Mentre i social si disintegrano - dicono, a me pare che stiano benissimo, la fabbrica di opinioni civili e penali va alla grande - e neanche noi ci sentiamo tanto bene, stavo pensando al compito dell’intellettuale contemporaneo. Ma pure del non-intellettuale, basta essere un vecchio che legge e capisce.
Quali sono i nostri doveri verso le nuove generazioni. Cosa dobbiamo salvare, cosa dobbiamo insegnare, cosa dobbiamo impedire che si perda. Come devono andare nel mondo i nostri figli, con che equipaggiamento etico, culturale, strutturale. Che zainetto gli dobbiamo preparare.
Pensando a: "da dove iniziare?", forse m’è venuta un’idea. L’intellettuale militante deve farsi Omero, e tenere salde le mille iliadi e odissee d’Italia, frammenti culturali, mondi che ci siamo inventati nel secolo scorso e che non possono finire a dormire nella Treccani. Chi lascia che si dimentichi è complice.
Prima di “normalizzare, trauma, top, sbatti”. Prima di “morta” quando devi dire che stai ridendo, bias cognitivi, varia tossicità, boiate a trazione americana, i responsabili culturali in carica si erano inventati una cultura pop nazionale. Ce l’avevamo, giuro. Fatta anche di riferimenti minimi a questioni ultracomplesse. E così ho pensato a un catalogo. Si deve fare un catalogo. Ecco un inizio sommario.
«Supercazzola prematurata con scappellamento a destra, come fosse antani»
Da Amici Miei, la storia dell’uomo a cura di Monicelli.
La supercazzola è una frase senza senso che sorprende l’interlocutore lasciandolo perplesso. Supercazzola si dice anche di discorso che non ha tenuta, arzigogoli modernisti, concetti elaborati che non reggono la semplificazione e che dopo una passata di traduzione in parole semplici si rivelano magre fesserie.
«Anche poeta!»
La signorina Silvani lo dice sputando nell’astuccio del mascara in polvere, mentre il ragioniere innamoratissimo la porta in macchina perché le ha estorto un’uscita dopo un funerale.
«Anche poeta» è un sollievo tascabile contro la melassa. È quello che si dice agli eccessi di retorica, lo si pensa quando l’anima dell’interlocutore si fa troppo tenerella, quando qualcuno sta sulle balle per sovrabbondanza di soavità lessicale.
Un mirabile Baricco sulla lingua fantozziana, da La Repubblica:
«Non è il caso di esagerare, ma se c'è una cosa che si chiama letteratura italiana questo libro ne fa parte. Scrivere libri che fanno molto ridere è possibile ma non necessariamente porta a fare letteratura. La cosa riuscì a Paolo Villaggio, a cavallo tra gli anni 70 e 80, e adesso è bello riconoscerlo, con il giusto entusiasmo. Prima di lui, Guareschi. Prima di Guareschi, Achille Campanile. La spina dorsale della letteratura umoristica italiana è probabilmente quella lì. Non è il caso di esagerare, ma Fantozzi era geniale, poche storie. [...] Era una continua, fulminea, giubilatoria vendetta contro la realtà. Il gioco era mandarla in mona convocando, al suo posto, il surreale, un' operazione che Villaggio poteva fare a velocità sbalorditiva. Alle volte gli bastava un nome. Pier Ugo Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Fatto. Dott. ing. grand. uff. lup. man. Lorenzo Folchignoni. Fatto. Duca Pier Carlo ingegner Semenzara. Fatto. Ma in fondo anche sua moglie: Pina. Fatto. Non sono nomi, sono orologi di Dalí (fatte le debite proporzioni). Usava gli aggettivi da dio. «Mentre la Pina si spogliava a lui venne il solito leggerissimo conato di vomito». Togliete leggerissimo e vi ritrovate in un cinepanettone. Ma il leggerissimo c' è, ed è un contromovimento minuscolo che, lo capite, suona geniale. (È lo stesso trucchetto del classico «Non mi sento troppo bene, disse. Poi svenne») A volte usava aggettivi così inaspettati o fuori posto che in coppia con il sostantivo che ne era la vittima hanno finito per diventare un' espressione unica, esente da qualsiasi analisi grammaticale e scolpita nella memoria collettiva: il tragico spigato siberiano, lo sfrigolio sinistro, i pantaloni ascellari. Nomi, anche loro».
«La Corazzata Kotiomkin è... una cagata pazzesca!». Novantadue minuti di applausi
La liberazione dal giogo, dal contenutismo tristo, dal sentirsi bene quando gli autori t’attaccano pesi di piombo per farti precipitare. E mentre precipiti in quei baratri inventati, sentirti un pubblico tanto intelligente.
Un disperato ragionier Fantozzi alla quarantesima visione di un film che è la parodia de La corazzata Potëmkin. Il presidente Guidobaldo Maria Riccardelli vuole imporre agli impiegati una cultura cinematografica e li costringe a vedere vecchi film d’autore. La convocazione di Fantozzi e gli altri è avvenuta durante la partita di calcio Inghilterra – Italia.
«È tutta una catena d’affetti, che né io né lei possiamo spezzare»
Scena sublime da Amici miei, Monicelli. Nello studio del Dottor Sassaroli, medico chirurgo, si presenta l’architetto Melandri per chiedergli la mano della moglie, Donatella. Sono innamorati.
Lui gliela concede senza fare una piega, liberandosi di tutta la famiglia: figlie, cane, tata.
«Vede architetto, è tutta una catena di affetti che né io e né lei possiamo spezzare. Lei ama mia moglie, mia moglie è affezionatissima a Birillo. Birillo adora le bambine. Le bambine sono attaccatissime alla governante…».
«La governante?!»
«Tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme. Insomma, chi si prende Donatella, deve prendersi per forza tutto il blocco».
Il Melandri uscirà pazzo, naturalmente. tutto quel che serve sapere dell’amore e della vita te lo spiega il Dottor Sassaroli in quei cinque minuti.
«È un oggetto fine, per gente di classe... ti piace?», «Hai esaudito un sogno!»
Da Parenti Serpenti, di Monicelli. È Natale e Gina regala alla cognata un cavatappi d’argento a forma di delfino.
Racconta la famiglia, la piccineria italiana, l’impossibile lotta/aspirazione di classe contro la borghesia, ma soprattutto è la condanna a morte dell’aggettivo fine. Un obbrobrio. Gli eleganti non usano mai la parola “fine”. È il comma 22 della cafoneria.
«E ce semo stufati de esse boni e generosi»
È Antonio di C’eravamo Tanto Amati, di Scola.
Sapete le persone preziose del compromesso a tutti i costi, quelli che non perdono la calma, quelli che cercano di piegare i brutti caratteri altrui, sempre a proprie spese. E se sapete di che parlo, conoscete pure quel minuto bellissimo dei buoni che ne hanno abbastanza di essere i buoni.
«Eh ma io no»
Finale lucente di C’eravamo tanto amati. Gianni confessa a Luciana di aver pensato a lei tutta la vita, dopo i mille guai che le ha fatto passare. “Ma io no!”, risponde lei. Che ha un’altra vita e non ha passato il tempo a rosolare di nostalgia. Rispedire gli amori passati al mittente, il giro immenso e poi farli tornare da dove sono venuti.












