Elena Zeng, cuoca professionista che ha conquistato il web con la sua irresistibile simpatia e il suo inconfondibile accento, si mette ai fornelli per “Social Bites”, la rubrica di Cosmopolitan in cui i food creator più seguiti velano i loro segreti del mestiere. Il piatto che prepara è un viaggio tra connessioni, emozioni e ricordi della sua vita.
Ricetta dei Jiaozi di gambero: ingredienti
Per il ripieno
- 200 g gamberi
- mezza cipolla rossa
- mezza buccia di limone
- 20 g olio evo
- 5 g zenzero
- sale e soia qp
Per la pasta
- 200 g farina 00
- 90 g acqua
- pizzico di sale
Per la salsa di gambero
- tutte le teste dei gamberi
- mezza cipolla
- 1 carota
- 20 g concentrato di pomodoro
- sale qb
Per la salsa di soia e aceto
- 20 g salsa di soia chiara
- 25 g aceto di vino bianco
- 5 g olio evo
Ricetta dei Jiaozi di gambero: procedimento
Pulire i gamberi e tritarli finemente al coltello oppure con un mixer. Condire i gamberi con mezza cipolla tagliata a cubetti piccoli, mezza buccia grattugiata di limone, olio evo, sale e salsa di soia, fino ad ottenere un ripieno omogeneo. Mettere in frigo a riposare per 30 minuti circa.
Unire gli ingredienti per l’impasto fino a ottenere un composto uniforme ma non liscio. Coprire, lasciar riposare 15 minuti, poi lavorare l’impasto fino a renderlo liscio.
Dall’impasto fare dei tocchetti e stenderli con un mattarello formando dei cerchi spessi 2 mm massimo (si può usare anche la macchina della pasta e un coppapasta).
Mettere il ripieno al centro del disco precedentemente creato e chiuderlo dando la forma dei classici “jiaozi” cinesi.
Mettere i jiaozi in una padella antiaderente con un filo d’olio e cuocere il tutto fino a quando la base sarà dorata.
Aggiungere acqua fino a metà raviolo, coprire e cuocere a fuoco medio–basso per 8 minuti. Se resta acqua, far evaporare a fuoco alto.
Rosolare le teste dei gamberi fino a doratura, aggiungere le verdure a tocchetti (1 cm circa), coprire d’acqua e cuocere per 40 minuti.
Trascorso il tempo, filtrare con un colino fine, schiacciando bene le teste per estrarre tutto il succo e raccoglierlo in un pentolino.
Rimettere sul fuoco e lasciare ridurre a fiamma bassa fino a ottenere una consistenza densa, simile a quella di una salsa (come da foto).
Per preparare la salsa di soia e aceto, unire tutti gli ingredienti in una ciotola e mescolare accuratamente.
Prendere i jiaozi, le due salse create e comporre il vostro piatto come più vi piace. Per concludere, ovviamente, #STAYZEN.
Ricetta dei Jiaozi di gambero: procedimento
Intervista a Elena Zeng
Quando e come è nata la tua passione per la cucina? C’è un ricordo o un momento particolare che ti ha ispirata?
«Il mio primo vero ricordo legato alla cucina risale a quando avevo circa 15 anni. La passione per i fornelli non è qualcosa che ho sempre avuto dentro di me, anzi. All’inizio, più che una passione, è stata quasi un dovere. A quell’età ho sentito il bisogno di dare una mano a casa, di alleggerire un po’ mia mamma nella gestione quotidiana. Fino a quel momento ero, come dire… una “bambina mantenuta” (ride, ndr), nel senso che avevo sempre tutto pronto e davo molte cose per scontate. Ma a 15 anni è scattato qualcosa: ho deciso che era giunto il momento di prendermi le mie responsabilità. Così ho iniziato con le pulizie, e poco dopo mi sono avvicinata anche alla cucina. Mia mamma, ovviamente, era felicissima di questa svolta. Il problema è che non è mai stata una di quelle mamme che ti seguono passo passo con le ricette. Non mi diceva mai: “Fai così, poi così”. Era più del tipo: “Guarda e impara”. Quindi all’inizio ho dovuto sperimentare tanto, andare per tentativi, sbagliare e riprovare. Ma forse è stato proprio questo a farmi appassionare davvero».
Sui social ti conosciamo per le tue ricette che possiamo dire essere una vera e propria fusione tra la cucina italiana e quella cinese. Come sei riuscita a far dialogare queste due cucine nei tuoi piatti?
«Quando penso a un piatto, mi viene naturale immaginarlo con ingredienti sia cinesi che italiani. È un processo automatico, istintivo, perché sono cresciuta in una famiglia dove la cultura gastronomica italiana era praticamente assente. Fino ai vent’anni, non avevo mai mangiato un piatto di pasta "fatto bene", come si deve. A casa mia, i piatti erano sempre una fusione: mia mamma ci metteva del suo, li “mixava” a modo suo. C’era sempre un tocco asiatico in tutto quello che preparava, e quindi le mie papille gustative si sono sviluppate su quei sapori. È quel gusto che cerco ancora oggi, in modo naturale. Poi, quando ho iniziato a studiare cucina, ho imparato a cucinare i piatti della cucina italiana. Ho seguito chef italiani, qui in Italia, e da loro ho imparato le tecniche, la manualità, lo stile. Ad esempio, mi trovo benissimo con la mannaia, ma se devo scegliere tra una mannaia e un coltello trinciante, ormai vado sul trinciante. È il coltello con cui mi sento più a mio agio, perché è quello che ho imparato a usare studiando qui, ed è diventato parte del mio modo di cucinare. Dopo questi due percorsi – uno culturale e affettivo, l’altro tecnico e professionale – per me è difficile separare le due cose. La mia cucina nasce proprio da questa fusione, e non riesco più a pensare in modo “solo” cinese o “solo” italiano. È semplicemente così: un mix naturale, che mi rappresenta».
Per Cosmopolitan hai scelto di preparare i “Jiaozi di gambero”. Perché hai deciso di puntare su questo piatto e che significato ha per te?
«Ho scelto di preparare i Jiaozi di gambero perché mi ci riconosco profondamente. È uno dei piatti cinesi che mia mamma preparava più spesso quando ero piccola, quindi ci sono cresciuta, letteralmente. Ci sono tantissimi piatti tradizionali nella cucina cinese, ma i ravioli – in particolare – hanno un ruolo speciale nelle famiglie. È quasi una "regola non scritta": quando nasci in una famiglia cinese, prima o poi arriva il momento in cui ti mettono a fare i ravioli. È un rito di passaggio. Ti prendono, ti fanno sedere a tavola con tutti gli altri e ti dicono: “Oggi facciamo i ravioli tutti insieme”. Così è stato anche per me. Io, mia sorella, mio fratello, i miei genitori… tutti riuniti a preparare ravioli. Penso di aver cominciato a farli intorno ai sei anni, e da allora non ho più smesso. È sicuramente il piatto che ho imparato a fare meglio nel tempo. Quando poi ho iniziato a studiare cucina in modo professionale, ho continuato a lavorare sui Jiaozi, come una sfida personale: volevo perfezionarli sempre di più, portarli a un altro livello, ma senza perdere il legame emotivo che ho con questo piatto. Per me rappresentano casa, famiglia, e anche l’inizio del mio percorso in cucina».
Hanno un valore davvero speciale...
«Assolutamente! Parlo spesso di questo piatto anche perché c'è stato un momento, quando lavoravo e studiavo cucina, in cui ci hanno chiesto di pensare e creare un piatto che rappresentasse noi stessi . Era una specie di sfida personale: pensare a come potersi raccontare attraverso un piatto. Allora mi sono detta: “Ok, anch’io devo farlo. Voglio trovare quel piatto che racconta la mia storia”. Da lì è iniziato un lungo percorso, anche molto autodidatta. Ho iniziato a cercare ingredienti, a sperimentare tecniche e ingredienti diversi. Volevo costruire il mio raviolo. E questa versione, che propongo oggi, è quella che ho perfezionato negli ultimi tempi. Mi piaceva molto l’idea di dare freschezza al ripieno con un tocco di limone. Tra ravioli di carne e ravioli di gambero, io ho sempre avuto un debole per quelli di gambero, e proprio il mese scorso ho deciso di aggiungere la scorza di limone nella mia ricetta. Il risultato mi ha sorpresa: ho sentito che il piatto era finalmente completo, ed era la mia versione. Quando ho pensato di proporre questo piatto a voi di Cosmopolitan, mi sono chiesta: “Lo faccio nella versione classica o provo a raccontarmi davvero attraverso ogni dettaglio?”. Ho scelto la seconda strada e ho iniziato quindi di creare la mia versione, ragionando anche sull’impiattamento, cercando di elevare l’aspetto visivo con un tocco personale e professionale. Ho aggiunto una salsa al gambero, una cialda croccante, e ho pensato a un’estetica che potesse richiamare un po’ il mondo dei ristoranti dove mi sono formata.In questo piatto c’è tutto: le mie origini, la mia famiglia, le mie esperienze da autodidatta, i miei studi, i ristoranti dove ho lavorato. È un raviolo che parla davvero di me».
Su Instagram, nella tua bio, c’è scritto “scrivimi per un’esperienza Zenghi in the room”. Cosa significa?
«Innanzitutto, devo fare una premessa e partire dal nickname "Zenghi". Un diminutivo per il nome “Elena” proprio non funzionava, suonava male, non mi piaceva. Allora i miei amici hanno deciso di crearmi un soprannome partendo dal il mio cognome. Una ragazza – con cui sono ancora amica – un giorno, completamente a caso, ha urlato nel corridoio della scuola: “Zenghi!”. Io mi sono girata subito, pensando: “Ah, sono io?”. E da quel momento, tutti hanno iniziato a chiamarmi così. A me non dispiaceva, anzi, mi piaceva proprio. E così è rimasto. Anche nei vari ristoranti o lavori in cui sono stata, mi sono sempre presentata dicendo: “Piacere, sono Elena Zeng. Se vuoi, puoi chiamarmi Zenghi”. È diventato un po’ il mio nome d’arte. Poi da lì è nato anche Zenghi in the Room. Mi piaceva come suonava, e allo stesso tempo rappresentava bene quello che facevo: entrare nella stanza, nella casa delle persone, per cucinare insieme. Mi piaceva questo gioco di parole, perché per un periodo – quando avevo più tempo – facevo spesso lezioni private di cucina a domicilio. Funzionava così: la persona mi contattava, e io chiedevo sempre cosa avesse in mente. Un menù asiatico, italiano, fusion? Pesce, carne? Un ingrediente particolare che doveva esserci per forza, tipo l’anguilla o l’ostrica? Poi, in base alle sue preferenze, io creavo un menù su misura. Glielo proponevo, se qualcosa non andava bene lo modificavamo, ci confrontavamo fino a trovare la formula giusta. E poi andavo da loro. Se volevano cucinavamo insieme, chiacchieravamo, condividevamo il momento. E ovviamente i ravioli non mancavano mai. I ravioli ci sono sempre.
Ma è un experience che si può fare in tutta Italia quindi?
«Di solito lo faccio nella città in cui vivo, quindi adesso solo a Roma. Non è ancora un’attività così grande, non è un big business strutturato, diciamo. Per questo motivo non mi sento ancora pronta a spostarmi troppo lontano, tipo andare fino in Valle d’Aosta per cucinare da qualcuno che mi ha chiamato. Non perché non vorrei, anzi, ma perché al momento non ho ancora le risorse per garantire, anche a distanza, la qualità del servizio che vorrei offrire. Preferisco dire di no, con sincerità, a chi mi scrive da fuori zona, piuttosto che fare qualcosa che non rispecchia gli standard che mi sono data».
Se non fossi diventata una food influencer, quale altra carriera avresti voluto intraprendere?
«Oddio… sai che non mi vedo proprio a fare nient’altro se non quello che sto facendo adesso? Ti dico una cosa che non ho mai raccontato a nessuno, forse solo a un mio amico. Quando ero piccolissima, alle elementari, avevo questa sensazione fortissima, come se qualcosa dentro di me mi dicesse: “Tu farai quella cosa lì”. Non sapevo ancora esattamente cosa fosse, ma la sentivo dentro di me. Era qualcosa che aveva a che fare con il pubblico, con l’essere vista, con l’avere delle persone che ti ascoltano e ti apprezzano. Ovviamente all’epoca non era chiaro, era solo un’intuizione. Poi, crescendo, ho un po’ messo da parte questa sensazione. Mia mamma aveva aspettative molto diverse per me: sognava che diventassi avvocato, ingegnere… i classici lavori più “stabili” e comuni. Quindi ho smesso di ascoltare quella sensazione che avevo dentro di me e ho iniziato a seguire una strada più “normale” a livello lavorativo. Ma quando sono andata a vivere da sola, quando sono entrata davvero nel mondo del lavoro, ho iniziato a guardarmi dentro e a farmi domande. A cercare di capire meglio chi ero e cosa mi piaceva davvero. In quel momento lavoravo già in cucina… e mi sono resa conto che avevo messo da parte una parte di me che amava fare video, fare foto, creare. Da piccola ne facevo tantissimi, ma l’avevo dimenticato. Così, piano piano, ho ricominciato. Ho iniziato a fare dei video da sola, a montarli. Ma senza pubblicarli subito. C’era ancora un po’ di timore, un po’ di imbarazzo. Avevo paura del giudizio degli altri. Però poi, piano piano, questa mia seconda passione ha iniziato a prendere sempre più spazio nella mia vita. E io, allo stesso tempo, sono diventata un po’ più coraggiosa. Crescendo, ti rendi conto che da adolescente — o nei vent’anni — dai un peso enorme a quello che pensano gli altri. Tutto sembra definito da quello sguardo esterno, no? Poi, col tempo, questo pensiero inizia ad abbandonarti. Un po’ perché ti stanchi, sei piena. Sei piena di tutte queste voci, di tutte queste opinioni. E un po’ perché, semplicemente, vuoi iniziare a vivere per te. Vuoi prendere in mano la tua vita. E allora la paura la lasci andare. Ti butti. E questo è esattamente quello che ho fatto. E, ripensandoci, mi sono detta: "cavolo, ma io questa cosa l’avevo già sentita dentro di me da bambina! Solo che me ne ero dimenticata". Cioè, io avevo già questa visione, questo presentimento, ma l’avevo messo da parte, come se si fosse perso per strada. E invece era lì, era solo in pausa. Aspettava solo il momento giusto per tornare».
Un piatto che secondo te è sopravvalutato e uno invece che consideri sottovalutato.
«Ah cavolo, qua mi ci vorrebbero almeno tre ore per spiegare tutto — pochi minuti non bastano! (ride, ndr) Allora, piatto sopravvalutato? Lo so che è una risposta basic, però devo dirlo: la carbonara. Cioè, troppo hype. Forse è anche colpa mia, perché sono una fan dell'amatriciana (ride), però davvero... troppo sopravvalutata la carbonara! È buona, eh, non posso dire che non sia buona. Ma non è così buona. Invece, un ingrediente sottovalutatissimo secondo me è il tofu. Ma proprio tanto! Ci sono una quantità infinita di cose che si possono fare col tofu e la maggior parte delle persone non ne ha idea. Infatti, è una delle mie missioni: cercare di far conoscere meglio il tofu nella mia community. Il tofu è veramente pazzesco — ha così tante varianti, può assumere così tante consistenze, assorbire così tanti gusti... secondo me è davvero un ingrediente troppo sottovalutato per non essere raccontato di più».
C’è un sogno nel cassetto che speri di realizzare un giorno?
«Vorrei comprare una villa a mia mamma. È quello che sogno da sempre. Un po’ per ringraziarla, perché ci sono così tante cose per cui posso solo dirle grazie — e forse è l’unico modo grande che mi viene in mente per farlo davvero. Cioè, io devo farcela a realizzare questo sogno. Devo riuscire a comprarle questa villa. Poi vabbè, lo so già che lei mi guarderebbe e mi direbbe tipo: “Ma io non la voglio una villa, è troppo grande da pulire!”. Lo so, me lo dirà sicuramente. Ma va bene così».
Qual è il consiglio che daresti a chi vorrebbe fare una carriera come la tua?
«Studiare. Devi studiare, non c’è altro modo. Devi conoscerti bene. Perché solo quando sarai mentalmente stabile e avrai delle basi solide, saprai davvero cosa ti piace. E solo allora potrai dare qualcosa di vero a qualcun altro. Perché, se le tue basi sono fragili, come pensi che qualcun altro possa fidarsi di te? Questo è il consiglio che darei a chiunque. Poi, ovviamente, non si sa mai. Quando ti sentirai pronto, con le tue basi solide, buttati in questo mondo. Vedrai che questo mondo ti ripagherà».
Quali sono i tuoi progetti futuri? Puoi anticiparci qualcosa?
«Vorrei fare tantissime cose, ce ne sono così tante nella mia testa. Però, in questo momento, non penso che sia ancora il momento giusto, perché non credo di essere ancora pronta. È un po’ brutto dirlo, ma non è passato molto tempo da quando ho iniziato a fare questo lavoro. Quindi, devo darmi ancora un po' di tempo per capire meglio il tutto. Mi considero in work in progress, lo dico sempre. Per ora, sto costruendo le basi, e quando avrò finito alcuni lavori in corso, saranno pronte anche tutte le idee che ho in mente. Voglio crescere in modo stabile, ma per farlo, serve tempo».

























