Era il 2020 e secondo un rapporto di SignalFire quelli che si sentivano creator, in precedenza: Influencer, erano 50 milioni. È - ma si sapeva - il segmento di small business che sta crescendo meglio. Registrato fortissimo incremento di lavoratori. Insomma c’è una giovane generazione di star dell’internet. Che, a quanto pare, è allo stremo. Non sa più che si deve inventare e che santi pregare.

La vita in principio era facile per tutti. Noialtri primi abitanti del Facebook ce lo ricordiamo, il pubblico (amici, cugini, ex compagni di classe, tizio che ci piaceva, in tutto 153) veniva via con davvero poco. Bastava una battuta scarsa. I like si buttavano - potevi copiare, essere te stesso, scrivere buongiorno e bacini. Il sostegno non mancava mai. Estranei e conoscenti. Eravamo padroni del giochino. Praterie ancora non sfregiate dal vizio del guadagno. Tra le battute mediocri infatti circolava anche la seguente, me la ricordo benissimo: avere i like su Facebook è come essere ricchi con i soldi del monopoli.

Poi arrivò anche Instagram. E i soldi del monopoli diventarono soldi veri.

I panorami, i tramonti e le foto con gli amici del liceo all’improvviso non li voleva più nessuno. Battute sceme non ne parliamo. Zuckerberg voleva la tua faccia e il gioco si faceva più difficile. La gente prese a diventare avara di like se non eri bello. Dovevi sforzarti, venire bene in foto. Bei vestiti, bei contesti, barche, inviti chic. E arrivarono gli autoscatti con l’angolo buono. I primi aggiusti: saturazione. Luminosità. Più premevi pulsanti più non eri tu. A un certo punto ve lo giuro divenni capace di venire in foto come Monica Bellucci.

E capimmo che internet è il posto che si stufa presto. Gli autoscatti migliori passarono di moda. Manco quelli volevano più. Eri irreale, fasullo. Che stai cercando di dimostrare? Tanto lo sappiamo che non sei Monica Bellucci.

E quindi il pubblico cominciò a ragionare, a essere esigente, a indirizzare meglio i suoi desideri: cosa ti facciamo fare, creator dei social? Come ti guadagnerai i nostri like? Con il reality show.

Ti vogliamo collegato sempre, ci interessa casa tua, il fidanzato tuo e sapere tutto di te. Video, la gente voleva i video. Facci vedere come passi il tempo e le tue giornate. Inquadra anche le piastrelle del bagno ché non le vediamo bene. L’ecografia? Ma come non ci dici che aspettiamo, tutti insieme, un bambino? Faccelo vedere. Bello questo video dove piangi davanti al test di gravidanza! Tre cuori!

Ma che hai sei giù? Ci sembri ultimamente non troppo te stessa, che succede? Perché parli col freno a mano tirato? Ciclotimia? Depressione stagionale? Depressione seria? Ah ma sei ancora fidanzata? E com’è che non vi vediamo più in foto insieme?

Sono anni che andiamo avanti così, poi i figli, i fidanzati e le piastrelle del bagno li abbiamo imparati a memoria. Il reality della tua vita, cara stella dei social, caro creator, non basta più. Inventati qualcosa. Facci ridere. Trasloca su Tik Tok, ora siamo tutti lì. Ce l’hai una piccola sit-com per noi? Sforzati un po’, sii divertente, intelligente, no balletti. Offrici di meglio.

E così , 2022, il povero Influencer si trova dispensatore di cazzi propri privatissimi mentre cerca di convincerti che è solo un piccolo pezzo, la privacy vera è un’altra cosa, in fondo chi ti conosce. Poi il Creatore deve essere autore, regista e montatore. E deve farsi venire un’idea. Due idee. Tre idee. Tutto il giorno tutti i giorni.

È finito sotto la peggiore schiavitù che esiste al mondo, la maledizione di Zeus Capitale, quando il tuo lavoro si misura con le due terrificanti unità: “funziona” e non “funziona”.

La crisi degli influencer doppierebbe quella - più generale - dei social network. Elon Musk è impazzito, oppure ha bevuto. Zuckerberg licenzia persone a blocchi di mille, sta buttando soldi a palate in questo Meta che per adesso pare un paese in provincia di Benevento un mercoledì sera di novembre e non dà segni di decollo.

Siamo al capolinea? Da Atlantic pensano di sì. Sarebbe finita l’era dei social. Parole grosse. E pure incaute. C’è qualcosa che non tiene, nella ricostruzione. Perché si commette l’errore di far incontrare due rette parallele, una di mercato l’altra di evoluzione. Può cambiare l’uso dei social? Certo. Esistono reversibilità nelle dipendenze di tecnologia? Molto dubitabile.

Da un saggio di Esther Paniagua, Error 404, pubblicato per Einaudi:

«Tutta la tecnologia viene progettata con uno scopo. Nell’era degli smartphone, lo scopo è quello di trattenere la nostra attenzione il piú a lungo possibile. Di renderci dipendenti. I social network costituiscono il piú fulgido esempio di una filosofia di sviluppo il cui motto è "di piú è meglio", senza preoccuparsi del modo in cui si raggiunge lo scopo o di quali siano le conseguenze.

Abbiamo raggiunto un tale livello di dipendenza che la maggioranza della popolazione di età compresa tra i diciotto e i sessantacinque anni in Spagna, circa il 60 per cento, si sveglia e va a dormire guardando lo schermo del telefono. I piú giovani – tra i diciotto e i ventiquattro anni – sono i piú dipendenti: trascorrono sul dispositivo quasi sette ore al giorno.

È una dipendenza che definisce «senza sostanza», o comportamentale. I sintomi vengono classificati secondo i criteri utilizzati per diagnosticare altri disturbi compulsivi legati alla perdita di controllo come la ludopatia. Young "metodologizzò" l’analisi di questa dipendenza. Secondo la psicologa, si può considerare dipendente chiunque risponda «sí» ad almeno cinque delle seguenti domande: Internet rappresenta una fonte di preoccupazione; ripensi spesso alla tua precedente attività online; immagini in anticipo la prossima sessione; hai un bisogno crescente di utilizzare internet per ricavare soddisfazione; hai cercato piú volte, ma senza successo, di controllare, ridurre o sospendere completamente la tua attività online.

Quando provi a ridurre o a sospendere l’attività online sei irrequieto, di cattivo umore, depresso o irritabile. Resti online piú a lungo di quanto previsto. Per colpa di internet hai messo in pericolo o rischiato di perdere una relazione importante, un lavoro, un’opportunità di studio o di carriera. Ti è capitato di mentire a familiari, terapeuti o altri per nascondere la quantità di tempo trascorsa online. Ricorri a internet per fuggire i problemi o alleviare uno stato d’animo disforico (ad esempio senso di impotenza, di colpa, stato d’ansia o di depressione)».

Ma c’è un aspetto (vari aspetti) che non hanno considerato, quelli che pensano che i social possano - puff - sparire come sono arrivati.

Uno. Le economie che si sono generate: una Chiara Ferragni è too big to disappear. Pensate alle Kardashian.

L’informazione: quella in diretta, te la dà twitter. È lì che abbiamo visto i primi video degli attentati di Parigi, è lì che arrivarono le prime notizie del coronavirus. Ci piaccia o no, è una gigantesca Ansa. Con parecchia melma intorno, va bene.

Le amicizie: coi nostri migliori amici, adesso, ci scriviamo. Il miglior amico non è la spalla da piangerci sopra, è quello a cui scrivi tutti i giorni.

La vera rivoluzione (buona) dei social è questa: l’offerta illimitata di gente che ti può piacere. I simili si trovano che è una meraviglia. Le mie migliori amiche non le avrei conosciute dieci anni fa senza i social. Uno degli choc social è stato quando ci accorgemmo che certi incontri online ci stavano più congeniali di soggetti che conoscevamo di persona magari da anni. Ecco. Scriversi è un’operazione capovolta e diversa se la applichi per amicizia o per amore. Non devi innamorarti online perché la gente non è come scrive, quelle scritte sono affinità fasulle.

Per l’amicizia no. In quelle chat di amiche molto spesso ci passi i quarti d’ora più autentici di tutta la giornata. E Whatsapp ormai è un social tanto quanto.

Muoiono i social? Deve morire prima un sistema economico, un sistema di relazioni, un sistema di distrazioni, un sistema di lavoro, un sistema di informazione. A me come previsione pare un poco ingenua, al momento vedo una decina di Golia e manco mezzo Davide.