Questa è una voce nel deserto, un ultimo appello, una preghiera da una condannata a morte per parole brutte. Sono disponibile pure a mettermi (metaforicamente) in ginocchio, se serve.
Non ne posso più di sentire parole stupide. Cringe, boomer, terf. Non i ragazzini, che hanno tutto il diritto di farsi il vocabolario che più gli aggrada. Zero Sbatti, Boomer, Scialla, Tra: un tredicenne ha tutto il diritto di prenderle come frasario.
Gli adulti, sono gli adulti. Io so di che parlo. Io con l’antilingua ci vivo, e so che non è una sola. Immaginatevi un mestiere, l’avvocato, che tutti i giorni naviga tra infiniti «Si chiede che codesta eccellentissima corte», «La seguente per rappresentarle quanto segue», «Giova ripetere».
E poi «Preme rimarcare»- ma cosa preme, dove preme? Ma per piacere.
Il diritto scritto è perlopiù scritto così, se hai un minimo di senso del bello, per le parole, te lo ammazza. Ti devi difendere. Ci sono certi «Lei m’insegna, collega» davanti ai quali m’abbasso due centimetri di statura.
Eppure com'era bello quando l’antilingua era solo quella del diritto, della burocrazia, quella del brigadiere. Cos’è, anzi cos'era, l’antilingua lo racconta Calvino in Una pietra sopra: Discorsi di letteratura e società, del 1980.
«Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».
Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi.
Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. «Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza», come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato su queste colonne un’efficace descrizione.
Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «Io parlo di queste cose per caso, ma la mia funzione è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia funzione è più in alto di tutto, anche di me stesso». La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire «ho fatto» ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.
Lo rileggo adesso, Calvino, e penso solo: beato lui.
E che sarà mai. Che sarà mai un “ho effettuato” al posto di “ho fatto”. Che sarà mai sopportare un po’ di parole di legno. Chissà se lo aveva previsto, quest’altro crollo a picco. Pure gente che ha studiato usa a sproposito il termine boomer. Io me la prendo pure con chi usa distopico, orribile, uno schiaffo sulle orecchie.
Poi. Come trascurare i vari terf, cis. E come se non bastasse: normalizzare, trauma. Queste parole ormai le sentiamo quasi tutti i giorni, la discussione prevalente è fatta di queste parole. E che significano? Qualcuna è un capo d’accusa. Qualche altra, come normalizzare, allude a processi psicologici collettivi spesso inconsci. Parole gradasse, parole alla fine tutte sceme.
L’unica fortuna, non so se ve ne siete accorti, è che questi gremlins del vocabolario sono solo scritti. Nessuno quasi degli adulti s’azzarda a pronunciarle a voce alta, certe parole.
Cringe, per esempio, in pubblico non si può dire senza che ti venga in faccia un’espressione idiota per tutto il tempo che ti serve per tirar fuori quella parola. Un sommesso suggerimento per le prossime generazioni, in fatto di lingua e forse pure di concetti: non è per forza che si deve dire «sì, la prendiamo pure noi» a ogni fesseria a trazione americana.












