Non è di certo passato inosservato online quando lo abbiamo visto mentre sale al volo su un elicottero, accende un'esplosione di colori con un tap sullo smartphone e balla a una festa per poi sfrecciare su una macchina sportiva. Parliamo di Achille Lauro e della nuova campagna Motorola dedicata alla famiglia di dispositivi moto g. Poliedrico, innovativo, autentico e audace, l’artista si conferma il volto ideale del brand, capace di creare un ponte tra il mondo tech e quello lifestyle. Lo sottolinea anche Giorgia Bulgarella, Marketing Director di Motorola Italia: «Questo progetto, di cui vado particolarmente fiera perché 100% Made in Italy, nasce dalla chiara volontà di Motorola di comunicare in modo incisivo il legame tra innovazione, lifestyle e musica, temi che il nostro brand ambassador, Achille Lauro, incarna perfettamente. È un'evoluzione naturale della nostra strategia di comunicazione, che ha già portato ottimi frutti con la campagna precedente, quella per la famiglia Edge. Entrambe le campagne vogliono essere un invito, specialmente per le nuove generazioni, all'espressione creativa attraverso la tecnologia Motorola, e in questo caso, con la famiglia moto g». Il claim di questa nuova campagna “Il finale? Lo scegli tu” rappresenta, infatti, un invito ancora più profondo ad esprimere la creatività e ad essere autentici. E proprio l’autenticità è il filo conduttore anche dietro la regia della campagna, firmata da Byron Rosero, giovane talento nato in Ecuador e cresciuto a Bergamo. Attivo tra moda, musica e advertising, Rosero ha già collaborato con artisti come Fedez, Alessandra Amoroso, Giorgia, Fabri Fibra e i Negramaro, oltre che con brand del calibro di Prada, Adidas, AC Milan, Timberland e la stessa Motorola. Nel 2021 ha vinto il Fashion Film Festival Milano con un progetto per Moncler, affermandosi come una delle voci emergenti più interessanti della scena creativa. In seguito, ha realizzato un tributo a Virgil Abloh e nel 2022, ha fondato il suo studio creativo, State Vision. Lo abbiamo incontrato per parlare della nuova campagna, in onda in TV da qualche giorno, e per ripercorrere il suo percorso artistico tra passato, presente e futuro, guidato da un principio che non cambia mai: essere sé stessi.
Quando è nata la tua passione per la regia?
«Non ricordo proprio un momento preciso in cui è nata questa passione ma ricordo una serie di episodi... All’inizio c’era sicuramente quella tipica energia che si ha da adolescenti: il bisogno di farsi vedere, di essere riconosciuto, di raccontarsi. Volevo dimostrare di esistere ed ero un ragazzo estremamente attivo, forse anche troppo. Partecipavo a qualsiasi iniziativa scolastica ed extrascolastica, cercando sempre di farmi sentire, di lasciare un segno. Scrivevo per il giornalino della scuola ed ero completamente immerso in quella voglia di “rivoluzione” tipica dell’età. Da lì è nato tutto il resto: ho iniziato a esplorare ambienti diversi, dalla danza al violoncello, fino ai corsi di recitazione. Credo che alla base ci fosse un’esigenza precisa: diventare bravo in qualcosa, poter dire “sto usando bene il mio tempo, sto davvero imparando”. Sentivo che quel tempo era importante e volevo sfruttarlo al massimo. Questo mi ha portato a sperimentare molto, a mettermi alla prova con il mio corpo e con le mie capacità, cercando di capire dove mi sentissi davvero a mio agio. Il video, la fotografia, la danza, la recitazione e la musica erano linguaggi in cui mi riconoscevo. Al contrario, esperienze come la muay thai o la boxe mi facevano capire che, per quanto mi impegnassi, non erano il mio mondo. Infine, credo che tutto ruoti attorno a questa spinta a sperimentare e a creare, anche mettendomi sotto pressione. E poi, a un certo punto, è arrivato il video: qualcosa di più ampio, più importante, ma anche con un lato quasi ironico. Un po’ come certe celebrazioni sudamericane: grandi, esagerate, ma anche molto simboliche. Per esempio, conosci la “quinceañera”?».
È la festa che si fa quando una ragazza compie quindici anni e passa dall'infanzia all'età adulta, no?
«Sì, esatto. È una cosa pazzesca! Io sono cresciuto a Bergamo e mi ricordo che, quando avevo circa tredici o quattordici anni, venivo spesso invitato a queste feste molto strutturate: c’erano le damigelle, i cavalieri, e tutto seguiva un’estetica quasi principesca. Dovevi vestirti in un certo modo, comportarti in un certo modo. In un certo senso dovevi “performare”. Anche perché c’era sempre chi ti faceva un video. C’erano questi filmmaker, spesso più grandi, che riprendevano tutto: ogni ingresso, ogni ballo, ogni gesto. E tu ti ritrovavi dentro una specie di rituale, anche un po’ surreale, in cui dovevi muoverti, danzare, prendere la mano, seguire una coreografia. Era tutto molto costruito, ma allo stesso tempo affascinante. E poi, dopo qualche giorno, arrivava il video finale. Rivederti lì dentro, in quella messa in scena così curata, ti faceva un certo effetto. Ti faceva capire quanto fosse importante quel momento, ma anche quanto fosse centrale il modo in cui veniva raccontato. Ripensandoci oggi, credo che quella sia stata una delle prime scintille. L’idea dell’evento, dello stare in mezzo alle persone, del raccontare e filmare esperienze è diventata quasi un’ossessione. Quindi sì, probabilmente tutto parte anche da lì».
Quindi possiamo dire che tutto parte anche un po' dalla volontà di portare a casa dei ricordi e raccontare delle cose che si vivono...
«Sì, sicuramente. Anche se forse non era neanche una cosa così razionale. Più che altro era il fatto di trovarmi in posti dove potevo scoprire le persone. Prima di trasferirmi a Milano abbiamo fatto tantissimi eventi, davvero molti, e me lo ricordo come un periodo bellissimo. La sensazione era sempre la stessa: osservare come le persone vivono una serata. Per me c’è qualcosa di quasi mistico in questo: vedere come ognuno sceglie di divertirsi, come si lascia andare, come si sente libero. In un solo evento è come se vivessi mille esperienze diverse, tutte insieme. All’epoca filmavo continuamente: school party, compleanni, qualsiasi occasione era buona. Ero sempre lì a riprendere le persone che si divertivano, a catturare quei momenti spontanei. Credo che alla fine sia proprio questo il punto: condividere il divertimento con gli altri. È anche per questo che faccio regia perché, prima di tutto, mi diverte».
Prima accennavi alla danza e alla musica: possiamo dire che il tuo percorso artistico nasce proprio da questi due mondi. Ci racconti meglio com'è iniziato tutto?
«Credo che molto venga dal contesto in cui sono cresciuto. Vengo da una famiglia di origine ecuadoriana, dove la musica e la danza fanno parte della quotidianità. In casa ci si svegliava con la musica, vedevo mia madre e le mie sorelle ballare non solo durante le feste, ma anche nei momenti più semplici: mentre cucinavano, mentre facevano le faccende, mentre parlavano. Il corpo era sempre in movimento, ed era un modo naturale di comunicare. Era proprio un linguaggio fisico, spontaneo, continuo. Crescere in un ambiente così ti porta quasi automaticamente a voler farne parte. In un certo senso, sentivo che per appartenere davvero a quel mondo dovevo imparare anch’io a ballare. Allo stesso tempo, però, da ragazzino ero molto timido e insicuro. Quindi la danza è stata anche una sfida personale, uno step da superare. Intorno a me vedevo persone molto libere, estroverse, a proprio agio nel corpo, e questo mi metteva di fronte a un confronto diretto. Forse è nata proprio da lì l’esigenza: dal desiderio di sentirmi parte di quel mondo, ma anche di superare i miei limiti e trovare un modo per esprimermi».
Tu eri molto timido quindi?
«Sì, ma penso di esserlo ancora...»
Lo sai che non si direbbe vero? O forse lo nascondi molto bene...
«Ok, potrebbe essere (ride, ndr). Non ricordo questa cosa come un trauma, anzi. Mia madre diceva sempre: “Non esisterà mai un latino che non sappia ballare”. E quindi io mi dicevo: “Ok, non posso essere l’unico”. E mi buttavo in pista, sperimentavo. Sicuramente questo approccio alla quotidianità, con la danza come qualcosa che attraversa ogni momento, è stato il vero motore. Senza quella cultura, forse avrei vissuto la musica e la danza in modo completamente diverso. Forse in modo più distante e meno naturale. Oggi per me la danza e la musica sono quasi una forma meditativa. Non è solo qualcosa che faccio: è un modo di stare al mondo. Mi sveglio la mattina e, mentre faccio colazione, mi muovo già. A volte ballo prima ancora di iniziare la giornata. E anche quando devo riflettere o quando vado a dormire, è sempre una questione di corpo, di ascolto fisico. Non so dire quanto questa dimensione sia presente in altre culture, ma in quella latina è molto forte. Vai in Colombia, fai una passeggiata e trovi qualcuno che ti invita a ballare e finisci davvero per ballare con lui, perché è normale, fa parte della vita quotidiana. Sono mondi molto diversi rispetto a quello europeo più occidentale. Se poi guardiamo anche il Brasile, vediamo altre sfumature ancora, mondi lontani ma incredibilmente ricchi. E quando queste culture si incontrano, secondo me nasce qualcosa di molto potente. Credo che questa mescolanza mi abbia portato a integrare la danza in tutto quello che faccio, nei progetti e nel modo in cui vivo le cose. È diventata qualcosa di profondamente mio».
Parlando invece della campagna per Motorola "ACTION. COLOR. PERFOMANCE.", come è nata l'idea creativa alla base di questo progetto con Achille Lauro?
«È stato davvero un grandissimo lavoro di squadra. L’agenzia ci ha permesso, partendo da alcuni input, di avere una certa libertà creativa. Alla base del progetto c’era la scelta di un talent che fosse coinvolto anche nel processo creativo e che si mostrasse durante la costruzione dell’idea. Lui è un artista che crea musica, quindi dal suo lato è stato abbastanza naturale lavorare anche sulla dimensione di acting e interpretazione. La vera sfida, se così vogliamo chiamarla, era però rendere chiaro il messaggio: Achille Lauro doveva recitare la parte di creative director che sviluppava la nuova campagna della famiglia moto g. Questo è stato l’input iniziale. Riguardandolo oggi, mi rendo conto che il progetto ha anche una lettura più “profonda”, quasi spirituale: il messaggio finale è che la realtà la scegli tu. O almeno così è come lo percepisco io. E se partiamo dal fatto che lui deve creare una campagna da zero, lo vediamo inizialmente in una situazione molto stilosa, con il telefono in mano, mentre costruisce un discorso quasi come se fosse rivolto a qualcuno. È interessante perché lo vediamo proprio nel momento in cui visualizza, ragiona e poi crea. In un certo senso è un processo che dovrebbe appartenere a tutti: immaginare qualcosa e poi realizzarlo. Questo percorso si ripete più volte, anche in modo volutamente frammentato e non lineare. Si parte da un’idea, si cambia, si semplifica, si rielabora. Si passa da scene molto diverse tra loro: l’elicottero, una stanza da tè, una discoteca con ballerini, fino al rooftop finale. In questo percorso sicuramente l’AI ci ha supportato molto. Arriviamo poi alla scena conclusiva, in cui lui si rivolge direttamente al target, in particolare alla Gen Z, con un messaggio molto semplice: “il finale lo scegli tu”. Che si tratti della campagna o della vita, il concetto è sempre lo stesso: sei tu l’artefice. Anche il voiceover è stato centrale. Abbiamo lavorato molto, insieme all’agenzia, all’artista e al suo team, per trovare un tono autentico, evitando qualsiasi effetto “macchietta”. Pur essendo un progetto commerciale, era fondamentale mantenere una forte sensazione di autenticità. Lui stesso ha insistito molto su questo aspetto: dirige i propri video, li monta, quindi ha piena consapevolezza del processo creativo. Ci ripeteva che doveva uscire qualcosa di vero, autentico. E questo approccio ha fatto la differenza: se qualcosa non funzionava, era il primo a volerla rifare. Un approccio così è raro, soprattutto in progetti di questo tipo, dove spesso il talent tende semplicemente a portare a termine il lavoro. E, invece, trovarmi a lavorare con un artista così umano è stato pazzesco».
E se dovessi scegliere un artista con cui non hai ancora collaborato, ma con cui ti piacerebbe farlo in futuro, chi sarebbe?
«Se posso scegliere anche tra artisti non più in vita, il primo nome che mi viene spontaneamente è Michael Jackson. Se invece penso a qualche artista attuale, mi piacerebbe molto collaborare con Chris Brown e Bad Bunny. Ma anche con Matthew McConaughey, perché no? Sono tutti artisti che hanno una presenza e un’energia creativa molto forte. Allargando ulteriormente lo sguardo, penso a figure come Prince o Basquiat: persone estremamente potenti dal punto di vista espressivo e culturale, che hanno lasciato un segno profondo. Sarebbe un sogno trovarsi all'interno di una stanza con personalità di questo livello, capaci di generare energia, visione e creatività in modo così distintivo».
Se non fossi diventato un regista, avevi un "piano B"?
«Credo che, in fondo, quello che ho sempre voluto fare sia divertirmi. È una cosa che può sembrare semplice, quasi adolescenziale, ma è un principio a cui mi sento ancora molto legato. Forse un giorno cambierà, ma al momento l’idea stessa di perdere questo aspetto mi fa un po’ paura. Per me è un valore fondamentale. Infatti, quando non mi diverto in un progetto, lo vivo in modo molto forte: è come se mi venisse a mancare qualcosa di essenziale. È davvero una sensazione difficile, quasi fisica. Ho bisogno che ci sia sempre una componente di gioco, di sperimentazione, di curiosità. Se tutto diventa troppo pesante, opprimente o triste, inevitabilmente finisco per risentirne anch’io. Per questo non ho mai pensato davvero a un piano B. In questo momento della mia vita sto facendo questo lavoro, ma non lo vivo come qualcosa di statico o definitivo. Anzi, ho la sensazione che tra un anno potrei fare tutt’altro. Ma qualunque cosa sia, dovrà comunque mantenere vivo questo aspetto per me fondamentale: il divertimento e la sperimentazione».
Sono d'accordo con te: se trovi un lavoro che ti diverte e che ti stimola è la svolta...
«Completamente! Credo che le esperienze che fai, incluse le difficoltà e le sofferenze, debbano essere funzionali alla scoperta della persona che vuoi diventare. In questo momento la regia mi permette di esplorare lati di me che sento necessari, che devono emergere. È un percorso di evoluzione continua: nel momento in cui smette di farmi evolvere, di stimolarmi o di mettermi anche sotto pressione in modo sano, allora sento che devo fermarmi e fare altro. E credo sia giusto così. Per dare un’idea di quanto sia forte questa cosa per me, qualche anno fa ho fatto una pausa di circa sette o otto mesi proprio perché sentivo il bisogno di vivere qualcos’altro. È stata una scelta precisa, fatta perché per me è fondamentale rimanere allineato a quello che sento davvero. Se questo allineamento viene meno, non ha più senso affrontare le giornate tra mail, scouting, produzioni e tutto il resto. Diventa solo fatica, quasi sofferenza».
Sei un punto di riferimento per chi sogna una carriera in ambito artistico: quale consiglio ti sentiresti di dare oggi a chi vorrebbe intraprendere un percorso simile al tuo?
«Sai che mi viene difficile pensarmi in una posizione in cui io do dei consigli? Mi sento ancora dentro questo percorso, come qualcuno che sta remando sulla stessa barca, cercando di capire e godendosi ogni piccolo passo. Quindi non mi sento davvero “al di sopra” per poter parlare ai ragazzi. Più che un consiglio, vorrei condividere un qualcosa che ripeto spesso a me stesso: cercare di non tradire ciò che siamo, soprattutto quei valori più istintivi e quasi “adolescenziali” che ci appartengono all’inizio. Ovviamente, nella vita finiamo per tradirci un po’ tutti, è inevitabile. Siamo umani, non credo esista qualcuno che non lo faccia almeno in parte nel corso del tempo. Però la cosa importante è farlo con consapevolezza, accorgersene. A volte mi capita di vedere amici, o di viverlo io stesso, con un’intuizione molto forte, quasi fisica, una direzione che senti chiaramente dentro: nel lavoro, nell’amore, nella vita in generale. Ecco, spesso la cosa più difficile è non ignorare quell’istinto per seguire solo la logica. Se dovessi dire qualcosa a chi è più giovane, sarebbe proprio questo: imparare ad ascoltare di più quella voce interna, anche quando non è razionale».
E invece, guardando indietro a quando hai iniziato, c’è qualcosa che oggi diresti al “Byron” di allora, alle prime esperienze in questo mondo? Qualcosa che, con la maturità di oggi, senti di potergli dire diversamente o con più consapevolezza?
«Sicuramente gli direi di non vergognarsi di ciò che è, di ciò che rappresenta e di ciò che vuole esprimere. Di non avere remore e, soprattutto, di non avere paura di mostrarsi per quello che è. Oggi, con la consapevolezza che ho acquisito, penso che questa sia una cosa fondamentale. Direi a quel “me” più giovane che questa presa di coscienza potrebbe davvero dargli una scossa, fargli capire che va bene così, che può stare tranquillo».
Ti ricordi qual è stato il tuo primissimo lavoro?
«Ricordo che il primo lavoro in cui ho sentito una vera responsabilità è stato il progetto legato a FIFA 17, nel 2017, se non sbaglio. È stato il primo videoclip commissionato in cui c’erano delle vere scadenze, una consegna, un flusso di lavoro strutturato. Prima di allora era tutto molto più amatoriale: progetti tra amici, soprattutto nell’ambiente musicale. Lavori più “rilassati”, in cui magari giravi e consegnavi anche dopo mesi e andava comunque bene. In quel caso, invece, la situazione era diversa: c’era una richiesta precisa, dei tempi da rispettare, una settimana per consegnare il video. E lì ho sentito davvero il passaggio mentale: capire che dovevo comportarmi da professionista, rispettare le scadenze e allo stesso tempo riuscire a mantenere la qualità del lavoro. Credo sia stato quello il momento in cui ho iniziato a percepirmi davvero dentro questo mestiere».
C’è un momento di difficoltà che ricordi di aver affrontato?
«Sul tema delle difficoltà ho una visione abbastanza chiara, anche se molto personale. Quando intraprendi un percorso di questo tipo, è naturale che ci siano momenti positivi e negativi, successi e insuccessi. Fa parte del gioco. Per questo non mi è mai capitato di vivere le difficoltà “esterne” come qualcosa di davvero paralizzante o a cui dare troppo peso. Anche in situazioni complesse come, ad esempio, quando si perde l'attrezzatura, quando lavori con tempi stretti, o quando devi risolvere problemi sul set, ho sempre visto tutte queste cose come parte del processo. Le difficoltà vere, per me, sono altre. Sono legate soprattutto al modo in cui si lavora con le persone e con i team. Quando sento che manca coinvolgimento, o che c’è un approccio troppo superficiale, la cosa mi colpisce molto. Non tanto per il risultato in sé, ma perché credo molto nel lavoro fatto insieme, in modo coeso. Quando questo equilibrio si rompe, quando percepisci sufficienza o disattenzione, mi dispiace davvero, perché sento che si perde un’occasione di creare qualcosa di più forte. Alla fine, la responsabilità ricade sempre su qualcuno. Non solo su di me, ma su tutto il sistema: produzione, cliente, agenzia, team. E quando il risultato ne risente anche solo leggermente, la cosa mi pesa. Per questo oggi credo che una parte fondamentale del lavoro sia proprio la scelta delle persone con cui collabori. È una questione di intuito, di ascolto, di sensazione. Devi riuscire a capire con chi puoi davvero costruire qualcosa di allineato. Quando questo succede, tutto cambia: il lavoro diventa più fluido, più autentico, e soprattutto più divertente. E torno sempre lì, a quella cosa che per me è centrale: divertirsi mentre si crea. Credo che, alla fine, sia questo quello che tutti stiamo cercando oggi: non lavorare solo per produrre, ma farlo in un contesto in cui abbia davvero senso farlo insieme».
Abbiamo parlato del passato, guardiamo un po’ al futuro: hai un sogno nel cassetto che puoi raccontarci, oppure sei scaramantico e preferisci non dircelo?
«Sui progetti non ragiono molto a lungo termine nel senso classico del “vorrei fare questo o quello”. Non voglio neanche essere troppo rigido o intenso su queste cose, però spesso capita di parlarne anche con gli amici e ci chiediamo, per esempio: "dove ti vedi tra cinque o dieci anni?". Più che immaginare un progetto preciso, vivo un po’ alla giornata, cercando di capire di volta in volta cosa ha senso fare e cosa mi stimola davvero in quel momento».
Beh, in generale quando ti chiedono “dove ti vedi tra dieci anni?” credo sia sempre una domanda piuttosto devastante…
«Completamente! Sinceramente, ti confesso che il sogno della mia vita è sicuramente quello di diventare padre, avere due figlie. È un’immagine che mi porto dentro, che riesco a visualizzare in modo molto chiaro. Non riesco a liberarmi di questa idea, è qualcosa che sento profondamente. E poi mi piacerebbe arrivare alla fine con serenità, sentendo di aver vissuto davvero, di aver dato tutto fino in fondo. Potermi dire: “ok, ho fatto il mio percorso, sono stato un uomo che ha spinto fino al limite”. Per me queste sono le due cose fondamentali. Al di là di tutto il resto, l’idea di costruire una bella famiglia e vivere un percorso pieno, intenso, ma anche sereno, è ciò che conta davvero. In fondo, penso che la cosa più importante sia riuscire a godersi il viaggio».
C'è una domanda che non ti ho fatto durante questa intervista e a cui ti piacerebbe rispondere?
«Le domande che mi hai fatto sono state davvero quasi un percorso di esplorazione. Mi hanno portato a scavare e a cercare di capire meglio il senso di quello che sto facendo e del perché sono qui. Già di per sé è stata quasi una "seduta". Mi ha costretto a tirare fuori aspetti che normalmente non racconto, che siano legati alla cultura, alla danza o anche a momenti più difficili. Spesso, quando si parla del proprio lavoro, si resta su una superficie molto più leggera, mentre qui abbiamo toccato temi molto più profondi. Questo è importante anche in relazione alla campagna e al progetto in generale, per chiudere un po’ il cerchio. Vorrei aggiungere solo due parole sul talent, che per me sono fondamentali: Achille Lauro, rispetto a quello che magari si potrebbe percepire dall’esterno, ha un’umanità molto forte. E questa è una cosa che mi piace sottolineare, perché aiuta davvero a capire il progetto e soprattutto a capire che dietro c’è una persona. Lauro ha una grande sensibilità nel modo in cui lavora: si percepisce che ha voglia di costruire e di creare insieme. Anche nei gesti più semplici, come salutare il team di produzione guardando le persone negli occhi, cercando di ascoltare e capire anche quando magari non condivide un’idea, si vede questo approccio molto umano. Ed è una cosa che ho ritrovato anche in altri artisti, ma che in lui è particolarmente evidente. A livello creativo spesso gli artisti arrivano con una visione molto forte, che è giusto che sia così, ma in un progetto corale è fondamentale che ci sia apertura e dialogo. E lui in questo era completamente disponibile. Era aperto al confronto con qualsiasi figura del team, dal reparto creativo fino alla produzione. Questa disponibilità, anche nelle cose più operative e quotidiane, ha fatto davvero la differenza nel processo».













