto fermo della mia vita e ha solo il passato alle sue spalle, questo rappresenta un momento di passaggio. Il titolo rappresenta questo, quando sei innamorato e dopo sei mesi non lo sei più. Non so neanche se tra tre anni queste canzoni mi rappresenteranno ancora, ma lo fanno in questo momento. Quelle di “Blu Celeste” invece mi rappresenteranno per tutta la vita. Qui sento che sto cambiando».
In che modo?
«Sento che non sono in un punto fermo. Sto andando verso qualcosa. In questo secondo disco avrei voluto fare molte più cose, anche più grosse. Ma sono contento, lo vedo come un periodo preciso della mia vita».
Perché Innamorato come titolo?
«Io e Michelangelo eravamo a New York e stavamo facendo collaborazioni con producer americani, un giorno ci hanno lasciato in studio da soli ed è stato come essere in studio a Vescovato, solo che eravamo a New York. E io ho pensato che mi mancasse l’Italia. Alla fine noi italiani siamo così, ce la tiriamo perché andiamo a New York, lo diciamo a tutti, ma poi ci manca l’Italia. In quel periodo ero innamorato della mia ragazza con cui sto adesso. È venuta la parola “Innamorato”».
Cosa avresti voluto fare di più?
«Avrei voluto fare più cose all’estero. Ma non era il momento giusto. Per arrivare a quello che vuoi devi fare un percorso, che deve essere sempre credibile. Non posso cambiare di colpo. Non voglio seguire regole, ma non posso neanche non pensare a quello che rappresento per le persone che mi ascoltano. Devo risultare credibile, prima di tutto a me stesso, ma poi anche a loro. Devo crederci, ma devono crederci anche loro».
Vorresti cantare in inglese?
«Io sono molto fiero della lingua italiana e credo molto nella musica italiana. Guarda i Mäneskin, cantano in inglese, ma i pezzi in italiano li cantano anche i fan in America o in Inghilterra. Noi ci lamentiamo tanto della nostra lingua, ma dovremmo credere di più in quello che facciamo. Negli Anni ’70 il mercato italiano era conosciuto all’estero, rappresentavamo il cantautorato. Oggi siamo un misto di tante cose, c’è tanta contaminazione, non esiste un genere predefinito per cui poi riconosci l’Italia. Però io ci credo tanto».
L’Eurovision poteva essere un buon trampolino per l’estero, pensi di averlo sfruttato nel modo giusto?
«Secondo me l’Eurovision non è che ti dà tanto. I Mäneskin hanno spaccato perché sono bravi e c’è carne sotto. È come Sanremo, se ci vai quando sei già su puoi fare il botto, vedi Lazza quest’anno. Io e Mahmood forse ci siamo arrivati un po’ stanchi, avevo fatto dieci date del tour pochi giorni prima, abbiamo chiesto di poter spostare le prove, non ci è stato concesso. Ma forse il lato musicale in generale è meno importante lì, contava di più fare una cosa wow. Diciamo che non me la sono goduta».
Pensi di essere arrivato troppo in alto troppo in fretta?
«Non sono sul tetto del mondo. Sono molto felice di quello che ho raggiunto, ma ho ancora tanto da lavorare in Italia. E appunto anche all’estero».
Ti pesa qualcosa del successo?
«Non sempre sono riuscito a gestirlo nel migliore dei modi. A me piace fare le cose semplici, il successo è una bolla, non puoi uscire e andare al supermercato, se dici una frase magari la tagliano e la usano contro di te. Soffro perché diventa difficile fare le cose semplici. Certo il successo ha un grande pro. E non sono i soldi, è tutto più magico quando non hai soldi, ma la tua musica può arrivare a tante persone. E non c’è niente di più importante».
Sei dovuto scendere a compromessi?
«A livello musicale mai, se una cosa non mi piace non la faccio. Ho detto tanti no, non mi piace quando si fa qualcosa che non mette al centro la musica. Tipo in tv, dove si punta più al personaggio».
Sei felice?
«Non so se sono felice. Sono felice perché esce nuova musica. Ma di nuovo, mi sento in transizione, vorrei arrivare a un punto fermo, ma ora sono in corsa».
Senti la pressione di non dover deludere e dover confermare quello che hai ottenuto?
«Più che parlare di aspettative di dover far meglio, mi do sempre l’aspettativa che quello che voglio dire debba essere credibile. Quando raggiungi il successo tutto quello che dici deve essere credibile rispetto a quello che hai già fatto. Se anche dico cose che io so essere vere, ci può esser qualcuno che può non crederci. Non deve succedere, devo stare attento a fare in modo che ogni cosa che dico arrivi alle persone nel modo giusto».
I tuoi testi hanno un linguaggio spesso diretto.
«Io dico le cose in modo carnale, mi sta sul cazzo del mondo di oggi che tutto deve essere politicamente corretto. Ma se dico “scopare”, una parola che diciamo tutti, una cosa che facciamo tutti, sembra sconvolgente. Se dico “fanculo” sembra una cosa incredibile, ma lo diciamo tutti. Il politicamente corretto diventa odioso».
L’autotune lo userai sempre?
«Io non lo uso come nella trap, per me è un colore, una sfumatura, lo usiamo come strumento. Certo non ho nulla contro chi lo usa per migliorare la voce, quante persone cantano meglio di me? Tantissime. Ma magari la cosa che ti trasmetto io dicendo le cose che dico, chi canta meglio di me non te la trasmette. Sferaebbasta magari fa schifo a cantare, ma è il numero uno. Come dici le cose è tutto. Preferisco ascoltare Sfera a Laura Pausini, mi dà qualcosa in più. Ma è indubbio che la Pausini sia bravissima a cantare».
Hai intitolato un brano “Scusa”. Devi chiedere scusa a qualcuno?
«A volte mi sento stronzo, penso di essere buono, ma magari mi sveglio nella giornata sbagliata. Devo chiedere scusa ad alcune persone che ho amato, a chi mi sta accanto. Forse scusa a tutti».
Per quello che è successo a Sanremo ti sei già scusato. Ma vuoi chiarire cos’è successo?
«C’erano state tre prove, avevo segnalato il problema audio, mi avevano detto che sarebbe stato risolto, ma quando è partita la musica ho sentito che c’era ancora il problema, ho segnalato che non sentivo la voce, mi hanno detto vai avanti. Sono andato avanti e abbiamo visto quello che è successo. Vorrei chiuderla qui, non mi piace espormi, vorrei che parlasse solo la musica, mi sta sul cazzo che si parli di gossip e che ci si mangi sopra».
Con la musica parlerai quest’estate negli stadi.
«Sto aspettando l’Olimpico. Tifo la Roma. Ci saranno ospiti, voglio che chi spende 80 euro per venire a vedermi torni a casa pensando di averli spesi nel miglior modo possibile. Voglio regalare un’esperienza piena. Ci saranno tutti quelli che hanno collaborato con me, ma sogno Mina e Celentano. Non verranno mai, lo so».












