Quando la gente cambia lo capisci da dettagli apparentemente insignificanti.

Chiedo scusa se sto per scegliere l’esempio più fesso, ma si sa che più l’esempio è fesso più è efficace, quindi procederemo così.

La questione è grave, innanzitutto.

Ma cominciamo dall’inizio. Sono anni, ormai una decina, che tra i passatempi del mio account Twitter c’è il commento a una foto di qualcuno della famiglia reale. Niente di che, una frase di accompagnamento con cui mi illudo di intuire qualcosa di vite che non sono la mia: come Meghan guarda Harry, che vestito porta Kate, che faccia fanno i principini figli al cospetto della plebe. Prima di giudicarmi: ognuno si diverte come gli viene meglio.

E insomma, una foto dietro l’altra, l’hard core business mi era diventato all’improvviso la Duchessa di Cambridge. E c’era talmente poco da dire - Kate è l’anti Diana, ammutolisce qualsiasi pettegola, mai una notizia piccante - che una che fa? Guarda i vestiti.

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Sport innocuo, direte. E lo era, prima di due o tre anni fa, prima cioè che diventasse imprevedibile sapere cosa offende chi.

Gervais nell’ultimo spettacolo avverte che nessuno è al sicuro: «Dieci anni fa avreste mai pensato che dire "una donna non ha il pene" fosse una cosa grave?».

Ma torniamo alla mia produzione da tinello su Kate Middleton. Nella preistoria dell'etere, inizio anni 10, i miei post avevano un notevole successo, erano molto commentati, più degli editoriali seri, ognuno metteva la sua. Avete presente quella vecchia frase dell’Anna Karenina: «il pettegolezzo è il porto sicuro della conversazione». E quindi come dal parrucchiere, in un consesso di comari, dicevamo la nostra su Kate Middleton che certamente si poteva scegliere vestiti migliori: «Ma che scarpe si è messa, ma una principessa si dà lo smalto rosso ai piedi col plateau? A parte finocchi e bresaola questa che mangia?»

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Poi sono arrivati gli anni della consapevolezza. Serietà. Che si estende a ogni fesseria.

E così, i miei post su Catherine hanno preso una brutta piega, un destino sfortunato adesso s’è abbattuto su di loro. Sono sempre considerati dagli algoritmi contenuti di qualità, per il gran successo di commenti. Ma i commenti sono diventati tutti brutti e sono questi:

  1. «Basta bodyshaming!»
    Ma come bodyshaming? Bodyshaming a una ricca aristocratica e proprietaria di un’isola dei Caraibi, perdipiù bella, tonica e alta? Perdipiù come se Catherine Middleton sapesse della mia esistenza e potesse mai importargliene qualcosa di cosa penso dei suoi stylist in un universo parallelo in cui guarda Twitter di nascosto, anzi proprio me, Ester Viola da Luzzano (Bn)?
  2. «Sei invidiosa!»
    La risposta più scioccante. E non è solo occasionale, è una replica frequente. Ma scusate, come invidiate? Io con metodo e raziocinio, voi come vi regolate? Non invidiate nel vostro campionato? Pure per l’invidia serve un criterio, serve un’ipotesi di sovrapposizione, una certa parità ipotizzabile. Invidiare Middleton non è come invidiare un cartone animato?
  3. «Sei una orribile stronza»
    Questa è rabbia repressa e non mi posso occupare io delle indagini necessarie, per l’esegesi dei cervelli c’è gente laureata.
  4. Poi ci sono gli avvocati d’ufficio. Ma come osi! È stupendissima, Kate! Anche avvolta in una tenda! Come se fossero le migliori amiche di Middleton e ci pigliassero insieme il té a palazzo.
  5. Infine, i tesisti. Lungo profluvio di argomenti, prosa alta con note a commento e bibliografia pure quando si parla dei Puffi e Gargamella. Sono contenti di approfondire, si applicano con voluttà a dirmi come sbaglio analisi, dove, in che punto preciso. Chissà se sono così anche in casa, mi chiedo.

È chiaro che io e Middleton non c’entriamo, in tutta questa faccenda. Siamo lì a fare il pretesto ai circoli polarizzati. Quand'è che lo scontro - per qualsiasi cosa - ci è iniziato a garbare più di fregarcene?

Sta succedendo una specie di rivoluzione culturale - se la cultura facesse le rivoluzioni come l'industria, saremmo all’alba dell’era della polarizzazione. Estremismo per qualsiasi stronzata.

Se ne parla in politica da anni, ma in politica la polarizzazione è un possibile molto plausibile, anche normale.

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Da un articolo su The Atlantic: «Uno studio appena pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace conferma questa impressione. Basandosi sui dati Variety of Democracies (V-Dem), pubblicato da un istituto di ricerca indipendente in Svezia che considera 202 paesi e risale a più di due secoli fa, i suoi autori valutano in che misura ogni paese soffra di livelli "rischiosi" di polarizzazione. I loro cittadini hanno opinioni così ostili nei confronti degli oppositori da essere disposti ad agire in modi che mettano a rischio la democrazia stessa?».

Praticamente in tutti i continenti, i sostenitori di schieramenti politici rivali hanno maggiori probabilità di interagire in modi ostili rispetto a qualche decennio fa. Secondo lo studio Carnegie, «la polarizzazione noi-contro-loro» è in aumento dal 2005. McCoy e i suoi colleghi non cercano di spiegare le cause, sebbene i social media siano ovviamente un fattore che contribuisce.

Polarizzazione - tradotto nel linguaggio dei social - è il poco elegante schifarsi. Solo che lo schifarsi privato - c’è sempre stato, retaggio di province malsane, ma poi ditemi se tutto il mondo non è altro che una enorme provincia - ora è diventato pubblico. Devo dirlo, assolutamente, che mi fai schifo.

Io ancora devo capire che ci sta succedendo. Da dove arriva questo malanimo senza motivi. Mio nonno direbbe, cantilenando un po’ le parole, :«Troppo benessere!», e pure il vostro.