Siamo tutti d’accordo che vent’anni mai più. Ve li potete tenere. Tra libri dell’università, gavetta allo schianto non pagata, rovinose cadute e sfracellamenti sentimentali, l’unica cosa buona che avevi in testa erano i capelli. Elastici, grossi e lucidi e reggevano tutte le tinture.
La giovinezza è favolosa quando sai che farne. Tra le lezioni di cui ti mette a parte la vita senza manco indorare la pillola c’è che per godersi tutti i privilegi dell’esistenza - dai master all’estero, ai viaggi, alle giornate al mare a giugno - servono soldi: quindi, a meno di non essere ben finanziati dai genitori, i vent’anni sono per la muratura. Devi usarli per costruire un posto in un ufficio funzionante e fissarti coi fisher dietro una buona scrivania. Magari nella città che ti piace, e soprattutto dovrai usarli per rinforzare la tua amicizia con la banca. Così a trent’anni ti diranno sì dove conta: sul mutuo.
Comincia da lì l’altro quadro, sei salito di livello, non hai più vent’anni ma manco cinquanta. Quella non si chiama vecchiaia. Non si chiama mezza età, o età adulta - che sappiamo tutti: non esiste. È solo identificabile così: il ventennio della perdita di gioventù. È qualcosa che arriva a tradimento, questione di pochi mesi spalmati su molti anni, neanche tu sai dire bene cosa succede. È un sentimento Superproust. Sono oggetti che spuntano, cose che tornano e che portano scritto “passato remoto”. Intendo dire che i capelli bianchi li vedi pure nelle cose che ti circondano.
- I "signora" per strada. Signora. Niente ha più potere affliggente di quella sola unica parola. Nessun mansplaining, catcalling, niente ha le forze maligne e oscuranti dei “signora”. Quelle che fanno finta di no, mentono. C’è un corto circuito: il tuo cervello trasmette altre informazioni, tu hai sempre ventisei anni.
- Pensare che i tuoi professori al liceo avevano più o meno la tua età. E tu, al liceo, vedevi i confini del mondo a diciannove anni. Oltre, eri il morto che parla. Una cariatide inutile come i libri di testo che ti faceva studiare.
- Imbatterti - durante qualche giro nei piccoli borghetti sperduti - in qualche cartellone di alluminio di vecchi gelati Anni '80. Come una Stele di rosetta al contrario: ricordi tutto, capisci tutto, torna tutto. Ti saltano addosso mille pomeriggi d’infanzia. Una grandine di madeleine durissime. Terribili. Forse succede perché li abbiamo guardati tanto da piccoli. Ti ricordi ancora i tuoi primi calcoli: se compro 3 pacchetti di figurine, poi la scelta si riduce a due possibilità: o ghiacciolo o il Camillino.
- Sbuca fuori da angoli oscuri di armadi dimenticati una giacca scampata ai repulisti datata 1999 qualche diecimila lire. E tu diecimilalire sai cos’è e quanto valeva in beni di consumo.
- T’accorgi che macchina d’epoca vuol dire che ce l’aveva il nonno di Cinzia, e tu ci sei salita quando era una macchina dei contemporanei.
- I ritorni ai paesi a Natale per chi è andato in città. A casa sulle mensole della cameretta ancora rivedi le Smemoranda del liceo. E il diario poco segreto.
- Strano a pensarci, il tempo si misura anche in figli dei famosi. Ti ricordi ancora il colore del vestito di Beyoncé all’annunzio mondiale di gravidanza (arancione)?
Ieri c’erano le foto della figlia di Beyoncè che già pare Beyoncé nei video degli Anni '90. Apparentemente, Blue Ivy ora è abbastanza grande da indossare il lucidalabbra e apparire leggermente mortificata dal padre che l'abbraccia davanti alla telecamera. In altre parole: io ho diecimila anni.
Solo molto dopo seguirà la mezza età. Con l'indimenticabile pagina della Cederna:
«Quando una donna può esser definita di mezza età? Non c’è bisogno di far sgradevoli conteggi d’anni e di classe: è decisamente entrata in quell’imprecisato periodo della vita, i cui confini d’altronde tendono di anno in anno a spostarsi (in là), la donna che a un certo punto trova irrimediabilmente invecchiate le altre. “Poverina, hai visto che collo? Chi sa cosa le è successo, sembra Chanel". Eppure sono molti i sintomi che dovrebbero convincerla dell’ineluttabile marcia».
«Uno: la trovano bella ancora e glielo dicono con un certo entusiasmo, ma è sempre di sera che questo avviene, mai glielo comunicano al mattino.
Due: ci mette molto più tempo di prima a scegliersi un costume da bagno.
Tre: cambia in fretta di posto al ristorante se capita di fronte a uno specchio.
Quattro: le cominciano a dar fastidio le ragazzine; petulanti le trova, con qualcosa di animalesco nel viso che secondo lei fa poco fine.
Cinque: le amiche più vecchie di lei di sette, otto anni e decisamente crollate tendono ad associarla nei loro discorsi sfiduciati: “alla nostra età”, dicono guardandola, e “chi vuoi che ci consideri più, noi carampane?”.
Sei: il cambio di intensità e di frequenza degli sguardi maschili.
Sette: ammiratori ne ha ancora, qualcuno anche proprio assiduo e pieno di premure, ma ora i più premurosi, a guardar bene, sono di sesso incerto.
Otto: nel suo vocabolario, che è sempre stato castigato, entrano, pronunciati con indulgenza, sostantivi come "capriccio" e "avventuretta", e poi una parolina straniera di cui prima non faceva mai uso: "relax"»
[da Camilla, la Cederna e le altre, a cura di Irene Soave, Bompiani].












