Che bella la storia di Tananai. Da quell’ultimo posto al Festival di Sanremo al suo primo album Rave,Eclissi che contiene brani diventati multiplatino nel giro di pochi mesi, passando per "La dolce Vita", il brano dell’estate insieme a Fedez e Tananai e i concerti sold out.

La storia di un successo che arriva dopo anni di tentativi, musica e produzione. Dal buio alla luce, Alberto Cotta Ramusino, con quel nome d’arte ispirato al nomignolo che gli dava il nonno e che significa "piccola peste", sceglie di raccontare le sue due facce, tra brani divertenti e pieni di energia e ballate romantiche che mostrano la sua parte più fragile.

Quindici tracce che raccontano il suo mondo, un unico feat con Ariete in "Campo Minato", e le parole per la sua fidanzata in "Nero Salsa di Soia", a mostrare il suo animo romantico, già mostrato in "Abissale", attualmente in radio. Ma anche l'anima "Esagerata", tra esercizi di stile e pop da ballare. Nell’anno in cui ha visto la sua vita cambiare la “piccola peste” è cresciuta e anche maturata. Eppure Tananai è rimasto lo stesso. Spontaneo, sorridente e molto innamorato, riempie le risposte di parole, senza paura di parlare di sé o della sua vita privata. Lo abbiamo incontrato.

Rave e Eclissi, due opposti. Sono le tue anime?

«Lo sono dal punto di vista musicale, ma a livello personale sono due cose che amo immensamente, allo stesso modo. Sono sempre portato a conoscere nuove persone e circondarmene, per cercare di crescere. Mi piace la gente. Sono affascinato dalle persone. In quei due contesti, sia nel rave sia nell’eclissi, se sono con gli amici non sono da solo. Eppure in entrambi i casi riesco a "sentirmi" da solo, nel senso positivo del termine. Riesco ad astrarmi ed estrarmi da quello che è il momento che sto vivendo. E mi sento bene. Chiudo gli occhi e non esiste nient’altro, anche se sono sotto cassa. Mi scavo dentro»

Se ti guardi dentro cosa c’è?

«Faccio fatica a capire cosa ho dentro, mi mancano i mezzi. È sotto gli occhi di tutti che sono un romantico, non lo nascondo. Eppure faccio fatica ad aprirmi. E a capirmi, se non quando faccio musica. Ed è anche il motivo per cui la faccio e continuo a farla. Riesco a capire come sto. La mia fragilità più grande è che sono vulnerabile, vorrei aprirmi ma non lo so fare. Questo mi rende difficile come persona, da gestire, per chi mi sta accanto, che sia un amico, la mia ragazza, la mia famiglia. Ne soffro un po’».

Nel brano “Quelli come noi” canti la fatica di voler avere e voler essere della tua generazione. Ora che “hai”, è più difficile “essere”?

«I rischi dell’avere di più, dell’ottenere quello che vuoi, sono duplici. Puoi perdere di vista quello che è davvero importante e io ho rischiato di fare quest’errore. E se hai la fortuna di rendertene conto, anche per merito delle persone giuste che ti stanno accanto, allora hai paura di perderle. Non è stato semplice ritrovare un equilibrio».

Difficile anche nella vita di coppia?

«All’inizio è stata tosta, molto tosta, soprattutto per lei. Prima avevo un sacco di tempo libero e stavamo sempre insieme. Non avere tempo per noi, soprattutto all’inizio, è stato destabilizzante. Ma lei è una persona molto sensibile, intelligente. Siamo riusciti a far quadrare tutto in maniera naturale. Ha visto che ero felice, e questo l’ha resa felice. La cosa più importante di una relazione è pensare alla propria felicità, come individui, perché altrimenti non puoi rendere felice l’altro. Ma allo stesso tempo essere contento per l’altro, a prescindere, al di là del numero di ore che si passano insieme. Lei è giusta per me. E quello che mi piace è che fa ridere di brutto, che è la cosa più importante».

Sei cambiato?

«È cambiata la mia vita, mi sono reso conto di come gira il mondo. Ho ventisette anni ma la verità è che sono sempre stato un po’ immaturo. Mi sento ancora un diciottenne, ma quest’anno mi ha aiutato a rendermi conto di tante cose. Di cosa mi piace e di come l’educazione sia la conditio sine qua non per avere a che fare con me. Ho avuto modo di conoscere tanti colleghi che fanno questo lavoro da tanto tempo e ho cercato di capire che cosa ha fatto sì che durassero nel tempo. Mi sono responsabilizzato, ho imparato a prendemi cura del mio corpo, della sanità mentale. Prima non ci davo tanto peso… Mi spaccavo molto. Ma non vai molto lontano facendo così. Il mito della rockstar non esiste».

Come ti spieghi quello che ti è successo?

«Io sulla mia musica non ho mai avuto il minimo dubbio. Peccherò di assenza di modestia, ma ho sempre creduto che le mie canzoni valgano. Altrimenti non le farei uscire. Sono sempre stato sereno, se penso alla musica. Credo che quello che è successo sia stato l’insieme di tente cose, un allineamento di pianeti riassumibile come botta di culo. Credo di essere stato premiato per essere stato me stesso. Che la gente mi abbia premiato perché si è resa conto che ero vero».

In “Maleducazione” escono emozioni negative vissute, con la voglia di smettere di autosabotarti. Hai smesso?

«La parte che mi rema contro c’è sempre. Credo sia per questo che ho bisogno di scrivere e di continuare a farlo».

In un anno non è cambiato solo l’ascolto della tua musica, ma anche la percezione che il pubblico, soprattutto femminile, ha di te. Che effetto ti fa?

«Mi fa spaccare. È lusinghiero piacere, ma tutto quello che non ha a che fare con la musica mi suscita grande ilarità. Non cambia fortunatamente la percezione di quello che mi accade».

E il pubblico che canta tutte le tue canzoni invece?

«Quello invece è stupendo. Ho sempre avuto un’idea chiara su come vivere la mia creatività. Di come sentirmi me stesso facendo quello che voglio, che mi fa stare bene. In realtà ora ho capito che la mia musica può far star bene, o male, anche altre persone. Sento la responsabilità nei loro confronti, mi sono reso conto di quanto ci tengo a dare il meglio di me, per tenere questo rapporto speciale con i miei fan. Mi hanno lasciato lettere o raccontato storie, mi hanno commosso e fatto ridere. Ci sono persone che hanno fatto amicizia grazie ai miei concerti. Questa cosa non la voglio perdere».

Ti fa paura?

«L’idea di perderla è fonte di ansia».

Intanto però torni in tour, l’anno prossimo.

«Quest’anno ho potuto suonare con un sacco di persone, è stata la personale realizzazione di un sogno. Da una parte, però, non avere un album fuori non mi faceva stare bene. Ho cantato canzoni che rispecchiavano un Alberto diverso da quello che sono adesso. Avevo la sindrome dell’impostore. Per fortuna ora ci sono le nuove canzoni. E arriva un nuovo tour».

E se ci fosse un altro Sanremo, a che posto ti vedresti?

«Primo, ovviamente. Oppure squalificato!».