Oggi sono tre giorni che in Libano non cadono più bombe. Non volano più droni accanto alle finestre, non si sente più il loro rumore notte e giorno, il peggio sembra passato e forse si può tornare a pensare al futuro e sognare. Ma «è così fragile sognare in Libano», mi dice Francesca all'inizio della nostra intervista. Non sarà facile per lei e per nessun libanese, infatti, invitarvi a cena fra una settimana, fra un mese, organizzare un viaggio per l'estate perché il futuro è un sogno dai confini sfumati. «Viviamo nel presente e oggi siamo al sicuro, ma domani non lo so». Mentre pronuncia queste parole, scattano le dieci di mattina e va via la connessione internet perché «a ogni scoccare dell'ora salta tutto». In quei secondi che mi separano dal ritorno on-line di Francesca, penso che di sicuro invece non c'è proprio niente, non secondo il mio concetto di certezza e stabilità, io che ogni volta che cade la linea del Wi-Fi in casa penso subito a una catastrofe.
In soli cinque minuti di telefonata con lei ho già avuto un assaggio di "incertezza" che lei vive ogni giorno. Dal piccolo inconveniente come questo, alle code in farmacia per medicine che non vendono più in blister ma in pastiglie, perché non ce ne sono più e van dosate. Dall'acqua, agli sportelli delle banche con lunghe file per ritirare contanti, a tutto quello che è pubblico e che in Libano non esiste se non è privatizzato. Niente parchi né mezzi pubblici, «per questo tanti giovani espatriati non vedono l'ora di tornare, vogliono costruire un sistema con servizi per tutti, non è giusto che per costruire le nuove generazioni libanesi se ne debbano andare via». Francesca è serena quando mi dice che è "al sicuro", perché «in Libano viviamo un tempo ciclico in cui ogni dieci anni arriviamo alla guerra con Israele, poi dopo la distruzione torna la pace e gli anni d'oro». La guerra è una certezza e così la pace che ne deriva. Per lei questa volta non sarà diverso, una volta che il peggio è passato c'è solo da costruire. Il tempo della speranza è fragile.
Per Francesca tutto è cambiato con la rivoluzione del 2019, in cui migliaia di persone sono scese in piazza per mesi contro le riforme economiche di un Paese al collasso. Poi è stata la volta dell'esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020, dove morirono 218 persone e ne rimasero ferite altre 7mila (300mila gli sfollati). «Prima casa era casa, tutti erano qui, alcuni amici vivevano a Dubai, in Francia, a Londra, ma la maggior parte era in Libano. Dopo l'esplosione tutti sono partiti. Sono quattro anni che ogni Natale la gente si chiede: "Tornerai a Natale? Ci vediamo?". La nozione di casa è cambiata in ogni famiglia, povera o ricca che sia, cristiana, musulmana. Tutti abbiamo fatto esperienza di un parente o amico che se n'è andato perché costretto dall'assenza di futuro o dalla paura».
Dicono che i libanesi siano il popolo più felice e depresso di tutti, «che vivono in un continuo processo di dissociazione. Lo scorso weekend mentre cadevano le bombe, i miei amici erano a fare festa fino alle quattro del mattino a tre chilometri di distanza. Possiamo sentire le esplosioni e vederle, ma non vuoi dargliela vinta e continui a voler uscire e vedere i tuoi amici, sempre in bilico tra la vita e la morte: "Dovrei uscire o dovrei restare a casa?"». Giovani o adulti, appena si può, in periodi di pace si esce per stare insieme sul lungomare di Beirut, sulle sedie in plastica a pescare al porto, al ristorante a fumare shisha e chiacchierare, come succede al ristorante di famiglia dei genitori di Francesca, dove anche durante i bombardamenti in città hanno continuato a prestare il loro servizio. E il il loro secondo ristorante, a sud del Paese, che invece han dovuto chiudere, riapre fra poco: «I miei nonni sono venuti da noi in collina a passare questo periodo di guerra, ma quando alle quattro di notte di due giorni fa hanno annunciato il cessate il fuoco, alle sette mio nonno ha chiamato mia madre dicendole che stavano facendo le valigie per tornare al sud e riaprire. Non puoi togliere un libanese da casa sua. Ieri stavo guidando in autostrada e nella corsia opposta c'erano lunghe code di macchine incolonnate, con sopra cuscini e materassi legati come potevano, si dirigevano verso sud, dove fino ad ora c'è stata la maggior parte dei bombardamenti. La notizia del cessate il fuoco ha riportato speranza anche se è tutto sempre in bilico».
Dear to dream
Al centro del nuovo numero di Cosmopolitan in edicola c'è la parola "casa". Abbiamo chiesto a giovani lettori e lettrici cosa intendono oggi con questa parola e con il concetto di "famiglia". In un momento storico in cui tutto cambia anche le parole assumono nuovi connotati, ed è stato istintivo contattare Francesca Matta, fotografa di Beirut che ho conosciuto a Milano anni fa e che oggi vive tra il Libano e l'Europa. «Cosa significa casa per te, oggi?». Le ho chiesto di raccontarcelo con degli scatti.
«Per me casa è famiglia ed è il mare. Per questo vi ho chiesto qualche giorno in più a fine progetto, volevo provare ad andare sulla spiaggia per fotografarlo, ma con i bombardamenti non sono riuscita, ci ho sperato ma niente. Non sono scesa a Beirut perché era troppo pericoloso. Ecco, sappiate che in questo lavoro c'è un piccolo tassello che manca, ma forse è ancora più vero così, colpa della guerra».
«La prima foto del progetto ritrae la mia casa delle bambole nella camera in cui ho vissuto tutta la vita. Dietro c'è il segno della testata del letto che per 30 anni è sempre stato nella stessa posizione, oggi è una stanza vuota perché mentre ero a Parigi i miei genitori hanno traslocato nella casa nuova. Tornare in Libano dopo due mesi e trovare questa situazione, percorrere il tratto dall'aeroporto a casa passando davanti a Dahiyeh, il quartiere che veniva bombardato ogni giorno, e vedere i palazzi distrutti, non avere più la vecchia casa dove trovare riparo e sentirsi al sicuro. Tutto questo è stato scioccante. Così come entrare in una casa nuova che non avevo mai visto, piena di scatoloni da disfare, per cercare di costruire mentre fuori c'è l'inferno. È l'ironia della sorte. E sentire mia mamma chiedere a mio fratello se voleva questa casa delle bambole per sua figlia, mia nipote, mi è sembrato una matriosca intorno al concetto di casa che non ho potuto non immortalare».
«Era il 2006 quando mio papà, durante una notte di bombardamenti su Beirut, per rassicurarmi e tranquillizzarmi mi ha portata in questo punto panoramico a soli cinque minuti da casa nostra, sulle colline dietro la città. "Guarda, lo vedi quanto sono lontane?", mi diceva per calmarmi."Non devi avere paura", mi diceva. Mi è sembrato incredibile che per tranquillizzarci l'unica cosa da fare fosse guardarle, per capire quanto il rumore tradisse una falsa vicinanza. Ed è ancora più assurdo che a distanza di vent'anni siamo ancora lì a guardare le bombe dall'alto. Nulla è cambiato».
«Ho voluto ritrarre mia nonna perché è da lei che trascorro la maggior parte del tempo quando sono a Beirut. Negli anni ci sente sempre meno, infatti porta l'apparecchio acustico, che dovrebbe tenere all'orecchio sempre. Per non sentire le bombe se lo toglie e se lo mette di fianco al letto, sul comodino. Alla fine ci ha fregati tutti, è l'unica di noi che non sente la guerra, mentre io corro per casa con le mani sulle orecchie cercando pace nell'unica stanza senza vetri, che è camera di mia sorella, perché trema sempre tutto. Mia madre invece, lei sì che sente, ma si fa i suoi cruciverba, legge il giornale, beve il caffè in sala sulla poltrona e non ci fa praticamente più caso».
«Con queste due fotografie ho voluto ritrarre la natura, quello che ci dà, con l'immagine dell'albero, con le sue radici, che è anche il simbolo del Libano. Mentre il pappagallo in gabbia è una metafora della casa che può essere rifugio o prigione, soprattutto in regioni particolarmente instabili come la nostra».
«Si dice spesso che questa è una guerra religiosa, in realtà non lo so nemmeno più. Sicuramente viene fatta passare come tale, e la componente religiosa in Libano è così importante e variegata che anche la sua geografia si divide su zone cristiane e musulmane, a loro volta suddivise in sciite e sunnite. Ho ritratto le mani della Madonna perché c'è un luogo molto importante in Libano dove sorge una statua gigante di Maria, si chiama Harissa. Qui preghiamo tutti insieme: ci sono donne con l'hijab e donne cattoliche o maronite. Sotto questa statua siamo tutti uguali».
«È la prima volta che in un mio progetto così personale inserisco anche un autoritratto. Questa sono io dopo essere crollata nel letto, che è il luogo dove forse più di tutti possiamo decomprimere. La notte era così intensa, i suoni e le vibrazioni nella casa non finivano mai, per questo mi sono fotografata mentre cerco riparo tra le mie braccia. La prima notte che ho dormito a Beirut quando sono tornata a metà novembre, non era nella mia stanza di sempre, ma nella casa nuova. Mi sentivo come se il mio corpo fosse da una lato e la mia anima da un'altra parte. Ci è voluto un po' per adattarmi. I primi due giorni sono stati molto difficili, poi sfortunatamente ti abitui ai suoni».
«Il concetto di casa varia moltissimo nella società libanese, che è composta anche da una grande percentuale di rifugiati. Per me è stato imprescindibile analizzare questo concetto passando anche da chi è venuto tra le colline di Beirut per fuggire ai conflitti. Ho chiesto a una famiglia di rifugiati siriani entrati illegalmente, senza documenti, se potessi fotografare la loro casa. Si tratta di strutture di fortuna molto comuni in Libano, costruite con materiale di scarto come lamiere, coperte, tendoni di plastica, dove dentro dormono anche in dieci. Mi han fatta entrare ma non ho potuto fotografare l'interno né i loro volti ovviamente. Il terrazzo, povero ma molto ordinato, sullo sfondo le bombe di Beirut, scappare da un conflitto e ritrovarne un altro. C'è molta dignità nel loro vivere».
«L'ultima foto è quella che dà il titolo al progetto. È un posto abbandonato, non molto lontano da casa mia. C'era un ristorante lì, forse 30 anni fa e ora alcuni senzatetto vanno a dormire lì. Ne ho sempre sentito parlare, quindi mi sono fatta accompagnare da un amico che mi ha aspettata fuori. Un signore, Yusuf, mi ha chiesto di seguirlo, mi avrebbe fatto vedere la sua "casa". Sono entrata in una stanza, anche questa ordinata, era molto orgoglioso del suo spazio. Mi diceva "qui è dove fumo", "qui è dove bevo", "qui ci dormo". Lì vive la sua vita migliore. Alle spalle di Yusuf con una bomboletta c'era scritto "daring to dream", ennesimo segno ironico, che in quel momento mi è sembrato perfettamente sensato».






















